Molto forte, incredibilmente vicino

molto forte, incredibilmente vicino

Alcuni personaggi vorresti averli come vicini di casa, incrociarli quando esci la mattina, parlare con loro in ascensore. Oskar Schell protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino è uno di loro. Un piccolo genio, un sognatore ed inventore, un Amleto in miniatura, alla ricerca di una risposta che gli permetta di continuare a vivere, di affrontare il futuro.

Jonathan Safran Foer ci racconta la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle dal punto di vista di un bambino, con delicatezza ed estrema sensibilità. Il dramma di Oskar, che ha perduto il padre in quel giorno maledetto, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul dolore e sulla morte. Quasi tutti i personaggi chiave del romanzo hanno perso qualcosa, qualcuno, sono stati messi in ginocchio e devono riuscire a rialzarsi, a rimettere insieme schegge e frammenti di un’esistenza andata in frantumi.

Oskar, come Amleto, ha l’impressione di essere l’unico a sentire la mancanza di suo padre ed è ossessionato dal sua fantasma: l’eco delle sue ultime telefonate, prima del crollo. Non ha nessuno contro cui vendicarsi, quindi rivolge la sua frustrazione su sé stesso, precipitando sempre di più nelle tenebre della disperazione. Fino al giorno in cui trova una misteriosa busta con su scritta solo un’enigmatica parola: Black. Dentro c’è soltanto una chiave. Il bambino, che sin da piccolo ha sfidato il genitore in gare di indovinelli e cacce al tesoro, si convince che questo sia un indizio, la sua ultima possibilità per sentirsi di nuovo vicino al suo papà.

serratura

Oskar inizia un viaggio alla ricerca di tutti gli abitanti di New York che fanno Black di cognome: un’odissea che lo porterà a entrare in contatto con solitudine e ferite del passato e a scoprire un segreto di famiglia. Molto forte, incredibilmente vicino diventa così un diario sentimentale in cui si incrociano le emozioni, le storie raccolte dal piccolo Schell e quelle dei suoi nonni. Il passato e il presente si rispecchiano l’uno nell’altro: le immagini apocalittiche della distruzione di Dresda, durante la Seconda Guerra Mondiale, si legano indissolubilmente a quelle del crollo delle Torri Gemelle. Foer confronta due episodi drammatici, due tragedie che è impossibile spiegare, se non accettando il cuore di tenebra degli uomini.

I nonni di Oskar hanno visto Dresda bruciare: sono sopravvissuti, ma si sono sentiti “niente” di fronte al “tutto” che hanno perso tra le macerie. Il nonno è diventato incapace di comunicare, di aprirsi agli altri:

mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore, perché non si riesce mai a dire quello che si vorrebbe dire in quel momento?

Allo stesso modo, Oskar rischia di scomparire nel suo dolore, di essere condannato ad “avere le scarpe pesanti”, piene di lacrime e tristezza. La chiave rappresenta la sua possibilità per aprirsi agli altri, per sfuggire da una stanza colma di rimpianti che lo stanno soffocando.

Foer ci fa entrare nel mondo interiore di Oskar, nella sua testa, sia attraverso le sue riflessioni sia con le immagini: istantanee di oggetti e di paesaggi, catturate con la macchina fotografica del nonno del protagonista, si alternano alle parole, dando vita ad un incredibile album. L’autore ci invita a riflettere, a interrogarci sul dolore, senza fornirci una risposta semplice. Di fronte alle tragedie, purtroppo, non ci sono soluzioni, come per gli indovinelli. Incrociando Oskar, nell’immaginario pianerottolo, potremmo solo ascoltarlo, ma non consolarlo. La via della guarigione è lunga e passa attraverso l’incontro con gli altri, l’apertura delle serrature che imprigionano il cuore.

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