Donne in fuga, vite ribelli nel Medioevo

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Li chiamiamo secoli bui, a volte a torto, a volte a ragione. Immaginiamo il Medioevo come un’età in cui la ragione era offuscata dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, ma sappiamo anche che in quell’epoca hanno visto la luce geni del calibro di Dante e di Boccaccio. Al di là di tutte le possibili interpretazioni, resta una certezza: non era il periodo migliore per venire al mondo sotto il segno di Venere. In Donne in fuga, vite ribelli nel Medioevo, la professoressa Maria Serena Mazzi ci spiega quanto fosse difficile vivere in una società in cui le dame erano viste come corpi da possedere e da controllare. L’unica via per ottenere la libertà passava attraverso la ribellione.

Questo saggio è un viaggio attraverso i secoli e le classi sociali, alla ricerca di “donne stravaganti”: mistiche, spose, religiose, streghe, serve e prostitute, che hanno cercato di scappare, di ribellarsi a una società che non sapeva e non voleva riconoscere i loro diritti, le loro speranze. Sono storie che ci colpiscono perché, purtroppo, ci ricordano che non ci siamo ancora lasciati alle spalle uno scomodo passato di soprusi:

Le donne fuggono, a volte. Anni, decenni, secoli dal Medioevo lontano, e continuano a fuggire, quando trovano una via di fuga, quando non hanno troppa paura per farlo. (…) E se le ragioni fossero le guerre, la povertà, la violenza degli uomini, la soggezione che ti rende oggetto, la ferocia dei fanatismi religiosi, l’incapacità di far valere i diritti e di ottenere pari dignità, la giustizia cieca, le istituzioni segreganti, le accuse menzognere che rendono reiette, o forse solo il desiderio di conoscere un mondo oltre i confini della casa, della famiglia, dei ruoli rigidi e immutabili (…)?

Iniziate a sentirvi a disagio? Avvertite anche voi l’imbarazzante vicinanza di un’oscurità che credevamo di aver debellato? La professoressa Mazzi sa come catturare la nostra attenzione, come pungerci sul vivo. La sua voce non cede mai a tecnicismi, per rendere il discorso comprensibile a tutti e coinvolgerci. La scrittrice riporta alla luce le biografie di ribelli che hanno provato, non sempre con successo, a rivendicare uno spazio vitale e la possibilità di essere considerate delle persone e non dei beni di cui gli uomini potessero disporre a loro piacimento.

La storia non è stata clemente con queste donne. Giovanna D’Arco, la pulzella d’Orleans, è bruciata sul rogo. Eleonora, la signora d’Aquitania, la sposa offesa, ha dovuto lottare con rabbia e determinazione contro suo marito. Angela de Ripoll non si è arresa davanti a chi ha cercato di domare la sua tempra, di sottometterla con la violenza e l’intimidazione. Disubbidire non era sempre possibile, specialmente per le più povere. Per avere una qualche possibilità di successo era necessario avere a disposizione armi non comuni:

Saper leggere e scrivere, essere dotate di un’intelligenza pronta e di una volontà salda, avere la capacità di esprimersi (…).

La conoscenza era uno strumento fondamentale, una chiave per la salvezza. Non a caso, le streghe erano considerate “diaboliche”per la loro volontà di trasmettere un sapere condiviso:

A queste donne (…) affatturatrici, si rivolgevano altre donne, afflitte (…) che cercavano aiuto e solidarietà, un rimedio (…) si incamminavano verso le consolatrici, le uniche in grado di offrire soluzioni di suggerire speranza. Qualche volta si soffermavano ascoltavano, imparavano, diventavano streghe a loro volta.

Queste scintille di speranza e di libertà erano destinate a trasformarsi, sfortunatamente, in roghi. Perché il mondo medievale non poteva tollerare che le sue dame si rifiutassero di essere corpi docili, passivi, pronti a lasciarsi guidare dagli uomini. Viene da pensare al romanzo distopico Il racconto dell’ancella in cui alle donne è permesso di essere solo mogli, domestiche o bambole senz’anima da fecondare. Nel Medioevo, poche sono riuscite a sfuggire a questi ruoli, a non permettere che altri decidessero del loro destino. Hanno dovuto lottare da sole, contro un potere giudiziario e una società che quasi sempre davano ragione a chi

(…) considerava la donna come una proprietà (…) si pretendeva da lei l’ubbidienza e la fedeltà di un cane, ogni arbitrio nei suoi confronti diventava giustificabile.

L’autrice di Donne in fuga ci parla di corpi violati, di matrimoni indegni e di schiavitù insopportabili. Sono storie che toccano nel profondo, che dovrebbero far indignare non solo le donne ma anche gli uomini. Soprattutto perché, troppo spesso, non sembrano appartenere al lontano passato, ma a una pagina di cronaca:

(…) la prostituta diventò una merce proficua, una fonte di reddito per protettori che vivevano alle sue spalle, per tenutari che lucravano sulla sua attività, per trafficanti di esseri umani che trasferivano donne dall’Est, ingannate, illuse sulla prospettiva di un lavoro, di una condizione migliore.

Se vogliamo tenerci stretta la luce che ci è stata regalata, anche grazie al coraggio e al sacrificio di queste ribelli medievali, e ricacciare indietro le tenebre, dobbiamo fare affidamento sul potere della cultura. Quindi, come una novella strega, vi consiglio questo rimedio all’oscurità che, a sua volta, mi è stato tramandato da un’altra “affatturatrice di parole”, Pina de Il mestiere di leggere.

8 pensieri su “Donne in fuga, vite ribelli nel Medioevo

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