La campana di vetro

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Chiudete gli occhi. Immaginate di essere a New York, più precisamente a Central Park. Per parlarvi del libro di oggi, non potevo che prendere come punto di partenza il laghetto delle anatre del Giovane Holden. Una superficie ghiacciata, bianca e apparentemente perfetta, sotto cui si nascondono acque nere e senza pietà: leggere La campana di vetro equivale a rompere un guscio immacolato, per immergersi nel cuore di tenebra della metropoli e dell’America degli anni Cinquanta.

Esther Greenwood, la protagonista del romanzo di Sylvia Plath, dovrebbe essere l’invidia di migliaia di ragazze: ha vinto un concorso in cui era in palio un mese di praticantato a N.Y., presso una celebre rivista di moda. Dovremmo essere gelose di lei, ma non possiamo esserlo, perché il suo Sogno Americano, sin dalla prima pagina, viene offuscato da cupe nubi cariche di elettricità:

Fu un’estate strana, soffocante, l’estate in cui i Rosemberg morirono sulla sedia elettrica (…). L’idea della sedia elettrica, poi, mi fa star male fisicamente, e i giornali non parlavano d’altro; titoloni che mi guardavano fisso a ogni angolo di strada e all’imboccatura di ogni stazione della metropolitana con quell’odore di noccioline stantie. Non che mi riguardasse, ma non potevo fare a meno di domandarmi che effetto faceva, essere bruciati vivi lungo tutti i nervi.

La metropoli della Plath è una mela caramellata andata a male: appetitosa e luccicante, all’esterno, marcia all’interno. Dietro il fruscio di seducenti abitini, dietro visi ricoperti di cipria e labbra tirate a lucido, si nascondono inquietudini difficili da sopire. Camminando per le strade e scrutando oltre le facciate scintillanti, si intravvedono lampi di denti aguzzi: una tensione sotterranea agita gli animi, facendo emergere bolle di inaspettata violenza; l’ambizione e il desiderio di successo sono fardelli pesanti sulle spalle dei giovani; le convenzioni borghesi e sessiste avvelenano l’aria.

Esther passa da un incontro all’altro, da una giornata di shopping a serate in cui si sente invisibile, per poi ritornare in albergo e cercare di lavarsi di dosso l’angoscia. L’incontro con la grande città manda in crisi l’immagine di sé che si è costruita, quella della perfetta studentessa, obbligandola a confrontarsi con un avvenire incerto. La diciannovenne è ancora “green”, acerba. La sua dovrebbe essere un’età spensierata, quella delle possibilità, eppure questo giovane fuscello rischia di spezzarsi sotto il peso delle aspettative, di marcire:

Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come (…). Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista (…) e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.

Sylvia Plath prende ispirazione dal suo tormentato vissuto (che sarebbe tornato a perseguitarla) per mettere in scena il dramma di un’iniziazione alla vita soffocata da una campana di vetro. L’indecisione e la depressione che attanagliano Esther affondano le loro radici nell’atmosfera di un’epoca in cui era imperativo attenersi alle regole della morale borghese. Chi sgarrava, chi si permetteva di deviare dalle consuetudini rischiava di bruciare sui roghi della caccia alle streghe, di finire sulla sedia elettrica o sul lettino dell’elettroshock.

Tutte le ragazze che ci vengono presentate nel romanzo vivono sotto una cupola che le priva della libertà: sia quelle che riescono a celare le loro crepe con la cipria, sia quelle che lasciano venire a galla le loro inquietudini, scivolando nelle acque gelide della pazzia, come tante Ofelie alla deriva. Quando penso all’America degli anni Cinquanta, mi vengono sempre in mente le tinte pastello e i volti sorridenti di pubblicità sessiste che mi fanno rabbrividire (date un’occhiata a questa galleria dell’Huffingtonpost): ecco, questo è il mondo sottovuoto descritto dalla Plath.

Esther si rende conto di stare soffocando e, come ha sottolineato Paolo Simonetti nell’introduzione al volume, cerca di “rinascere” attraverso dei veri e propri rituali. Però, non ci è dato sapere se un giorno, nonostante tutto, riuscirà a liberarsi, a evadere dalla società e sfuggire ai suoi demoni interiori. La campana di vetro lascia il lettore in balia di acque oscure, senza consolazioni. Lo obbliga a guardare in faccia l’abisso della malattia mentale, ad assistere, impotente, all’appassimento di giovani fiori, ad accompagnare in manicomio una sfilata di bambole rotte.

Noi possiamo solo ritornare a Central Park e osservare ancora una volta il celebre laghetto congelato. Non abbiamo risposte, rimedi per le ferite: possiamo solo rendere omaggio ai grandi autori che hanno messo in luce gli anfratti più tenebrosi del Sogno Americano e della società contemporanea. Possiamo solo augurarci di riuscire a guardarci dalle gabbie di cristallo e di essere in grado di camminare sul ghiaccio.

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9 pensieri riguardo “La campana di vetro

  1. Bellissima recensione. Deve essere un romanzo molto interessante da leggere.
    A volte penso a quanto siamo fortunate a vivere nella società di oggi come donne. Manca ancora molta “strada” da fare, ma rispetto agli anni 50 abbiamo fatto passi da gigante.
    Penso che se fossi vissuta in quegli anni, come la protagonista, anche io mi sarei sentita come sotto a una campana di vetro. Non lo avrei sopportato

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    1. Grazie. Interessante, sì ma anche molto duro, proprio perché affonda le sue radici in una realtà difficile. Possiamo solo ringraziare tutte le donne che si sono impegnate per sfondare quella campana e cercare di seguire il loro esempio.

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  2. Amo in modo viscerale questa grande poetessa, praticamente ho letto quasi tutto quello che ha scritto ma ancora oggi stento a trovare l’equilibrio giusto per parlarne… Mi coinvolge troppo, mi scombussola dentro. Bella la recensione, hai evidenziato con chiarezza i fattori più rilevanti che condizionavano la società americana (e in particolare le donne) all’epoca.

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    1. Ti ringrazio. Se mai dovessi trovare, come dici tu, l’equilibrio per parlarne (non è semplice scrivere di lei e ammetto di aver esitato nel farlo, perché sapevo di non poterle rendere giustizia) leggerò con grandissimo piacere le tue parole.

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