I figli della mezzanotte

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Lo ripeto per l’ultima volta: se volete capirmi, dovrete inghiottire un mondo. Questo è il monito che Saleem, il narratore-protagonista de I figli della mezzanotte rivolge ai suoi ascoltatori. Un’esortazione che racchiude in sé una sfida apparentemente impossibile. Come può un lettore digerire un albero genealogico, assimilare una moltitudine di personaggi e assorbire il passato di una nazione?

Davanti a voi ci sono due alternative. Se volete gustare le vicende dei portentosi bambini della mezzanotte, potete scegliere tra due piatti. Il primo è semplice, a base di curry in polvere, adatto a tutti i palati e facilmente digeribile: si tratta del film tratto dal romanzo. Il secondo è una portata pantagruelica, barocca, in cui il curry è stato preparato miscelando con maestria una moltitudine di spezie e ingredienti diversi: il testo originale di Salman Rushdie.

Io ho ordinato prima la pietanza più semplice, la pellicola, così da preparare le mie papille gustative a quella più impegnativa. Saleem si affida delle speciali capsule del tempo per catturare i suoi ricordi, mentre io mi rivolgo a un frammento del mio passato per capire le sue parole: Witness to the Times, il mio vecchio e amato manuale di letteratura inglese. Senza ulteriori indugi, mi preparo a offrirvi la specialità del giorno: il cuore pulsante di una nazione divisa tra il dolce profumo della speranza e l’acre sentore della disillusione.

La memoria gioca un ruolo fondamentale ne I figli della mezzanotte: è il meccanismo che mette in moto l’intera narrazione. Il protagonista vuole preservare dall’oblio il suo passato, racchiudendolo simbolicamente in dei vasetti-capitoli di vetro:

E i miei chutney e le mie kasaundy sono, dopo tutto, collegati al mio scrivere notturno – di giorno tra le tinozze di salamoia, di notte in questi fogli, io dedico la vita al grande lavoro della preservazione. La memoria, come la frutta, viene in tal modo salvata dall’azione corruttrice del tempo.

Saleem è testimone di alcuni degli avvenimenti chiave della storia indiana. Il suo destino, sin dal suo primo vagito, si intreccia indissolubilmente a quello dell’India: nasce il 15 agosto 1947, il giorno dell’indipendenza. Insieme a lui vengono alla luce altri mille e uno bambini, tanti quanti le magiche novelle di Sherazade:

I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l’ultimo sprazzo di tutto ciò che c’era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata di miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta (…).

Ognuno di questi ragazzi possiede un talento speciale, più o meno miracoloso. Se fossimo negli Usa, sarebbero destinati a diventare degli X-men o degli Heroes. Invece, l’assemblea di giovani speciali che il protagonista ha la capacità di convocare, non si trasformerà mai in un circolo di supereroi. Perché lancette implacabili avanzano verso una notte crudele.

forte rosso delhi

 

Rushdie ci mette di fronte a contrasti e dualismi che creano spaccature insanabili: un tema che riprenderà ne I versi satanici. Tutti i suoi personaggi sono intrappolati, sospesi tra un passato ricco di cultura, ma anche di contraddizioni, e un futuro incapace di mantenere le luminose aspettative generate dalla proclamazione dell’indipendenza. Sono costretti a giocare un’estenuante partita a Serpenti e Scale:

Tutti i giochi hanno una morale; e il gioco di Serpenti e Scale racchiude, come nessun’altra attività può sperare di riuscirvi, la verità eterna che per ogni scala su cui t’arrampichi, c’è un serpente in attesa appena voltato l’angolo; e che per ogni serpente, c’è una scala pronta a compensare. Ma è qualcosa di più; non è soltanto una faccenda di bastone-e-carota; implicita nel gioco è l’immutabile dualità delle cose, la dualità del su e del giù, del bene e del male; la solida razionalità delle scale equilibra le occulte sinuosità del serpente; nell’opposizione tra scala e cobra, possiamo scorgere, metaforicamente, tutte le opposizioni immaginabili (…).

La neonata nazione è frammentata, scissa tra identità che non riescono a riconciliarsi. Il paese è reso instabile dagli abissi che dividono una casta dall’altra, il ricco dal povero, l’indù dal mussulmano. Fratture che si rispecchiano anche nell’eterna rivalità tra Saleem e Shiva il distruttore, un altro bambino magico, legato a lui da un fatale scambio di targhette. Crepe profonde in cui si nascondo i germogli del conflitto tra India e Pakistan e dello Stato d’emergenza indetto da Indira Gandhi.

bombay marine drive

I chutney d’inchiostro contengono una mole impressionante di episodi, che rischiano di disorientare chi legge, soprattutto quando un narratore già inaffidabile diventa anche montatore, seguendo il richiamo irresistibile di Bollywood: Saleem alterna in modo apparentemente schizofrenico flashback e flashforward. Anche lo stile di Rushdie, complesso, bizzarro, a tratti barocco e venato d’ironia grottesca rischia di risultare indigesto. Però, chi riesce a degustarlo con calma, viene ricompensato dal sapore unico di una prosa fantastica che solletica i sensi grazie alla sua capacità di evocare i colori, i rumori e i profumi dell’India.

La decisione finale spetta solo a voi. Potete scegliere il curry in polvere, ben confezionato, più lineare, ma comunque piuttosto fedele all’originale. Oppure, potete lasciarvi tentare dal gusto intenso e complesso del libro. In entrambi i casi, non rimarrete delusi: scoprirete, attraverso lenti colorate da un realismo magico che non ha nulla da invidiare a quello di Màrquez, il passato turbolento di una nazione e vi appassionerete alla storia di una stirpe condannata a circa cent’anni di Serpenti e scale.

Nota. Le riflessioni sullo stile di Salman Rushdie non sono farina del mio sacco: devo ringraziare il mio fidato Witness to the Times di R. M. Mingazzini e L. Salmoiraghi.

Photo credits: Di A. Savin (Wikimedia Commons)

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