IT e il club dei perdenti

IT Stephen King

Un bambino con un impermeabile giallo insegue, sotto una pioggia battente, una barchetta che viene inghiottita dalle fauci di uno scarico. Immagino che questa sia una scena iconica per molti di voi. Per me, che ho trascorso l’infanzia scappando appena trasmettevano un film dell’orrore, lo è diventata solo da quando, complice il trailer del film che arriverà a breve nelle nostre sale, ho scoperto IT. Le mille e più pagine della “cosa” di Stephen King sono approdate sul mio comodino, promettendo brividi di paura e ripetute esplorazioni di fogne immaginarie. Questo è stato sia un lungo viaggio dentro un cuore di tenebra, sia una riscoperta delle inquietudini, anche sessuali, che segnano il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

I miei compagni di sventura sono stati i soci del Club dei perdenti, destinati ad affrontare, prima alle soglie dell’adolescenza e poi da “grandi”, un mostro ammazza bambini, uscito dalla peggiore delle favole. La banda ha origine dall’incontro di sette ragazzini perseguitati dai bulli e niente affatto popolari, che abitano in una cittadina di provincia, Derry. Ognuno di loro è entrato in contatto con una maligna entità – il clown Pennywise -intenzionata a seminare paura e morte in città.

Il capo della combriccola è Bill Denbrough, il fratello del piccolo Georgie, una delle “prede” di Pennywise: dietro la sua balbuzie, si nascondono una volontà di ferro e una fervida immaginazione. Poi c’è Ben Hanscom, detto “covone”, obeso e insicuro, ma con un grande talento per le costruzioni. Seguono Richie “boccaccia” Tozier, incapace di tenere a freno la lingua, e Eddie Kaspbrak, soffocato da un’asma psicosomatica e dalle opprimenti premure di sua madre: due “sfigati” capaci di guardare in faccia la paura. Gli ultimi due ragazzi del club, l’intelligente Mike Hanlon e il già sin troppo adulto Stan Uris,  sono vittima di discriminazioni: il primo perché è nero, il secondo perché è ebreo. Ultima, ma non ultima, ecco Beverly Marsh: una ragazza tosta, ma tormentata da un padre violento, animato dalle peggiori intenzioni.

Come dietro la maschera da pagliaccio del mostro si celano innumerevoli volti, così dietro queste pagine si nasconde più di quel che sembra. Oltre all’epica lotta del Club dei perdenti contro il clown, che incarna tutte le loro più profonde angosce (una battaglia che nel suo primo atto dà origine una scena discutibile, censurata al cinema), Stephen King mette in scena un omaggio ai maestri del “nero”. Nonostante l’autore abbia affermato che un racconto dell’orrore può anche non avere altro scopo che quello di intrattenere e spaventare, dietro questo romanzo si intravvede una fitta rete di richiami meta-letterari: IT riporta alla mente gli orrori verminosi di H.P. Lovecraft e la sua esplorazione delle sconfinate regioni dell’incubo.

Sentiamo all’opera l’influsso di H.P.L. anche nella trasformazione di Derry, nome fittizio dietro cui si nasconde la reale Bangor, da cittadina di provincia a ricettacolo d’orrore, così come era avvenuto per Providence:

Può un’intera città essere posseduta?
Posseduta come si dice siano certe abitazioni?
Non una singola casa in quella città, o l’angolo di una determinata via (…), non solo una zona, ma tutto. La città nella sua interezza. (…)
Che cosa si ciba a Derry? Che cosa si ciba di Derry?

Derry, legata indissolubilmente al mostro che ne abita le viscere, potrebbe essere una sorta di Gotham City, una città stregata, se non fosse che i demoni che la abitano sono sin troppo reali. L’influsso di IT dà origine a orge di violenza, a atti di razzismo e di omofobia, che rispecchiano le tragedie che avvengono in cittadine apparentemente tranquille, ogni volta che gli uomini si lasciano guidare dai loro peggiori istinti. In questo 2017, più che mai in balia di simili brutalità, ha senso un rileggere questo libro, per ricordarci che l’orrore è più vicino di quanto crediamo. Il mostro può allungare i suoi tentacoli su di noi, se ci lasciamo sedurre dall’odio.

A fine lettura, un po’ frastornata dai continui flashback disseminati tra i capitoli, mi sono accorta che questo romanzo non mi ha dato nessun delizioso brivido di angoscia, come mi era successo con Misery. Forse, perché ormai conosco Stephen troppo bene e, incredibile ma vero, so cosa aspettarmi dall’ennesimo maniaco armato di ascia o pazzo di turno. Niente paura quindi, ma tanta inquietudine nello scoprire che più di IT fanno spavento le persone reali che si lasciano controllare dal suo influsso maligno e quelle che voltano le spalle, indifferenti, di fronte al male. Per sconfiggere il mostro, possiamo solo affidarci al potere dell’immaginazione e dell’amicizia: le armi del Club dei perdenti.

P.S. Se qualcuno volesse rinfrescarsi le idee sul precedente adattamento su pellicola di “coso”, può farlo con il geniale Riassuntazzo Brutto Brutto di Barbascura X.

4 pensieri su “IT e il club dei perdenti

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