Amsterdam: la sinfonia crudele di McEwan

amsterdam ian mcewan

Per diverse pagine, mi sono chiesta perché questo romanzo di Ian McEwan si intitolasse così, visto che l’ambientazione era chiaramente londinese. Poi ho capito che Amsterdam è il luogo in cui si svolge l’atto finale, quello in cui si consuma il duello anticipato dalla copertina del libro: l’ultimo movimento di una sinfonia crudele e disturbante.

Al centro dell’opera, c’è una donna, Molly, di cui ci è dato sapere troppo poco: è morta, lasciando dietro di sé una serie di fotografie compromettenti e quattro uomini che la hanno amata. Quattro individui che non promettono niente di buono: George, il marito possessivo e vendicativo; Garmony un politico spregevole; Vernon, un direttore disposto a tutto per vendere più copie del suo giornale; Clive, un compositore accecato dal suo, presunto, genio. Amsterdam scava nei loro vissuti, portando alla luce, la loro vera, impietosa natura, la parte nascosta dell’iceberg:

Sappiamo così poco gli uni degli altri. Viviamo la nostra esistenza semisommersi, come masse di ghiaccio fluttuante, e spingiamo a galla soltanto la parte di noi presentabile, quella più bianca e compatta.

George, dopo la morte della moglie, è entrato in possesso di alcune foto che Molly ha scattato sotto il pelo dell’acqua: immagini che potrebbero rivelare il profondo, il sottosuolo inconfessabile di uno dei suoi tre amanti. Il marito decide di sfruttarle per innescare un meccanismo mortale che porterà a una sadica resa dei conti. Gli eventi successivi al funerale e alla scottante scoperta, faranno emergere dalle acque il lato peggiore di ognuno dei protagonisti, rivelando le segrete piccinerie, gli egoismi e le ceneri di odi mai sopiti che covano dietro le facciate di gente benestante, per bene:

Eccola qui la mia generazione. Che energia, che fortuna. Nutriti negli anni di assestamento post bellico a suon di latte e di zuppa passata dallo stato, poi mantenuti dalla timida, innocente prosperità dei genitori, avevano raggiunto la maggiore età con un lavoro in tasca, nuove prospettive universitarie, buoni libri in edizione economica; l’età d’oro del rock and roll, degli ideali alla portata di tutti. Quando la scala incominciò a cedere, quando lo stato smise di fare da balia e diventò severo come un’istitutrice, loro si erano già messi al riparo, si erano irrobustiti, per dedicarsi a varie imprese, orientare gusti, opinioni, fortune.

Mc Ewan dipinge un ritratto impietoso di questa generazione, attraverso le vite dei suoi quattro fortunate fews: George si nasconde tra le ombre, per complottare senza esporsi a rischi; Garmony ; Vernon maschera le sue vendette personali dietro l’esigenza di fare i conti con pubblico che preferisce scandali e articoli privi di spessore al vero giornalismo; Clive incarna l’egoismo di chi si è rinchiuso nella sua torre d’avorio, chiudendo la porta in faccia all’umanità.

Questo romanzo è una sinfonia, percorsa da più correnti sotterranee: temi che si intrecciano per creare un quadro cupo di una società egoistica che non ha saputo fronteggiare il crollo, la fine dell’età dell’oro. Ogni personaggio è una variazione che non sa integrarsi con le altre note, che crea dissonanze. Disarmonie che, in un gioco di specchi, si ritrovano anche nell’opera musicale che Clive sta componendo, per celebrare la fine del 1900: un vano trionfo dell’ego, che non dice nulla di nuovo. L’ennesima spia di un mondo in cui i contenuti, editoriali e artistici, non hanno più valore.

A un certo punto, durante la lettura, ho dovuto ricontrollare la data di pubblicazione del romanzo, 1998, perché mi sono imbattuta in un passaggio che suonava un po’ troppo attuale:

Aumenterà il numero delle persone sulla soglia della povertà, senza contare carcerati e senzatetto, ci sarà un incremento di criminalità e di disordini, come l’anno scorso. (…) Ci saranno conseguenze ambientai perché quello preferisce assecondare i desideri dei suoi amici capitalisti piuttosto che firmare accordi sul surriscaldamento del pianeta. Ci vuole fare uscire dall’Europa.

Gli scrittori dalla mente più acuta sono sempre un po’ profeti e sanno prevedere le tensioni che si agitano sotto il pelo dell’acqua. Come Clive, anche McEwan si è impegnato a comporre una sinfonia dedicata al tramonto del secolo, però la sua composizione non è priva di valore come quella del suo personaggio: più che un canto del cigno per un’epoca morente, sembra essere una perfetta ouverture per una nuova fredda e implacabile era dominata da chi sa nascondere la sua spregiudicatezza e crudeltà. Amsterdam lascia il lettore con l’amaro in bocca e con tanti interrogativi, da porre all’ormai muta Molly.

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6 pensieri riguardo “Amsterdam: la sinfonia crudele di McEwan

    1. Ho visto solo uno spezzone del film Cortesie per gli ospiti, scoprendo per caso che è stato tratto da quel romanzo di Ewan. Conosco ancora troppo poco questo autore (sto recuperando), ma devo dire che anche L’inventore di sogni mi è piaciuto molto. Buone letture!

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      1. Grazie per i consigli: è un autore di cui devo sicuramente recuperare molto. Direi l’aspetto inquietante ci può anche stare. Buone letture 🙂 !

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  1. Cortesie per gli ospiti è inquietante e macabro per certi aspetti, così come Il giardino di cemento, ma a me piace anche questo aspetto di McEwan. Purtroppo mi piace tutto di lui, e ancora non ho letto i suoi ultimi libri per il timore di finirli troppo in fretta 😉

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