Furore: il fantasma di Tom Joad

furore john steinbeck

Il fantasma di Tom Joad è una stato una presenza costante in questi anni, un’eco persistente, ma che non sapevo interpretare: dalle parole enigmatiche di un brano di Bruce Springteen, all’oscuro titolo, Dust Bowl Dance, di una canzone dei Mumford & Sons. Ho ignorato quella voce, sinché Baricco non ha deciso di leggere Furore e di spiegare perché quello spettro ha ancora qualcosa da dirci. Dopo i primi minuti di trasmissione, ho preso una decisione: sperare in una replica e cercare la prima copia disponibile del romanzo. Avevo bisogno di percorrere la mitica Route 66, verso il paradiso amaro della California, da sola, senza mediazioni, senza interpreti.

Quando ho aperto il libro, sono bastate una manciata di parole per cancellare la realtà che mi circondava, per trasportarmi nell’America della Grande Depressione. John Steibeck delinea con poche, nitide, pennellate una distesa di campi sterili, ricoperti da una coltre di polvere che porta via la linfa vitale e le speranze di un intero paese. Un paesaggio arcaico, quasi biblico che viene violentato due volte: prima dagli agenti atmosferici e poi dalle lame della trattrice. Questa terra sfruttata non ha più nulla da offrire alle famiglie di mezzadri, costrette a cedere il passo davanti alla cattiva sorte e a chi preferisce l’algida efficienza delle macchine al lavoro manuale:

Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie. Gli si dà un salario e si prende tutto il raccolto. Non c’è scampo. È doloroso, ma è così. Il mostro è malato: qualcosa gli è accaduto.
Ma a furia di cotone la farete morire, la terra.
Lo sappiamo, ma prima che muoia vogliamo tutto il cotone che può darci (…).
I mezzadri alzavano gli occhi, pieni di spavento. E noialtri? Come si mangia?
Eh, a voi altri non resta che andarvene altrove.

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Il mostro malato che minaccia la vita di queste povere famiglie, non è altri che la banca: una creatura assetata di denaro, ferita dalla crisi e pronta a succhiare il sangue dei più deboli. Davanti a questa minaccia, i fucili o le vanghe alzate non servono a nulla: non resta altra alternativa che l’esilio. Il clan dei Joad, simbolo di tutti i disperati che hanno dovuto lasciare la loro terra, sradica il suo intero albero genealogico, per cercare fortuna altrove. Quattro generazioni, se contiamo un pro-nipote non ancora nato, si spogliano della loro identità, dei loro ricordi, perché bisogna viaggiare leggeri:

Com’è possibile vivere senza le cose che sono la nostra vita? Spogli del nostro passato non ci riconosciamo. Fa niente, non c’è posto, bisogna lasciarlo, bruciarlo.

Diventa allora evidente perché Baricco ha paragonato il destino di questi personaggi a quello degli emigrati che raggiungono le nostre coste, anche se questa è una migrazione interna e in cui entrano in gioco solo fattori economici. Però, le somiglianze ci sono, sin dalle prime fasi dell’esodo, dove al posto di scafisti con gommoni scassati, troviamo rivenditori di catorci. Gli esuli hanno bisogno di ruote motrici che li trasportino verso la dorata California, dove sono sicuri di trovare lavoro. Steinbeck dedica un intero capitolo alla compravendita di questi rottami: un’indiavolata ballata che parla di avidità e ruggine, di venditori senza scrupoli che spacciano immondizia per oro, facendo la cresta sulle speranze di chi ha perso tutto.

Le illusioni dei Joad e degli altri emigrati, a cui viene affibbiato il nomignolo dispregiativo di Okies, sono destinate ad andare in pezzi come i trabiccoli che hanno acquistato: nell’America della Grande Depressione non c’è più posto per i sogni, per il mito della frontiera e della terra da conquistare con il proprio sudore. I mezzadri, divenuti reietti, sono guardati con diffidenza da chi non può capire il loro nomadismo forzato:

Ed ecco gli abitanti delle città e della pigra campagna suburbana organizzarsi a difesa, dinanzi all’imperioso bisogno di rassicurare se stessi di essere loro i buoni e i cattivi gli invasori, come è buona regola che l’uomo pensi e faccia prima della lotta.
Dicono: vedi come sono sudici, ignoranti, questi maledetti Okies. Pervertiti, maniaci sessuali. Ladri tutti dal primo all’ultimo, gente che ruba per istinto, perché non ha il senso della proprietà. Ed è giustificata, se vogliamo, quest’ultima accusa; perché come potrebbe, chi nulla possiede, avere la coscienza angosciosa del possesso?
E dicono: vedi come son lerci, questi maledetti Okies; ci appestano tutto il paese. (…) Sono degli stranieri.

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Steinbeck, come nella Valle dell’Eden, riveste i suoi personaggi di una luce biblica, che li trasforma in figure epiche, indimenticabili. Dallo zio John, Giona perseguitato dall’ombra di un peccato incancellabile, a Rosa Tea, Maria che, invece di portare in grembo la speranza, racchiude nel suo ventre il seme della disperazione di un intero paese, sino ad arrivare al predicatore che non crede più in Dio, ma solo nella sacralità della vita. Sopra tutti si staglia Tom Joad, il figliol prodigo, l’assassino, che decide di diventare un vendicatore per dare voce agli ultimi della terra.

I serpenti contro cui deve battersi Tom si nascondono tra gli alberi, non di mele, ma di arance di un finto paradiso terrestre:

E in tutto il paese le arance dorate pendono dal ramo tra il fogliame verde scuro degli alberi, e nascosti tra gli alberi i custodi armati di fucili sono autorizzati a sparare contro il primo straccione che si lasci tentare a staccare un frutto per darlo alla sua affamata creatura.

I Joad si lasciano tentare da un volantino che offre posti di lavoro ben pagati nella terra dell’oro e cadono vittima di un sistema che ricorda il caporalato: i grandi proprietari terrieri radunano il maggior numero possibile di disoccupati, così da poter stabilire in un crudele gioco al ribasso il prezzo delle loro prestazioni. Se vuoi lavorare, devi accontentarti di sgobbare per un tozzo di pane, perché dietro di te ci sono altri cento disperati disposti ad accettare ancora meno.

Baricco ha messo in luce il legame tra Furore e le condizioni degli emigranti, di quelli passati e di quelli futuri, di chi è stato scacciato dalla sua terra da necessità economiche e tragedie. Io vorrei mettere anche l’accento sui mostri assetati di denaro, che non guardano in faccia a nessuno, e su un sistema in cui il lavoro ha perso la sua dignità: ho l’impressione che la polvere della Grande Depressione stia tornando a soffocarci. Il fantasma di Tom Joad continuerà a seguirmi e a spingermi a riprendere tra le mani questo romanzo, anche perché ho scoperto che la mia edizione non è quella integrale, che è stata pubblicata solo nel 2013: ho una buona scusa per leggere di nuovo questo classico e per non dimenticare queste pagine.

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