Un sacchetto di biglie

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Un bambino dovrebbe andare a scuola, giocare, avere una casa e una famiglia. Non dovrebbe mai essere costretto a scappare e ad abbandonare i suoi cari. Sembra ovvio, scontato come le parole c’era una volta con cui iniziano le favole, invece non è così: ci sono mostri, che possono rubarti l’infanzia e la vita, da cui bisogna fuggire. Joseph Joffo, l’autore del romanzo Un sacchetto di biglie, li ha conosciuti.

Nel 1942 un banale pezzo di stoffa manda in frantumi la sua routine fatta di compiti, partite a biglie e storie della buonanotte. Una piccola maledetta stella gialla che indica un’alterità, una diversità inspiegabile. Jo è costretto a domandarsi cosa vuole dire essere ebreo e a cercare di capire cosa lo distingue dai suoi compagni di scuola:

Ma cosa sta succedendo? Ero un bambino, io, con delle biglie (…) dei giocattoli, delle lezioni da studiare, papà era parrucchiere, i miei fratelli pure, la mamma cucinava (…) e improvvisamente mi appiccicano qualche centimetro quadrato di stoffa e divento ebreo.
Ebreo. Cosa vuol dire, in primo luogo?

Non è facile doversi rendere conto che il mondo è impazzito, che una singola parola, ebreo, può isolarti dagli altri, può ucciderti. L’albero di famiglia dei Joffo ha già rischiato di spezzarsi, di cadere per colpa delle persecuzioni. Per questo, i genitori di Jo sanno che è necessario reagire e prendere decisioni dolorose. Questa madre e questo padre conoscono sin troppo bene l’insensata maledizione che torna a perseguitare il loro popolo: l‘antisemitismo, il mostro che lo scrittore Bernard Malamud ha saputo rappresentare in tutta la sua stupidità e brutalità.

I Joffo sono costretti a separarsi: Joseph, che ha solo dieci anni, e suo fratello Maurice, che è poco più grande di lui, devono lasciare Parigi da soli. La loro meta è Mentone, al di là della linea che separa la Francia occupata da quella libera, la morte dalla vita. I due bambini sono obbligati a diventare adulti in fretta e a ricorrere a tutta la loro astuzia per sopravvivere, sacrificando la loro innocenza e spensieratezza:

(…) mi domando se sono ancora un bambino… Mi sembra che certi giochi non mi interesserebbero più oggi, nemmeno le biglie, una partita a pallone forse, ma non è detto… Eppure sono cose della mia età (…) dovrei averne voglia… eh, no. Forse ho creduto, fino ad ora, di uscirne indenne da questa guerra, ed è forse questo l’errore. Non mi hanno preso la vita, forse hanno fatto di peggio, mi rubano la mia infanzia, hanno ucciso in me il bambino che potevo essere.


I fratelli affrontano un viaggio rischioso, che li mette davanti a due anime del paese: quella che cerca di resistere e quella che ha già ceduto al male. Percorrono chilometri e chilometri senza la certezza di potersi ricongiungere ai loro cari perché gli uomini neri sono sempre in agguato.

Un sacchetto di biglie riesce a mettere in luce, attraverso lo sguardo triste, ma determinato di un ragazzino coraggioso, la disumanità organizzata e burocratica del Terzo Reich. Joseph e i suoi cari fanno i conti con una serie di figure che non sanno quello che stanno facendo. Una parata di soldati che si limitano ad eseguire gli ordini, incapaci di comprendere che il fantomatico “ebreo malvagio”  a cui danno la caccia è un uomo come loro. Basta pensare alla scena tragicomica in cui due SS entrano nel negozio del padre dell’autore:

“Ah” riprese “la guerra è terribile, ed è tutta colpa degli ebrei.” (…)
“Lei crede?”
Il tedesco ha scosso la testa con una certezza che si capiva incrollabile.
“Sì, ne sono sicuro.”
(…) I due soldati si rimettevano il berretto.
“Siete soddisfatti? Siete stati pettinati bene?”
“Molto bene, ottimamente.”
“E allora,” ha detto mio padre “prima che ve ne andiate, devo dirvi che tutti presenti, qui, sono ebrei.”

Joffo riduce la guerra a un gioco insensato, a una partita al massacro in cui non c’è posto per la gloria, ma solo per il dolore e l’incertezza. Nel romanzo ogni strada diventa un potenziale campo di battaglia: ogni sconosciuto può trasformarsi in un nemico pronto a pronunciare la parola fatale, ebreo. L’esistenza di due ragazzini si riduce a una partita logorante contro la morte. Gli tocca combattere con le unghie e con i denti solo perché qualcuno, ai piani alti, ha deciso di privarli della luce e della libertà, di trasformarli nel nemico.

Un sacchetto di biglie ci obbliga a confrontarci con mostri che vorremmo aver sepolto. Ci piacerebbe poter credere che la fine della Seconda guerra mondiale abbia posto fine all’orrore, ma sappiamo che non è così. Ancora oggi ci sono dei bambini in fuga verso frontiere difficili da superare. Il Giorno della Memoria deve servire a ricordarci che non possiamo permettere a nessuno di far diventare qualcuno un avversario, solo perché appartiene a una certa etnia o professa una certa fede, e deve farci provare schifo per il gioco insensato della guerra.

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