Firmino

Firmino Sam Savage

Abusivo, girovago, parassita, saccente, guardone, roditore di libri, sognatore ridicolo, mentitore, parolaio e pervertito: ecco come si definisce Firmino, il protagonista dell’omonimo romanzo di Sam Savage. Un lettore malinconico, solitario, un outsider che assiste, di giorno in giorno, allo smantellamento del degradato quartiere di Scollay Square, a Boston. Un divoratore di storie, che passa le sue giornate desiderando di avere l’eleganza di Fred Astaire, di conquistare le Bellezze che vede al cinema, a luci rosse e non, e di realizzare grandi e irrealizzabili speranze. Un ratto che vorrebbe essere un uomo.

Dimenticatevi Ratatouille e tutto quello che credete di sapere sui sorci antropomorfi: Firmino è diverso e per lui non si prospetta un avvenire disneiano. Il nostro ratto di biblioteca è dotato di una grandissima intelligenza, ma non del dono della parola: è condannato ad osservare gli umani, che sente più affini a sé dei suoi simili, senza poter interagire con loro. La sua è una realtà sordida, squallida, un mondo arido e freddo rischiarato solo da parole meravigliose.

Mentre il roditore ripercorre le tappe della sua esistenza, i confini iniziano a sfumarsi i contorni diventano più incerti: non sappiamo più bene cosa sia reale e cosa no, e più di una volta abbiamo l’impressione di avere davanti un malinconico poeta maledetto invece di un sorcio. Firmino, nel corso del romanzo, indossa più di una maschera: cancella la sua figurina di essere rachitico per trasformarsi in un elegante divo del cinema in bianco e nero. Potrebbe essere uno scrittore che, per colpa di una maledizione, si è ritrovato intrappolato nel corpo di un topo. O, forse, è semplicemente l’incarnazione del diverso, di chi non si trova a suo agio con sé stesso e con gli altri e trova un porto sicuro solo tra le lettere.

Firmino, come il protagonista delle Notti bianche, si rifugia nell’immaginazione e osserva la vita dal Ballatoio e dalla Mongolfiera, la sua personale soffitta, palco di teatro all’interno della libreria Pembroke Books sognando di poter interagire con il suo proprietario. Poi riabbassa lo sguardo sulle pagine, con la triste consapevolezza di essere un perdente, destinato alla sconfitta:

Guardatelo, il Cavaliere dalla Trista figura: fatuo, cocciuto, clownesco, ingenuo sino alla cecità, idealista sino al grottesco – e chi è costui se non la sintesi di me stesso? La verità è che non sono mai a posto con la testa. Solo, non combatto contro i mulini a vento. Faccio di peggio: sogno di combattere contro i mulini a vento, muoio dalla voglia di combattere contro i mulini a vento, e talvolta persino, immagino di aver combattuto contro i mulini a vento. Mulini a vento o mulini della cultura, o piuttosto, diciamo, le più accattivanti tra le cose invincibili, quei macinatori di erotismo, piccoli mulini lascivi di lussuria, fabbriche carnali di gioie perverse, regni favolosi di fornicatori frustrati (…)

Il topo-lettore ci commuove con la sua fragilità, con i suoi desideri frustrati e con l’etichetta di “sbagliato” che si porta sempre appesa al collo. In lui rivediamo noi stessi ogni qualvolta cerchiamo rifugio tra l’inchiostro, per scordarci della bruttezza che ci circonda. Ogni lettore ha vissuto più di una vita, ha attraversato specchi, ballato il jazz a West Egg, sognato di incontrare i Grandi, i sommi maestri della parola. Ognuno, arrivato all’ultima pagina ha dovuto ricordarsi di non essere un eroe, ma ha trattenuto nel cuore una scintilla dell’incanto che le storie sanno ancora regalarci.

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