Trittico di mare e di terra

trittico di mare e di terra

Tre amicizie, tre incontri stabiliti da un fato capriccioso, tavole di un trittico, un’armonia dove si fondono elementi contrastanti, mare e terra, vita e morte. Álvaro Mutis racconta alcuni momenti chiave dell’esistenza di Maqroll il suo inquieto eroe gabbiere in cui, come ha detto García Márquez, si può rispecchiare ognuno di noi:

quel marinaio che sta sulla coffa della nave scrutando l’ orizzonte e l’ arrivo delle tempeste: un anarchico completo, un eroe lucido della desesperanza, eppure così innamorato della vita. (Luciana Sica)

Come in uno dei migliori racconti di mare di Conrad, ci si siede, in un momento di calma, in un porto sicuro, per ascoltare una storia, per scoprire quali fili si sono intrecciati o spezzati nella trama della vita di Maqroll. Si inizia con la struggente ballata dell’addio al mondo di Sverre Jensen, pescatore amico del gabbiere, giunto al limite della sua navigazione, alla fine di un viaggio segnato dall’ombra di una tristezza che nessuna avventura ha potuto cancellare. Segue l’incontro con il pittore Alejandro Obregòn capace di comprendere l’ansia che anima Maqroll. Un artista capace di ascoltare l’anima della natura, di guardare al lato nascosto della realtà per coglierne lezioni di vita:

Il mare, ad esempio; lei che ha navigato tanto e lo conosce così bene. Il mare è la cosa più importante che ci sia al mondo. Bisogna saperlo vedere, seguire i suoi cambiamenti d’umore, ascoltarlo, annusarlo. Sa perché? Per una ragione molto semplice che tutti credono di conoscere e che non riescono mai a capire fino in fondo: perché lì è nata la vita, da lì siamo venuti e una parte di noi rimarrà sempre sommersa laggiù tra le alghe e le profondità nelle tenebre. Mi sento quasi ormai pronto per realizzare un vecchio sogno che mi perseguita da molti anni: dipingere il vento. (…) voglio dipingere il vento che entra da una finestra ed esce da un’altra, così, niente di più. Il vento che non lascia traccia, quello tanto simile a noi, al nostro mestiere di vivere, quello che non ha nome e che ci sfugge dalle mani senza sapere come. Il vento che lei, come Gabbiere, ha visto tante volte venire incontro alle vele e che all’improvviso cambia direzione e non torna più.

Un vento effimero come il terzo e ultimo incontro: i giorni trascorsi con Jamil il figlio di Abdul Bashur, vecchio compagno di navigazione di Maqroll. Un bambino con lo sguardo di un adulto, in grado di intuire le bufere che si agitano nella mente del gabbiere e di riscaldarne, almeno per un po’, il cuore disilluso.

Morte, amicizia, creazione e rinascita si incrociano nei porti della vita del protagonista, ricordi e presente si intrecciano, si inseguono come le onde sul bagnasciuga. L’avventuriero, il mascalzone sfiduciato, che nonostante tutto continua a lottare e a salpare, diventa un simbolo della resistenza dell’animo umano, tra tempeste e naufragi, eternamente sospeso tra bene e male. Mutis ci consegna l’eco di tre amicizie, di spiriti affini che condividono per un breve tratto il difficile cammino, sinché il mare non cancellerà le loro orme dalla battigia.

P.S Un grazie dovuto a Pina Bertoli, che conosce bene il mestiere di vivere e di leggere, per avermi parlato di questo autore!

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