Estasi culinarie

Estasi culinarie

Ho inseguito queste Estasi culinarie per alcuni anni: questo romanzo, per me, appartiene a una categoria particolare, a quella dei libri lasciati a sedimentare in fondo alla lista dei desideri, ma mai dimenticati. Quei testi destinati a invecchiare nella cantina della memoria, per essere riscoperti al momento giusto, quando sei pronto per degustarli al meglio.

Dopo aver visto tanti show dedicati alla cucina, dopo aver letto articoli di food blogger e assaporato tante ricette, mi sono chiesta come sia possibile trasmettere su carta i piaceri del palato. Muriel Barbery è l’insegnante perfetta per chi vuole scoprire quali parole usare per far venire l’acquolina in bocca senza cucinare, per rendere visibile all’occhio della mente una pietanza, per gustare un intero menù senza assaggiare una sola portata.

Mentre leggevo Estasi culinarie mi sono scissa in due, ho eseguito un duetto da sola, come un certo cantante dell’Eurovision: da una parte la lettrice che ha amato L’eleganza del riccio ha seguito il dipanarsi degli ultimi capitoli della vita del critico gastronomico Arthens, dall’altro la buongustaia letteraria ha divorato ogni magistrale descrizione dei banchetti a cui il personaggio ha partecipato.

La spettatrice che si è interessata al lato umano e ai legami con l’altro romanzo della Barbery ha osservato l’arazzo di relazioni e di sentimenti, scaturiti dall’annuncio dell’imminente morte del grande genio della degustazione. Tensione e rimpianti, odi e amori, riassunti in poche incisive battute. Un coro di personaggi, tra cui Renée, che ha osservato da vicino l’arroganza, la maleducazione, ma anche il talento di Arthens. Un uomo capace di disprezzare i suoi stessi figli, di mandare in frantumi autostime e di calpestare più di un cuore, che si è costruito un piedistallo da cui guardare gli altri dall’alto in basso. Eppure, lo stesso monsieur sa anche apprezzare la genuinità e la semplicità e incantare tutti con le sue parole. Suscita repulsione e ammirazione, ma anche, in fondo, tristezza nella sua spasmodica ricerca di un sapore, di un’illuminazione che, prima della fine, possa dare un senso alla sua esistenza.

Dall’altra parte, c’è la lettrice che si è seduta a tavola con Arthens, che si è goduta il viaggio sensoriale tra sapori della sua memoria, dall’antipasto al dolce. Un itinerario che potrebbe essere dolce, e non agrodolce, se questo fosse un film della Disney dedicato alla cucina, invece di un romanzo dal sapore deciso. Un percorso tra culture e paesi diversi, tra cucine casalinghe e sale dei ristoranti più esclusivi. Qui le parole si trasformano in materia, sono scelte con cura e precisione affinché si trasfigurino in estasi, in pura poesia, colori, consistenze, aromi. Anche un “banale” pomodoro diventa un capolavoro:

In insalata, al forno, in ratatouille, in marmellata, alla griglia, farciti, canditi, ciliegini, grossi e morbidi, verdi e acidi, fregiati d’olio d’oliva, di sale grosso, vino zucchero, peperoncino,
schiacciati, pelati, in salsa, in composta, in mousse, perfino in sorbetto (…) il pomodoro il lo conosco da sempre, fin dai tempi del giardino di zia Marthe, fin dalle estati che impregnavano di un sole, sempre più cocente quella piccola ed esile escrescenza, fin dalla lacerazione che le infliggevo con i denti per spruzzarmi sulla lingua un succo generoso, tiepido e ricco (…). Zucchero, acqua, frutto, polpa, liquido o solido? Il pomodoro crudo, divorato appena colto in giardino, è la cornucopia delle sensazioni semplici, una cascata che sciama in bocca riunendo ogni piacere.

A fine lettura, le due lettrici si incontrano, la mente e i sensi sono stati appagati. Solo allora, si riuniscono in una sola persona che comprende che entrambe le esperienze sono state rese possibili da un solo, prezioso ingrediente, l’arte del raccontare, la multiforme parola:

Le parole: scrigni che racchiudono una realtà isolata e la trasformano in un momento da antologia; maghi che mutano la faccia della realtà, la impreziosiscono al punto da renderla memorabile e le offrono un posto nella biblioteca dei ricordi. Ogni esistenza è tale grazie al rapporto osmotico fra parola ed evento, in cui la prima riveste il secondo con l’abito di gala.

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