La donna giusta

La donna giusta Màrai

Non esiste mai una sola versione di una storia. Ognuno dei protagonisti ve la racconterà dal suo punto di vista, cambiando sfumature, tralasciando dei particolari in favore di altri, manipolando, più o meno intenzionalmente, la realtà. Lo farà perché crede di essere nel giusto e perché capire le motivazioni degli altri è quasi impossibile. Il romanzo La donna giusta, di Sàndor Màrai, gioca su questa ambiguità di fondo.

L’autore ci racconta un triangolo amoroso (a cui si aggiungeranno altri lati) attraverso quattro monologhi. In questi atti, assistiamo alla fine di un matrimonio e di un’era. La prima a prendere la parola è l’ex moglie, innamorata ma non corrisposta, che ha scoperto che il marito era infatuato di un’altra, di Judith, della “donna giusta” per lui. Segue l’ex marito che ci espone la sua “mezza verità”, confondendo le carte, gettando una luce sinistra sulle due dame di cuori della sua vita. Mentre il primo punto di vista è incentrato sull’affetto non ricambiato, su una tragica ossessione, il secondo sposta l’attenzione su una questione che diventerà dominante nella seconda parte del libro: quella della lotta di classe. Infatti, quando arriva il turno della “donna giusta”, della domestica per cui l’uomo ha lasciato la sua prima “borghesissima” consorte, il lettore comprende che non si sta parlando tanto di amore, quanto di odio, di un abisso tra classi che sembra invalicabile. Judith cercherà di trasformarsi in una signora, cannibalizzando le ricchezze del suo compagno, mettendo le mani su tutti i privilegi che le sono stati negati. Infine, la scena si sposta in America, dove un ex di Judith, incontra il suo ormai ex-marito.

La donna giusta è un racconto incentrato sulla parola ex, su vuoti, sull’incapacità di trovare la persona “giusta”. L’amore va in pezzi come la città di Budapest durante la  guerra, sempre che si possa davvero parlare di amore. I personaggi vivono l’intimità come desiderio di possesso: l’uomo sembra considerare Judith come un oggetto da comprare e da restituire, quando si rende conto che è “difettoso”, che la donna non vuole più essere una serva, ma ambisce a lottare contro di lui per acquisire un maggiore status sociale; allo stesso tempo, Judith desidera tutto quello che le è stato negato durante la sua miserabile infanzia ed è pronta a conquistarlo con le unghie e con i denti. Da un lato abbiamo una borghesia imbalsamata, costretta in una gabbia fatta di educazione, di soprammobili e di buone maniere, rappresentata dai primi due narratori, sotto la cui superficie di porcellana, si nascondono inquietudini e fissazioni. Dall’altra, il proletariato, incarnato da Judith e dal suo ex-amante: desideroso di vita, di prestigio, ma destinato a rimanere intrappolato nella macchina mortale del consumismo.

La guerra, che travolge i personaggi, segna la fine di un ciclo sistemico di accumulazione, impoverendo l’Europa e facendo emergere la nuova potenza americana. Nell’ultimo atto, ci spostiamo nella nazione emergente, per fare i conti con questo cambiamento. Il borghese perde il suo potere d’acquisto, i privilegi che gli erano stati tramandati di generazione in generazione, mentre il proletariato può acquistare i nuovi oggetti-feticcio della ricchezza, come l’automobile. Il popolo si trasforma in un gigantesco consumatore, che con i suoi acquisti, rimpolpa le tasche dei suoi vecchi padroni.

L’idea di fondo di questo romanzo è geniale, però, c’è sempre un però, la lettura è quanto mai faticosa. Non è semplice reggere il peso di quattro monologhi così lunghi: immaginate di essere l’interlocutore dei protagonisti, riuscireste a stare a sentire qualcuno che vi parla, ininterrottamente per più di un’ora? Dover raccontare la stessa storia da più punti di vista costringe a, inevitabili ripetizione, e a sacrificare l’immediatezza del racconto. Lo stesso Màrai, in degli inserti meta-letterari, sembra ammonire il lettore: questo non è un giallo da consumare rapidamente, è un libro di altro spessore, più difficile da digerire e apprezzare. Non si può prenderlo come una lettura d’evasione e richiede un livello di attenzione che non è sempre facile mantenere.

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2 thoughts on “La donna giusta

  1. Mi piace la tua recensione, che sa mettere in luce sia i lati positivi che quello, come tu dici, più faticoso legato all’impianto del romanzo. Forse la chiave è, come suggerisce l’autore stesso, dosare la lettura. Comunque credo ne valga la pena; ho molto apprezzato il Marai di Recita di Bolzano e Le braci e dunque non ho motivo per pensare che questo romanzo non sia di spessore. Grazie per la chiara ed esaustiva recensione. Ciao, Pina

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