Il libraio di Kabul

il libraio di kabul

Burqua con i tacchi, burqua slanciati, burqua affannati attraversano il mercato di Kabul,  sui banchi si alternano verdure e cosmetici, tinta per labbra che la luce del sole non bacerà. Un microcosmo di contraddizioni, in bilico tra l’ombra gettata dai talebani e il desiderio di ribellione, tra la rigida tradizione e un’innovazione che sembra essere stata stroncata sul nascere.

Åsne Seierstad, ne Il libraio di Kabul, ci apre una finestra sull’Afghanistan, su questo paese complicato e tormentato. La giornalista ha vissuto insieme a una famiglia di Kabul il suo “status speciale” di reporter occidentale, la ha trasformata in una sorta di ermafrodita le ha permesso di entrare in contatto sia con gli uomini che con le donne della casa in cui è stata ospite. Da questa esperienza, è nato un romanzo in cui si intrecciano le vite dei componenti del clan Khan, testimoni di un periodo storico cupo, vissuti all’ombra del fondamentalismo.

Tra gli uomini, a spiccare è il capofamiglia, il libraio Sultan. Un uomo capace di finire in prigione per preservare il patrimonio culturale del suo paese dai talebani, di appiccare innocui biglietti da visita sopra le immagini contenute nei libri per salvarli dalla distruzione iconoclasta. Un progressista al di fuori delle mura domestiche, un padre-padrone al loro interno, ossessionato dal denaro e incapace di mettere le donne della famiglia allo stesso livello dei maschi.

Proprio sulle donne di Kabul, metà negletta del cielo, si concentra lo sguardo dell’autrice. Ce le mostra nei loro momenti più intimi, tra le mura domestiche, nell’hammam. Con lo sguardo velato di tristezza, impossibilitate ad esprimere i loro sentimenti, a vivere liberamente la loro vita e la loro sessualità. Sospese, da troppo tempo, tra suicidio e canto:

Per secoli secoli le donne afghane hanno dovuto accettare le ingiustizie che si commettono contro di loro Sono le donne stesse a darne testimonianza attraverso il canto e la poesia. (…) protestano con “il suicidio o il canto”,

I talebani hanno ristretto il loro orizzonte, stroncato sul nascere i primi titubanti germogli dell’emancipazione. Un dramma a simile a quello descritto in Leggere Lolita a Teheran. Il fondamentalismo è riuscito a entrare nelle loro teste, a distorcere la loro visione di ciò che è lecito e di ciò che non lo è. La giovane Leila, inquieta abitante di casa Khan, vorrebbe ribellarsi a un’esistenza che la vede relegata nel ruolo di serva di tutti, ma sia la società, sia la sua stessa mente le sono d’ostacolo:

“Orribile! C’erano dei ragazzi nella mia classe!”
Le altre restano a bocca aperta dallo stupore. “Non va bene”, commenta a madre. “Non devi andarci più.”
Leila non se lo sognerebbe nemmeno di tornarci. I talebani se ne sono andati, ma non dalla sua testa. (…). Le donne (…) sono felici che l’epoca dei talebani sia finita: possono ascoltare musica, ballare, smaltarsi le unghie dei piedi: fin tanto che nessuno le può vedere e loro possono continuare a nascondersi sotto il protettivo burka. Leila è una vera figlia della guerra civile, del governo dei mullah e dei talebani. Una figlia del terrore.

L’infelicità delle donne Khan deriva proprio da questo terrore, da questo perpetrarsi di consuetudini arcaiche e ingiuste. Il libraio di Kabul lascia l’amaro in bocca, un retrogusto di polvere e molti interrogativi sul presente e sul futuro dell’Afghanistan.

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3 thoughts on “Il libraio di Kabul

    1. La penso anche io come te. Ho provato lo stesso leggendo Leggere Lolita a Teheran. Tra l’altro adesso, ho sul comodino lo struggente Nessuno al mondo dove come sai si parla di una donna che si è vista negare la libertà da un consiglio di uomini. Non ho resistito: la tua bella recensione mi ha spinta a iniziarlo il prima possibile.

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