Just Kids: Patti Smith e Robert Mapplethorpe

just kids patti smith

Ogni persona che entra nella nostra vita, in punta di piedi, urlando, con leggerezza o ferocia, dovrebbe lasciarci non solo una storia da raccontare, ma anche un libro con cui ricordarla. Lei, anima d’artista e concentrato di gentilezza, mi ha parlato di Just Kids prima che ci salutassimo, prima che mi lasciassi alle spalle un luogo che non mi apparteneva.

Questa era la storia di cui avevo bisogno: mi ha aspettata su uno scaffale tra i dischi di mio padre. Lui è l’appassionato di Patti Smith; io conosco solo alcuni dei suoi brani eppure queste pagine mi sono andate dritte al cuore. Perché questa è la storia di una fuga, di un’inarrestabile e irrefrenabile bisogno di libertà e dell’amore incondizionato per l’arte.

Gli anni di formazione, musicale ma non solo, della cantante hanno come sfondo l’incandescente, trasgressiva e beat New York di fine anni sessanta e dei mitici settanta. Luogo di ritrovo per anime inquiete, per artisti emergenti o già affermati, la città della Factory di Warhol, del Chelesa Hotel. Qui la Smith incontra l’amico e compagno di una vita, il fotografo Robert Mapplethorpe.

I Just Kids del titolo, i due ragazzini a cui va riferimento il titolo, sono i due amici inossidabili, la coppia che ha saputo sostenersi nei momenti più bui, l’uno e stato, di volta in volta, il pilastro dell’altro. La foto a Coney Island li cattura in un momento in cui sono in divenire, boccioli che devono ancora schiudersi per rivelare la loro energia, la loro carica provocatoria al mondo. Dietro il look hippy di lei si nasconde la futura sacerdotessa del rock, dietro il cappello da dandy di lui si cela il genio tormentato in bilico tra paradiso e inferno. Due anime gemelle, due stelle destinate a brillare insieme, anche quando l’astro blu di Mapplethorpe è diventato solo un ricordo.

Le parole di Patti Smith danno vita a una struggente ballata, ricca di poesia, intima e sofferta. La cantante mette a nudo le sue debolezze, le difficoltà del cammino. Abbiamo davvero l’impressione di essere seduti con lei e Robert in una stanza del Chelsea Hotel, circondati da fogli, da perline, da canzoni e opere d’arte in divenire. L’autrice ci illustra i retroscena degli scatti che accompagnano, come accordi che seguono una voce solista, che la rendono più vibrante. Tra tutte, mi è rimasto impresso nella retina l’iconico ritratto realizzato da Mapplethorpe per la copertina dell’album Horses:

Mi gettai la giacca in spalla, alla Frank Sinatra. Avevo un mucchio di riferimenti visivi. Robert possedeva luce e ombra.
“Eccola,” disse.
Scattò qualche altra fotografia.
“Ce l’ho.”
“Come fai a saperlo?”
“Lo so e basta.”
Quel giorno scattò dodici fotografie in tutto.
Dopo qualche giorno mi mostrò i provini. “Questa ha la magia,” disse.
Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi.

horses patti smith

Robert è il maestro della luce e dell’ombra, dell’eterna lotta tra Dionisiaco e Apollineo, mentre Patti è la donna androgina, poetessa e musa allo stesso tempo. A fine lettura, non puoi non ammirare la loro indipendenza, le loro imperfezioni e la loro grandezza. Dopo Just Kids, per me la Smith non sarà più solo la voce di Because the Night, ma anche quella più incerta di Piss Factory in cui racconta la sua fuga verso New York, in cui invita a stare a vederla spiccare il volo per diventare una stella.

Credits: Wikipedia  e grazie a M. per avermi lasciato questa storia.

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