Il gemello di Napoleone

il gemello di napoleone

Lo strano caso del cuoco del gemello di Napoleone. Particolare, diverso, sono termini che si prestano bene a descrivere questo romanzo storico, un libro che dovrebbe parlare dell’arte della guerra, ma che è narrato da un vivandiere, non da un fine stratega. Jacques Forgeas vuole raccontarci le gesta di Antoine de Jomini, l’uomo in grado di intuire le mosse dell’imperatore, ma il “doppio” di Bonaparte finisce nell’ombra, viene oscurato da uno chef.

Ne Il gemello di Napoleone si intrecciano tre destini: quello di Napoleone, quello di Jomini, il giovane con un talento innato per la battaglia, che prima militerà nell’esercito dell’imperatore e poi passerà al nemico, e quello del cuoco Paul Clément, desideroso di gloria, ma tragicamente impreparato alla guerra. Quando Clément decide di arruolarsi, affascinato dall’astro nascente di Antoine e pronto a conquistare il palato degli ufficiali e di Bonaparte, finisce col diventare un testimone d’eccezione: assiste allo scontro tra due geni e finisce col rimanere invischiato nelle trame di coloro che sperano di reclutare Jomini, per trasformarlo nell’avversario perfetto del grande generale.

Il lettore si aspetta pagine e pagine dedicate alla descrizione di battaglie, di mosse e contromosse, invece a prevalere è un’atmosfera di insoddisfazione, di tensione irrisolta. Siamo spettatori di un duello mentale, piuttosto che di una battaglia reale, vediamo come l’ambizione non appagata spinga Jomini, di anno in anno, ad allontanarsi sempre di più da Napoleone, da cui avrebbe solo voluto essere riconosciuto come pari:

Mi si mette da parte. Mi si rende inoffensivo. L’imperatore è indispettito all’idea di avere un doppio. Lui, il genio, non può condividere la sua visione del mondo con qualcun altro…

Il voltafaccia di Antoine, il suo passaggio “al nemico” è dovuto soprattutto alla sua frustrazione: nell’esercito napoleonico era destinato a venire messo sempre in secondo piano, ad essere tenuto sotto stretta osservazione da un comandante che temeva il suo talento. L’unico modo per passare alla storia è schierarsi dal lato opposto della scacchiera, pur con la consapevolezza che un eventuale trionfo non sarà ricordato come una vittoria di Jomini, ma, piuttosto, come una sconfitta del grande Napoleone.

Jomini resta come avvolto da un alone di malinconia, relegato nel ruolo di “gemello psichico”. Invece, Clément, che con lui condivide solo l’ambizione e la giovane età, è libero dalla sindrome del doppio e ha la possibilità di imporsi sulla scena. Il vivandiere finisce col catturare la nostra attenzione più del suo superiore. Sta a lui spogliare la guerra del suo finto alone dorato, mostrarcela per com’è realmente:

“Odio queste grida che risalgono dall’altopiano. Voi parlate di sinfonia, ma per me sono solo campane a morto”.
Jomini si voltò. Non voleva convicermi.Sapeva che non potevamo giudicare gli eventi sotto la stessa luce. La sua sinfonia non era la mia. Le note che ci giungevano all’orecchio non erano le stesse. Quel che per me era un’accozzaglia inascoltabile per lui era un capolavoro di grazia e armonia.
“Hai ragione, Clément, è uno spettacolo orrendo, ma sono i nemici a imporlo e me ne dolgo.” (…) “La guerra è la peggiore delle stagioni. Devasta ogni cosa. Brucia ogni cosa”.

Clément non vede linee, cartine, tattiche, ma pile di cadaveri. Alla fine, ottiene il suo sospirato, e forse non necessario, lieto fine, ma nella mente del lettore, più della serenità ritrovata, rimane impressa la desolazione. Il gemello di Napoleone ci mostra, com’è giusto che sia, una guerra dove non ci sono vincitori, dove anche chi muove con talento le pedine è consapevole di stare partecipando al più crudele dei giochi.

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