Da San Pietroburgo a Sanremo: un viaggio letterario

hotel angleterre nico orengo
Hotel Angleterre, Nico Orengo, Einaudi

Perché Sanremo è sempre Sanremo. Non c’è verso di sfuggire al Festival: basta accendere la tv per venire sommersi da commenti su canzoni e presentatori. Il mio entusiasmo per la kermesse, dopo un’adolescenza in cui ho messo a repentaglio le mie ossa per un autografo, è ormai scemato. Quindi, ho deciso di mostrarvi un altro volto della città ligure, al di là delle porte dell’Ariston. Però non mi sarei mai aspettata di dover iniziare il viaggio da San Pietroburgo e dall’Hotel Angleterre.

Come si va a vedere una città? Leggendo prima le pagine dei suoi scrittori, guardando i quadri dei suoi pittori, ascoltano i suoi musicisti, sfogliando documenti e analisi dei suoi storici?

Se lo domanda un Nico Orengo in partenza per una queste letteraria che ha come oggetto il ritrovamento della penna regalata da Goethe a Puškin. L’autore si perde in un bosco ricco di testimonianze storiche, di volumi, ma anche di ricordi familiari: quelli degli avi dell’autore-investigatore, spinti verso la riviera dalla rivoluzione, che finiscono con l’intrecciarsi al mistero della penna scomparsa.

La ricerca si svia, si frantuma in una serie di schegge di memoria, sembra risentire dell’influsso di un altro autore legato a Sanremo, di un certo scoiattolo della penna. Il lettore si deve allora adattare a un’andatura spezzettata, a vedere comparire tra le fronde sia spettri letterari come quello di Nabokov sia studiosi-aiutanti del cavaliere errante Orengo. Gli oggetti da ricercare si moltiplicano, si confondono, mentre restano solo due punti fissi, due stelle su cui fissare lo sguardo per non perdersi: il mito della Grande Madre Russia e quello di Puškin.

Hotel Angleterre si presta a più di un livello lettura e permette al lettore di scegliere la sua personale queste: conoscere l’autore dell’Onegin, scoprire come dietro un libro si celi sempre un altro romanzo da leggere, godersi due viaggi letterari. Io ho scelto questo ultimo approccio: vi condurrò dalle acque della Neva delle notti bianche sino al mare di Sanremo, seguendo la lenza di Orengo, il fil rouge dell’anima russa.

La San Pietroburgo di Puškin

Nella città di luce bianca e di morte, di cui Orengo immortala colori e atmosfere, impariamo a conoscere il poeta duellante e la sua influenza sulla cultura nazionale. Siamo immersi in un luogo che sembra uscito da una fiaba, ma di quelle dal finale amaro come la Storia del pescatore e del pesciolino.

La prima tappa è la casa di Puškin , il luogo dove viene nominata per la prima volta la misteriosa penna di Goethe:

il vecchio palazzo di Volkoskij nasconde una corte, piani nobili con galleria ad arcate. L’appartamento (…) è fatto per scivolare in silenzio da una stanza all’altra fra toilette di profumi, salotti e salottini, biblioteche e studi, dormeuse e comode poltrone.

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Poi ritroviamo la magnifica presenza dello scrittore in una teoria di statue:

C’erano aceri, c’erano tigli, c’erano olmi e betulle nella mattina gelata di Carkoe Selo e un vento a schiaffi che avrebbe potuto sollevare la giovane testa del liceale Puškin in bronzo seduto sul divanetto Thonet di Robert Bach. (…)

C’eravamo già passati di fronte al giardinetto del Palazzo Michajlovskij (…) ma non m’ero accorto che ci fosse una statua (…) alta, tranquilla, elegante, con il braccio desto teso e la mano aperta, come a voler dire: sono qui. Oppure: sono anche qui. Un sottolineare la sua presenza in Pietroburgo e, più in generale, nella cultura russa.

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Un ruolo conquistato in virtù di una vita frenetica, spesa fra amori, duelli, ribellioni, corte e salotti culturali e la realizzazione di opere come l’Evgenij Onegin e La figlia del capitano. Un’esistenza spezzata precocemente da un proiettile, da un duello:

L’amico era entrato nel caffè di Wolf e Béranger, sulla prospettiva Nevskij, all’angolo con la Mojka, ove era stato per l’ultima volta Puškin quel 27 gennaio del 1837. E l’aveva visto: con il bastone appoggiato alla spalla, il cilindro sul tavolo, un bicchiere di vino bianco davanti, in quella fissità di morte che più dei cadaveri hanno le state di cera. (…) Lo sguardo del poeta andava verso un calamaio, di fianco a un candeliere, dove erano immerse non una ma due penne…

La Sanremo russa

Una volta raggiunta la città rivierasca, ci rendiamo conto che lo spettro del poeta ci ha seguiti: su questo lungomare un Cajkovsij in preda alla malinconia si struggeva pensando alla partitura dell”Onegin:

C’era troppo sole a Sanremo, anche d’inverno, la vista era abbagliata dal giallo dei limoni, dal verde argentato degli ulivi, dal rosso pompeiano delle rose, dal ghiaccio bianco delle calle, per scrivere di morte. Tutto intorno parlava di vita: il mare aveva onde di cobalto e le rocce erano ricoperte da un muschio rosa.

Ancora una volta, Orengo ci regala una descrizione impressionista: la sua penna si trasforma in pennello. Invece, quando la stilografica si immerge nell’inchiostro del ricordo e recupera l’eco dei c’era una volta della nonna russa, Valentina Tallevič, ecco riaffiorare atmosfere incantate. La lenza che collega Pietroburgo e Sanremo è fatta di bagliori e fiabe:

(…) raccontava come fosse una fiaba l’arrivo (…) all’hotel Nice, dell’imperatrice Maria Aleksandrovna, la consorte dello zar Alessandro II. (…) Dono della zarina a Sanremo furono le palme, fatte arrivare da Nizza, che da allora, in omaggio alla sovrana russa, continuano a crescere su quello che si chiama, sul lungomare, corso Imperatrice.

sanremo-chiesa-cristo-salvatore

L’ultima tappa di questo viaggio in compagnia di tanti fantasmi, iniziato con la ricerca di una penna e terminato tra le ombre di un passato familiare destinato a diventare sempre più labile, non poteva che essere un cimitero:

Tornando verso la tomba dei Tallevič venni attratto da una lapide, mi avvicinai per leggere il nome del defunto: conte Aleksandr Akeksandrovič Musin-Puškin.

Proprio a questo lontano parente dell’autore dell’Onegin si deve la scoperta dell’Iliade russa, il testo su cui stava lavorando il poeta prima del duello fatale.

Il cerchio si chiude, o forse no: tra le lapidi della Foce ci sono anche quelle dei coniugi Calvino. Da qui potrebbe iniziare un nuovo viaggio letterario nella Sanremo della Strada di San Giovanni, perché un libro ti conduce sempre ad altri libri.

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