I Rituali di Cees Nooteboom

emile zola portrait manet

Cerimonie che si eternano, istanti in cui sacro e profano si confondono: sono i Rituali di Cees Nooteboom. L’unica risposta a un mondo in cui è difficile trovare un senso all’esistenza, in cui le vecchie religioni non danno più conforto.

La copertina, un dettaglio del dipinto Ritratto di Émile Zola, preannuncia l’atmosfera del volume: entriamo in punta di piedi in uno studio, in un ambiente intimo dominato dall’arte, dove fa bella mostra di sé una stampa che preannuncia il tema del “mondo della sofferenza”. Questo sancta sanctorum non è altro che la mente del protagonista del volume, Inni Wintrop, in cui si susseguono frammenti di ricordi, impossibili da ordinare e da dominare. Così come i nostri giorni sono in balia di forze esterne, di avvenimenti che non possiamo prevedere, allo stesso modo l’inconscio è una macchina fotografica impazzita che scatta istantanee casuali.

Wintrop ha i suoi rituali: un oroscopo che prevede il suo (tentato) suicidio; incontri sessuali in cui il peccato si riveste di blasfema sacralità; segni profetici e visioni che scandiscono le sue giornate. Anima e corpo, religione e filosofia, vita e morte, danzano davanti ai suoi occhi di spettatore, di osservatore che preferisce il pensiero alla parola. La sua è un’esistenza scandita da due incontri fatidici con un padre e un figlio che hanno scelto l’annientamento, la negazione dell’essere.

Arnold Taads ha deciso di isolarsi dal mondo, di guardare con ironia ai borghesi che celebrano Dio tanto quanto i loro mobili buoni. Il filosofo del nulla, che si rivolge a nessuno spettatore o al suo cane Athos, preannuncia la sua fine a Inni e si prepara a morire fuori di scena. Allo stesso modo, anni dopo, suo figlio Philip mette a nudo davanti a Wintrop un vuoto, una mancanza d’amore che lo ha trasformato in un monaco dedito all’ossessiva ricerca del Graal che gli permetterà di compiere il suo ultimo rituale. Due generazioni falliscono nel tentativo di trovare la pace nel mondo fluttuante, di raggiungere la leggerezza d’animo decantata dallo scrittore Natsume Sōseki.

Il cerchio si chiude in un cortocircuito tra Oriente e Occidente: al ricordo del giorno che ha sancito la fine della fede di Inni in Dio, si sovrappone l’immagine di una cerimonia del tè, una nuova eucarestia, un sacrificio inevitabile. In un mondo allo sbando, in cui ai riti tradizionali si sostituiscono nuove sette, guardate con sospetto da Inni, sopravvive solo la crudele bellezza del rituale:

Il mercante d’arte fece ruotare la ciotola due volte (due?) In seguito non sarebbe stato più in grido di ricordarlo, così come non sarebbe più riuscito a districare i fili di quella matassa di gesti carichi di significato (…) Quante volte, pensò Inni, aveva versato l’ampolla piena d’acqua in un calice d’oro? E il prete, con un rapido movimento della mano, faceva danzare un po’ in tondo il sangue allungato con acqua ai riflessi dorati, per poi berlo tutto, in una sola possente, profonda sorsata. In questa ultima cena non accadeva nulla di diverso.

Fin qui siamo rimasti ancora alla superficie, all’evidenza. Come Virgilio, non posso condurvi alla meta ultima, al cuore del romanzo di Noteboom. Dovrete immergervi da soli nelle acque, fluttuanti e inquietanti, di Rituali, che circondano la Amsterdam di Inni, alla ricerca del senso di queste cerimonie.

Photo credits: Wikipedia

4 pensieri su “I Rituali di Cees Nooteboom

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