Nessuno al mondo

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Quando leggo, i personaggi prendono vita nella mia mente come figure fluide, ritratti mutevoli, a cui possono aggiungersi dettagli, di pagina in pagina. A volte, i loro volti sono destinati a rimanere indistinti, circondati da un alone di indefinitezza e mistero. Non è stato così con Suleiman, il protagonista di Nessuno al mondo. Mi è stato impossibile immaginare per lui un viso diverso da quello del ragazzino che compare sulla copertina del romanzo.

 

Lo sguardo serio, profondo, occhi scuri che sembrano guardarti dentro e avere visto troppe cose. La mano posata sul cuore, come per promettere qualcosa, come per tenere dentro un dolore che vuole uscire allo scoperto. Questo è il mio ritratto del personaggio chiave della storia narrata da Hisham Matar. Il bambino che vorrebbe diventare un principe azzurro capace di viaggiare indietro nel tempo per salvare sua madre, una ragazzina condannata da un consiglio di uomini a sposarsi contro la sua volontà, solo perché aveva stretto la mano a un coetaneo in pubblico. Il fanciullo che vive in un paese segnato dalla tirannia, dove si è sempre osservati, dove si è costantemente sotto sorveglianza.

Il protagonista di Nessuno al mondo ha fame di amore, ma vive in un mondo pieno di ferite, privo di speranza: la Libia degli anni Settanta. Un paese che ricorda la distopia di Orwell, ma purtroppo questa non è finzione. Suleiman vede alla televisione cruenti interrogatori, in cui i traditori del regime vengono costretti a confessare i loro “crimini”, alternati, che crudele paradosso, a immagini di petali di fiori. Tutto intorno a lui va in pezzi, a partire dalla madre che trova consolazione in una “medicina”, al vicino di casa che viene portato via e che rivedrà sullo schermo, al padre assente e dalle idee sovversive. Il bambino riconosce il suo bisogno di attenzioni, ma sa anche che è difficile riceverne:

Attenzioni. Credo che fossero ciò che mi mancava. Calde, costanti e immutabili attenzioni. In tempi di sangue e lacrime, in una Libia piena di uomini coperti di lividi e imbrattati di urina, pressati dalle necessità e bramosi di sollievo, io e il bambino ridicolo affamato di attenzioni. E per quanto non ragionassi ancora in quei termini, la mia autocommiserazione si era corrotta in un disprezzo per me stesso.

Suleiman si vede negare la sua infanzia, si trova a fronteggiare un dramma più grande di lui e sente di starne uscendo sconfitto. Non ha potuto salvare sua madre e non potrà salvare chi gli sta intorno dalla follia distruttrice del regime, dall’oppressione. Il bambino è sopraffatto da voci: dai bisbigli di adulti intimoriti che cercano di nascondere i loro “peccati”, al sussurro diavolo tentatore che si nasconde all’altro capo del telefono e che cerca di convincerlo a raccontare i segreti di suo padre. Sopra tutte, risuona il sinistro mantra di un mendicante: “ti vedo, ti vedo”, inquietante richiamo ai mille occhi che sorvegliano la Libia.

Matar ci racconta il dramma di un paese da un punto di vista intimo, dalla prospettiva di un bambino, riuscendo così a mettere ancora più in luce l’assurdità del regime, a legare a doppio filo il dramma dei singoli a quello di un’intera nazione. Non avrei mai letto questo romanzo, se non fosse stato per Pina Bertoli: vi consiglio caldamente di leggere la sua recensione di Nessuno al mondo, per scoprire questo libro da un altro punto di vista. La lettura e la sua condivisione sono strumenti indispensabili per conoscere il mondo, per preservare la nostra libertà.

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