Il grande marinaio

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Il mare è un amante esigente, che richiede assoluta dedizione: lo sa bene Lily, la protagonista de Il grande marinaio. Una giovane donna inquieta, una runaway che si è lasciata alle spalle una città dove si muore di noia e di disperazione per seguire il richiamo dell’avventura, per imbarcarsi su una nave di pescatori.

Catherine Poulain in questo romanzo mette in scena la dura vita dei marinai di Kodiak, che affrontano le onde del Pacifico del Nord, sospesa tra coraggio, alcol e disillusioni. Quella di Lily avrebbe potuto essere una storia di iniziazione, il passaggio della fatidica linea d’ombra che ti porta a diventare adulto, a trasformarti in un capitano. Invece, lo è solo in parte: è sì la storia di una novellina, di una greenhorn che deve trovare il suo piede marino, ma manca qualcosa. Tanto per cominciare, tra infortuni e attese sulla banchina, il lettore finisce col passare quasi più tempo a terra che tra le onde,vagabondando tra rifugi di anime perse, di uomini che appena raggiungono il porto sembrano perdere tutta la loro energia e trovare consolazione solo nella bottiglia, nella droga e nel sesso occasionale.

Quando si riesce a salpare non c’è posto per grandiose descrizioni, per gli scenari che fanno sognare ogni amante della letteratura marinaresca, per la salsedine e le tavolozze mutevoli dei flutti: a prendere il sopravvento è il rosso, il sangue dei pesci macellati. Lily avverte su di sé il peso di tutte quelle morti, lo considera una maledizione, un marchio di Caino che impedisce ai pescatori di trovare la felicità. La vita a bordo è costellata da fatiche incessanti, da grida da scomodità intollerabili: l’unico riscatto sta nell’euforia che viene dal superamento dei propri limiti. Una cieca volontà che rischia di trasformarsi in una voluttà autodistruttiva. La protagonista è pervasa da una determinazione ferrea da super-woman insensibile al dolore che me la ha resa estranea: è diventata inavvicinabile, non ho più potuto relazionarmi con lei, così ho finito con l’allontanarmi, con l’osservare con distacco le sue gesta.

Potremmo pensare che Lily sia il grande marinaio del titolo, ma non è così. Il titolo spetta al suo compagno di navigazione Jude, navigatore abile, lavoratore infaticabile, ma tormentato. Tra i due nasce una storia d’amore segnata da dubbi, lacerata dall’inquietudine di entrambi, di cui, onestamente, avrei volentieri fatto a meno. Invece di leggere di amplessi in squallidi motel e sogni di una vita a due irrealizzabile, avrei voluto  vedere la protagonista affrontare i suoi demoni, guadagnarsi il rispetto dell’equipaggio senza mai essere considerata come un oggetto del desiderio. Ho immaginato una trama e un finale che questo romanzo non mi avrebbe mai concesso.

Catherine Poulain non ci concede un’avventura sui mari da sogno, il brivido dell’epica marinaresca: ci riporta con i piedi per terra. Il grande marinaio è un’epopea di pescatori inquieti come lo spirito del navigatore di Coleridge, di anime che non sempre trovano la salvezza. Il malinconico canto di chi guarda al mare sapendo quanto possa essere crudele, quanto sia necessario mettere in gioco per affrontarlo.

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