Arabia Felix, non tanto felix

arabia felix thorkild hansen
Arabia Felix, Thorkild Hansen, Iperborea

Ho una lista di titoli che vorrei leggere e che, dopo anni di pura anarchia, sto raccogliendo in un taccuino. Arabia Felix faceva parte di questo elenco. Ho iniziato questo libro portandomi dietro un bagaglio di preconcetti e di impressioni, alcune corrette altre errate. Quello che non mi aspettavo era di rimanere folgorata da un cast di personaggi, degni della migliore tragedia, o, se preferite, serie tv.

Thorkild Hansen riscatta dall’oblio le gesta di una spedizione scientifica iniziata nel 1761 e terminata solo nel 1767. Una peregrinazione omerica che finisce col diventare una metafora della condizione umana e della sua continua e frustrata ricerca della felicità. La storia universale si rispecchia in quella singolare dei viaggiatori, che, a sua volta, ricorda sin troppo da vicino questa leggenda:

Un pomeriggio un contadino trovò una caverna sul fianco di un roccione nella regione montuosa di Mardin. Entrò e vide due uomini seduti a un tavolo su cui era ammucchiato alla rinfusa un immenso tesoro di oro e pietre preziose. Essendosi accorti della sua presenza, uno dei due uomini gli porse del nerofumo e gli disse di spalmarselo sulle palpebre. Il contadino fece come gli era stato detto e, nello stesso istante, diventò cieco e non recuperò mai più la vista.

Questo racconto orientale, riportato nel diario di Carsten Niebuhr, uno dei protagonisti dell’impresa, sembra racchiudere in sé il tragico fato di tutti i membri della spedizione. Niebuhr e i suoi compagni salpano da Copenhagen abbagliati dalla promessa di una terra favolosa, l’Arabia Felix, senza rendersi conto che la felicità che cercano è più evanescente di un miraggio:

Si direbbe che quel viaggio in Arabia in pieno secolo di prosaico razionalismo, risvegli tutta l’antica nostalgia nordica per il paese della felicità, poi riassopita in un profondo sonno.

Una malinconia a cui Hesse ha saputa dare forma sublime in Dall’India, ma che può rivelarsi fatale se non è accompagnata da una sufficiente lucidità e capacità di adattamento. Gli esploratori dovrebbero essere degli scienziati assetati di conoscenza, dei re magi nordici, capaci di dominare le loro passioni. Invece, sono solo degli uomini e, in quanto tali, imperfetti.

Nelle prime pagine di Arabia Felix, Hansen ritrae questi eruditi, in una serie di quadretti caratterizzati dal chiaroscuro, dall’alternanza di pregi e difetti. I tre destinati a giocare un ruolo maggiore portano in sé il seme del loro destino, il nerofumo che, in un modo o nell’altro, li priverà della luce. Hansen deve strappare il suo “cast” alle tenebre dell’oblio, a un altro tipo di oscurità che si impadronisce degli uomini.

Bareunfeind e Kramer ricoprono un ruolo secondario. Sono studiosi gentili e alla mano, ma non brillanti. Il primo è un disegnatore e incisore coscienzioso, senza demoni interiori da portarsi dietro come bagaglio. Il secondo, invece, appare come un uomo senza qualità: è l’unico a non lasciare nessuna testimonianza del suo viaggio. Il lettore deve comunque riconoscere a entrambi l’onore al merito per essersi imbarcati in un’avventura così rischiosa.

Tutt’altra rilevanza ha il trio vagamente freudiano composto da Haven, Forsskal e Niebuhr. Uomini dai caratteri totalmente opposti, destinati a entrare in contrasto. Von Haven è il tipo di opportunista che oggi ci aspetteremmo di vedere in tv nel ruolo di opinionista o di critico gastronomico. Ecco come reagisce quando si accorge di aver dimenticato la lettera di raccomandazione che gli avrebbe permesso di visitare un sito di inestimabile importanza culturale:

Ma qual è la reazione del nostro professore danese quando, dopo un viaggio di migliaia di miglia, a pochi passi dalla meta, si vede sfuggire (…) incredibili rarità? (…) Von Haven non insiste per entrare. Von Haven non domanda nessun manoscritto biblico. Von Haven chiede solo qualcosa da mangiare.

Forsskal, invece, è lo Sherlock del gruppo: un uomo geniale, altero, ossessionato dai suoi studi. Un precursore dei tempi, uno spirito liberale, ma offuscato dal nerofumo della sua superbia. Destinato a cadere, a finire nella polvere come Haven, perché l’Arabia Felix sembra disposta ad accettare solo chi è disposto ad adattarsi e a fare sfoggio di umiltà.

L’unico capace di assoggettarsi alle regole del misterioso Oriente è Niebuhr, il contadino divenuto erudito che sembra uscito da una fiaba:

Niente. Carsten Niebhur non era niente. Non era professore. Né dottore. Né figlio di pastore. (…) risponde punto per punto alle caratteristiche del tipico protagonista delle fiabe, il bambino orfano e povero destinato a diventare ricco e famoso.

Però questa è una storia vera, non un racconto per bambini: l’Arabia non è poi così felix e chiederà un pesante tributo a tutti i viaggiatori. L’Oriente è una terra di illusioni, di nerofumo a cui è impossibile sfuggire, il paese in cui i narratori cantano di tesori incomparabili, ma anche di contadini accecati e di una donna di nome Morte a cui nessuno può sfuggire.

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4 pensieri riguardo “Arabia Felix, non tanto felix

    1. Ti ringrazio :). Bazzico spesso sul blog di Claudia, ma la mia passione per gli eroi imperfetti tende a prevalere su quella per i viaggi letterari, portandomi ad apprezzare molto le sue recensioni, ma compiere scelte diverse quando mi ritrovo in libreria. Ora non mi resta che aspettare, con grande gioia, una tua recensione di Arabia Felix 🙂

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