Sotto le ciglia chissà

sotto le ciglia chissà de andré

Lacrime d’acqua scivolano giù secondo un loro spartito, spilli fitti oltre il muro dei vetri. La pioggia ha un suo ritmo ipnotico che riporta alla mente il fantasma di una melodia. Così mi viene da canticchiare sottovoce Dolcenera, mentre osservo il diluvio del cielo, alzando gli occhi dalla copertina di Sotto le ciglia chissà. Non appena leggo la prima pagina lo vedo lì, davanti a me: con una sigaretta tra le dita, mi guarda un po’ perplesso perché si aspettava di trovare lì un altro che mi somiglia. È vero, maestro De André: lui saprebbe raccontarti meglio di me, ma non è un uomo di lettere.

Quello che so di te viene dalle tue canzoni, da dischi che giravano con il passare dei miei anni inquieti, dai suoi discorsi e, adesso, da questi diari, da frammenti di parole scelte, appunti e schegge di ispirazione. Provo a ricostruire i carruggi di una Genova che fu, le vie di una città che sempre mi sfugge tra le dita, a vedere con l’occhio della mente il te bambino:

(…) preferivo giocare a biglie e, in anticipo sul mio mestiere futuro, inventare parolacce, per strada, con una banda di compagni, piuttosto che stare in casa a fare il signorino di buona famiglia – quale comunque ero, e quale sono rimasto per tanto tempo-, vivendo sulla mia pelle la drammatica schizofrenia di chi abita contemporaneamente da entrambi i lati della barricata.

Lui mi aveva ricordato di tenere a mente questa scissione, per intuire quali sogni si nascondessero sotto le tue ciglia, Faber. Ci sono idee e pensieri che mi sfuggono ancora, mentre altre gocce riesco a trattenerle tra le dita, a studiarle. Per esempio, capisco il tuo amore per Mutis (un autore a cui mi ha introdotto una lettrice d’eccezione) per i suoi personaggi che affrontano con dignità le sfide della vita e la morte. Oppure, la necessità di trovare le parole migliori, dialettali e non, di passarle al vaglio, di cesellarle sino a creare armonie di sillabe e significati.

In questi fogli di carta qualsiasi, scelti con l’urgenza di chi deve mettere nero su bianco un pensiero sfuggente, ti ritrovo intento a ribadire il tuo desiderio di restare dalla parte degli ultimi, contro ogni maggioranza:

Gli artisti, maledizione! Un intellettuale integrato, poverino, io lo capisco: è uno che legge dentro le righe e capisce quello che succede molto più degli altri. Capisco che se non è artista, se non riesce a trasformare quello che capisce in qualcos’altro che arriva ancora meglio, deve integrarsi: l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere.

Le tue parole irridono l’arroganza di chi si crede onnipotente, di chi non vorrebbe cancellare minoranze e diversità scomode. Non tolleri la presunzione di chi non ammette mai di essere nel torto, neanche davanti all’evidenza dei suoi errori. Ti sei lasciato alle spalle l’autorità per osservare il mondo da un altro punto di vista, da una prospettiva più alta, a volo d’uccello, per testimoniare e (non giudicare), per cantare un’umanità marginale. Gli omosessuali, i transessuali, le prostitute, i rom, i dimenticati hanno trovato un porto per anime salve nei tuoi testi:

Cantare, credo che sia un ultimo grido di libertà. Forse il più serio. Scrivere canzoni sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi.

L’importanza della canzone sta nella sua capacità di arrivare, almeno a livello subliminale, alla coscienza, di entrare a far parte di un patrimonio culturale. Ogni verso avrebbe dovuto incidersi nella memoria degli ascoltatori: per servire da deterrente a nuove guerre, per mettere in discussione le verità che vengono imposte dall’alto, per interrogarsi sulla realtà, per prendere le distanze da una società, senza possibilità di ricambio generazionale, che mette i giovani con le spalle al muro.

Ti sei sempre posto degli interrogativi, anche riguardo alle donne a cui hai dedicato tante parole appassionate e che, per te, sono sempre rimaste delle sfingi, degli enigmi. Allora, ti sei domandato se l’impossibilità di trovare un’uguaglianza tra i tuoi e i loro comportamenti, non fosse dovuta a un’istruzione troppo maschilista. Ti sei chiesto da dove venisse la ferocia del maschio, la sua tendenza alla sopraffazione:

Il fatto è che verso i maschi c’è molta più condiscendenza da parte dei genitori, c’è una forma di educazione che quasi si compiace della violenza, e questa educazione si è talmente radicata che la violenza è entrata, nel caso dei maschi, a far parte della memoria parentale: cioè temo che i maschi nascano violenti più per stratificazioni di cattivi insegnamenti che non per istinto.

La tua curiosità e la tua empatia ti hanno reso un uomo migliore. Nonostante la paura, simile a quella dell’areo, del palco, sei riuscito a comunicare il tuo pensiero alle platee a lasciare un ricordo indelebile nei cuori, ma non in tutte le coscienze: temo che questi giorni incerti ti rattristerebbero. Non so se sono riuscita a raccontarti, De André: i tuoi album e Sotto le ciglia chissà parlano di per sé. Prima che il tuo spettro svanisca come fumo, ti lascio lo spazio per un’ultima lezione:

Anche la canzone, nella sua parte letteraria e con l’aiuto della musica e della suggestione del canto, può esprimere punti di vista differenti e talvolta divergenti da alcune verità che si vorrebbero spacciare per assolute e incontrovertibili. Il testo di una canzone, come di qualsiasi altro genere letterario, ma forse più sbrigativamente, anche se in modo necessariamente meno approfondito, può riuscire a far comprendere che di verità assolute non ne esistono, che tutto ciò che si vuole spacciare per assolutamente vero è un inganno da parte di chi vuole tutto ordinare per poter meglio controllare.

Nota: L’uomo che mi somiglia è mio padre: ha conosciuto la Genova di Faber, quella ferita da un’acqua nera di malasorte. Non vive senza musica e mette su il disco di Anime Salve ogni volta che qualcuno nomina Fabrizio De André.

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Un pensiero riguardo “Sotto le ciglia chissà

  1. Ci sono luoghi magici, capaci di emanare energie creative decisamente speciali.
    Ma per comporre un brano musicale e come interpretarlo, c’è un motivo fondante, responsabile di aver fatto di questi luoghi magici posti unici al mondo: perseguire un’idea libera di espressione artistica. Questi sono i poeti del nuovo millennio e cantare è “un ultimo grido di libertà. Forse il più serio”. Ne convengo.

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