Il vagabondo delle stelle

 

il vagabondo delle stelle

I libri possono diventare una via di fuga, sono porte verso nuovi mondi: la mente si apre a nuovi orizzonti e può intraprendere mille viaggi diversi. Ma quando le storie vengono meno, quando si è rinchiusi in una cella di isolamento, soffocati da una camicia di forza e in attesa dell’impiccagione, si può ancora evadere, lasciarsi alle spalle un corpo martoriato?

Darrell Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle di Jack London, grazie alla meditazione e alla sua tenacia trova il sistema per farsi beffe dei suoi carcerieri e della morte stessa. Una volta “uccisa” la materia, annientate le sensazioni, è possibile liberare lo spirito e lasciarsi guidare da esso: inizia così uno straordinario pellegrinaggio che porta Standing a scoprire le sue esistenze passate.

Jack London avrebbe potuto aprirci, tramite il ciclo di reincarnazioni del suo personaggio, un’infinità di possibilità, un universo incredibile. Invece, permane un senso di inutilità, di claustrofobia, reso anche da una scrittura che si riavvolge su sé stessa, da ripetizioni e motivi ricorrenti. Dopo aver scoperto una vita passata, ritorniamo tra le mura del carcere e assistiamo a nuove torture, a dialoghi che sembrano sempre gli stessi: le guardie vorrebbero che il prigioniero confessasse dove ha nascosto della dinamite; ma gli esplosivi che cercano non esistono, sono il frutto di una menzogna messa in piedi da un altro coscritto. I loro sforzi sono insensati, così come finiscono col sembrare insensate le vite di Darrell, dominate da un’irrefrenabile ira, da un istinto bestiale che lo ha portato, in questa sua ultima incarnazione, a uccidere.

Ne Il vagabondo delle stelle ogni progresso sembra negato: la ruota del karma può portarti più in basso o più in alto, renderti più o meno ricco, ma non può correggere le tare del tuo carattere, non può mettere a freno la bestialità che sembra connaturata all’essere umano. La ferocia che si perpetua nella pena di morte, in un ciclo di omicidi e sopraffazione che si ripete di secolo in secolo:

Nel lungo corso del tempo ho vissuto molte vite, e posso affermare con decisione che sul piano morale l’uomo inteso come individuo non ha compiuto alcun progresso negli ultimi diecimila anni.

Tante vite sembrano allora essere state sprecate, da quella del bambino già consumato dall’odio a quella dello spadaccino ossessionato dai duelli. Una serie che non si apre alla trasformazione, a un cambio di prospettiva. Per esempio, pur contemplando la possibilità di incarnarsi nel sesso opposto, London non ci presenta nessuna versione femminile del suo protagonista. Darrell nega alla donna un ruolo attivo, vedendola come una musa, come una pura ispiratrice dell’azione maschile:

L’uomo è diverso dalla donna, che si mostra più legata all’attimo, più attenta ai suoi bisogni. Noi abbiamo una più alta concezione dell’onore, e la nostra fierezza supera anche la più grande fierezza femminile. I nostri occhi, abituati come sono a scrutare le stelle, guardano più lontano. I suoi occhi, invece, guardano soltanto il terreno su cui cammina, il petto dell’amante sopra il suo, il vigoroso infante che stringe fra le braccia.

Anche se London ci consegna un’ammirevole requisitoria contro la pena di morte e una celebrazione del potere dello spirito, la sua visione sembra essere condannata da un pessimismo di fondo e dall’impossibilità di aprirsi al cambiamento. A fine lettura, perdonatemi il paragone ardito, mi è venuto da pensare a un altro viaggiatore delle stelle, al Dottor Who, che per la prima volta verrà interpretato da una donna. Questo è il genere di metamorfosi, di nuova prospettiva di cui avrebbe avuto bisogno, (e che forse avrebbe potuto avere, se questo romanzo fosse stato scritto in un altro periodo) anche il super-uomo Standing sempre bramoso di gloria e di violenza.

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