Brucia la città

Brucia la città Culicchia

A little party never killed nobody… (Fergie)

Torino è calda, caldissima, incandescente. Culicchia in Brucia la città ci descrive la  la “sua casa” come un girone infernale, un loop di movida e bamba. Una metropoli che si vuole scollare di dosso l’etichetta di grigia e di industriale, ma che si ritrova a vivere in un eterno after party, in un vuoto di valori.

Il lettore si sposta di locale in locale, seguendo la scia di droga, alcol, sesso e musica lasciata da Iaio e dai suoi colleghi dj. Dietro un’apparenza giovane, creativa e sbarazzina si nascondono dei demoni interiori spaventosi e una grande, devastante solitudine. Il protagonista, che mente a sé stesso sino all’ultimo, illudendosi di non essere schiavo della bamba, attraversa la città, inseguendo il fantasma di una ragazza, mentre le tenebre si addensano di pagina in pagina.

Culicchia ci mostra Torino attraverso una lente deformante, mettendone in luce gli aspetti più controversi, trasformandola nel fondale di una favola dark, ma dannatamente reale. Un città abitata da figure dai nomi volutamente ironici, come Serenella e Allegra, ragazze tutt’altro che in pace con sé stesse, e da politici maneggioni. Un luogo in cui dominano la “fuffa” e gli affaristi:

Il cameriere ha posato il vassoio con la torta sul carrello. Minfischio gli si avvicina, afferra dalla tovaglia bianca un lungo coltello per dolci coperto da un tovagliolo bianco. Quindi taglia con cura una fetta di torta, e di città. (…) Mette la fetta che ha tagliato in un piatto per dolci bordato d’oro. La porge all’ingegner Deturpi. Ne taglia un’altra, la mette in un secondo piatto e la porge a Denaro. Poi ne taglia una per Depredo. Poi una per Divoro. Infine tocca a Mincenso, Mintasco e Marrangio.

Torino viene tagliata, così come le strisce di droga consumate da Iaio e company. Sempre di più, sinché non si sprofonda in un’allucinazione che rende sempre più difficile distinguere la realtà dall’immaginazione. Il dj diventa un narratore sempre più inaffidabile, in preda a visioni apocalittiche, in cui Torino esplode, sprofonda. Il lettore rimane invischiato in una rete di ripetizioni ipnotiche, talvolta noiose, che frammentano la scena metropolitana in un susseguirsi di immagini, di situazioni sempre uguali e nauseanti: dalle cameriere, tutte uguali, agli stessi personaggi, tra cui lo stesso autore, che si ritrovano di festa in festa.

Culicchia si è ispirato a Trainspotting: lo dicono molti recensori e lo ammette, indirettamente, lui stesso. Però, io non ho mai letto Welsh (male, molto male)e non ho potuto cogliere tutti i riferimenti. Questo romanzo mi ha, invece, riportato alla mente La ferocia di Lagioia: ho ritrovato la stessa crudezza, la stessa indifferenza e incapacità di comunicare tra generazioni, lo stesso desiderio di mettere le mani su una fetta di torta, a scapito degli altri, la stessa corsa verso l’autodistruzione. Certo, i due stili e le due realtà raccontate sono molto differenti: la Ferocia è più raffinato, stimolante, mentre il libro di Culicchia è più viscerale, più pulp. Può essere interessante leggerli uno dopo l’altro, per metterli a confronto, per fare un viaggio nella notte con i nostri incubi metropolitani.

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