I pesci non hanno gambe

i pesci non hanno gambe
I pesci non hanno gambe, Stefánsson, Iperborea

Opinione impopolare: I pesci non hanno gambe è un libro da leggere non tanto per la trama, quanto per lo stile e per le riflessioni che si intrecciano alle fila del racconto. Lo definirei come un dialogo filosofico-esistenziale tra la vita, la natura e gli islandesi. Uno di quei romanzi in cui lo scrittore riesce a catturare sia un sentimento nazionale sia le inquietudini che assillano i singoli, quelle che ti spingono a chiederti chissà se là fuori qualcun altro sta provando queste emozioni?

Jón Kalman Stefánsson trasporta i suoi lettori nel cuore nero dell’Islanda, in una cittadina tutt’altro che pittoresca:

Non lo dico con risentimento, ma Ari è l’unica persona che avrebbe potuto trascinarmi di nuovo in questo posto, sulla sterminata distesa di lava nera che si è arrestata nella sofferenza centinaia di anni fa, in alcune zone nuda ma in qualche punto il muschio è riuscito ad ammorbidirla e consolarla, vestirla di silenzio e di conciliazione (…)
È nuvoloso, le nubi scure hanno soffocato l’esitante chiarore dicembrino e la lava è come una notte da entrambi i lati della strada, la Reykjanesbraut. A metà percorso si accendono i lampioni lungo la carreggiata che con le loro luci persistenti vegliano sugli esseri umani, e sottraggono loro le stelle e il panorama, luci che oscurano la vista.

Keflavík è una città in agonia, che si è vista strappare le quote ittiche su cui si basava la sua economia: i suoi uomini non possono più guadagnarsi da vivere sfidando le onde. Questo agglomerato urbano incancrenito è il punto di partenza per il racconto di una saga familiare.

I personaggi principali sono accomunati dal desiderio di urlare, di mandare in frantumi una quotidianità che è diventata pesante come un macigno. Sia la nonna Margrét che il nipote Ari non riescono a fare i conti con due matrimoni che si sono logorati, con amori che sono caduti vittima della noia e della frustrazione.

I pesci non hanno gambe è un susseguirsi di flashback, di ricordi che squarciano dolorosamente il livido grigiore del presente, per riportare alla mente silenzi e incomprensioni. Nessuno sembra in grado di dare agli altri ciò di cui avrebbero bisogno: il governo non sostiene gli abitanti di Keflavík; le mogli e i mariti non riescono a comprendersi; i padri e i figli non comunicano; le apparenze rendono ciechi di fronte alla realtà. Il tempo della memoria si impone su quello dell’azione e obbliga i protagonisti a ripercorrere i loro passi: prima di poter proseguire, è necessario sottoporsi a una critica auto-analisi, a un umiliante esame alla dogana del passato.

In un paese in rovina l’unica bussola ancora valida, almeno per Ari e la sua famiglia, sembra essere quella dell’arte:

(…) avevamo capito nell’attimo in cui sette pernici si levarono in volo nell’aria sempre più scura e le ali bianche fendettero il buio sopra le nostre teste fu chiaro che io e Ari dovevamo dedicarci alla scrittura, con cui si era misurato anche qualche nostro parente, chi bene, chi meno, nessuno era molto tagliato per la felicità, e Ari voleva inoltre pubblicare libri, quelli che fanno la differenza, che hanno qualcosa da dire, che sono un volo che fende il buio. (…) “la cosa che impedisce di dissociarci (…) di andare in pezzi, di diventare sventura, una ferita gocciolante o pura e semplice crudeltà, è la creazione letteraria, la musica: l’arte. Al contempo scusante e giustificazione della nostra esistenza, al contempo ricerca e stimolo, accusa e grido, e il motivo per cui riusciamo, nonostante gli opposti inconciliabili dentro ciascuno di noi, a vivere senza impazzire (…). Il motivo per cui ognuno può, nonostante tutto, perdonare a se stesso di essere un uomo.”

La prosa che si tinge di poesia di Stefánsson è proprio questo: un’ala bianca, un frammento di pura bellezza, che si staglia contro lo sfondo nero di un mondo troppo spesso sterile e crudele. Vale allora la pena di perdersi a Keflavík, di visitare il posto più tetro d’Islanda per partecipare a questo dialogo tra l’eterno e lo scrittore. Una volta terminato il libro, al lettore restano molti quesiti senza risposta, ma anche una certezza, l’unica che l’autore può regalarci: là fuori anche qualcun altro è oppresso dallo sforzo di tenere insieme i pezzi e, come noi, si rivolge al potere salvifico della letteratura.

Photo credits > Selbst fotografiert (Juli 2004), Wikipedia

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3 pensieri riguardo “I pesci non hanno gambe

      1. Non ti preoccupare i refusi sono la croce di tutti noi blogger ;). Grazie mille per il tuo commento: sono felice che di essere riuscita a far percepire la qualità poetica della prosa e spero di poter leggere una tua eventuale recensione di questo romanzo! Buone letture 🙂

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