Città di notte: l’altra America

città di notte john rechy
Città di notte, John Rechy, Marco Tropea Editore

Chi legge vive mille vite prima di morire… Quando mi immergo tra le pagine, mi spoglio della mia identità per assumerne un’altra, per guardare il mondo con occhi diversi. Lo faccio perché penso che un solo punto di vista sia troppo limitato: ho bisogno di conoscere più di quanto mi conceda la mia singola esistenza. Mi capita così di perdermi in luoghi che altrimenti non avrei mai esplorato, come l’altra America di Città di notte.

John Rechy, attingendo alla sua esperienza personale, ritrae un paese di anime inquiete, di uomini persi nelle tenebre. Negli anni sessanta, il suo irrequieto protagonista lascia El Paso per sfuggire all’amore soffocante della madre e all’indifferenza del padre. Il giovane trascina con sé, di metropoli in metropoli, i suoi tormenti, la sua frustrazione. Quello che attraversa è un paese senza grandi sogni, una teoria di skylines notturni, di falsi miti e illusioni:

In seguito avrei pensato all’America come a un’unica, vasta Città della Notte che si estendeva rutilante da Times Square a Hollywood Boulevard, tra il lampeggiare dei juke-box e i gemiti del rock and roll: l’America di notte che fonde le sue città di tenebra nella forma inconfondibile della solitudine. (…) Sesso di una notte e fumo di sigarette e stanze allagate dalla solitudine…

Non sono i soliti Stati Uniti, la terra promessa della libertà. Questa è la loro altra faccia, quella oscura: abitata da uomini che sono alla ricerca della loro identità sessuale ma che, quando iniziano a intuirne i contorni, tendono a negarla o sono costretti a nasconderla. Il protagonista è uno di loro: una volta arrivato a New York, la prima tappa del suo percorso di formazione, diventa un marchettaro. Eclissa la sua erudizione e il suo vero io dietro la maschera del duro ragazzo da marciapiede. Si richiude in sé stesso, evitando pericolose introspezioni, e si trasforma in un moderno Narciso, appagato, almeno in apparenza, dalla certezza di essere desiderato.

new york city

Per lui e per i suoi clienti l’amore non esiste, esistono solo rapporti occasionali, blandi palliativi all’isolamento, alla disperazione. Quasi nessuno è alla ricerca di una relazione stabile, perché questa implicherebbe un’accettazione della propria alterità, un’ammissione della propria omosessualità. Si preferiscono veloci abboccamenti, degradati da vili transazioni monetarie, che lasciano subito posto al vuoto e ai sensi di colpa:

DOPO TUTTO C’È QUESTO DA CONSIDERARE: Il mondo non ha un cazzo di buono. “Fai finta che non te ne importa un accidente e balli con quelli cui non importa davvero, o vai a fondo.”
(…) Con cadenza ricorrente, nelle vicinanze degli altri che battevano quei posti, sentivo un particolare, dilagante senso di colpa perché ero convinto di non essere intrappolato in quel mondo, mentre ero certo che gli altri lo fossero. Eppure, c’erano momenti diversi, in cui sentivo ancor più disperatamente di esserne parte perché ero andato a cercarmelo. Era un dilemma così conturbante, così difficile da capire, che provai a costringermi a non pensarci, forse perché avvertivo anche allora che la risposta all’enigma conteneva una verità troppo dura da affrontare.

I marchettari nascondono i loro dilemmi ostentando una virilità esibita. Sono perennemente in movimento: falene sperdute che vengono attirate dalle luci della città-calamita, New York, dagli illusori bagliori dorati della California oppure dal riflettore che scruta le acque oscure di Chicago. Il protagonista si sposta con loro, ascoltando le contraddittorie testimonianze di un tragico coro greco: voci di omosessuali, prostituti e travestiti, perennemente ingabbiati nei ruoli che si sono cuciti addosso.

hollywood boulevard los angeles

Gli attori di questo dramma sono angeli senza ali: sono intrappolati in una lotta continua che li porta a ferirsi a vicenda, a struggersi e a distruggersi. Ognuno lotta per conquistare un momento d’estasi, di liberazione, destinato a svanire. In tanti corrono dietro al falso mito della Giovinezza, del Ganimede da possedere per una notte. Tutti sfuggono l’Amore vero. Basta pensare al Professore che si perde in prolissi monologhi, cieco davanti all’affetto sincero, o a Neil che inspira gli effluvi del dolore, dei costumi di pelle, pur di non avvertire l’odore della sua fragilità.

John Rechy alterna capitoli in cui le anime salve salgono sul palcoscenico con le loro perle, frammenti di destini crudeli, e passaggi lirici in cui il protagonista vaga tra le tenebre, sfuggendo gli altri e sé stesso. Tra l’inchiostro spiccano apparentemente ingiustificate maiuscole: parole che si mettono i tacchi, erezioni improvvise che richiamano la nostra attenzione. Perché, per comprendere davvero questi uomini soli, bisogna squarciare un velo di omissioni, di menzogne, e sforzarsi di vedere oltre le maschere.

Non a caso, l’atto finale della vicenda si svolge a New Orleans nel giorno del Mardi Gras. La perseguitata comunità LGBT dovrebbe poter festeggiare in pace questa celebrazione del mondo al contrario, dei vinti. Invece, abbiamo l’impressione che nessuno sia davvero libero di esprimersi: la polizia obbliga i travestiti a tagliarsi i capelli, castrando il loro sesso già di per sé mutilato; un transessuale deve difendersi dall’assalto dei turisti invadenti; i prostituti continuano a recitare il ruolo di oggetti del desiderio.

mardi gras new orleans

Il protagonista decide di lasciare cadere comunque la maschera, di rivelare la sua solitudine, attirando l’attenzione di un misterioso angelo. Di solito, il cliché del nuovo venuto che riesce, in poche battute, riesce a intuire i tormenti del protagonista e a obbligarlo ad aprirsi urta il lettore. Però, nel caso di Città di notte c’è un buon motivo per chiudere un occhio su questo escamotage: il marchettaro-narratore ha mentito a sé stesso più di una volta, quindi, anche se non è poi così difficile dedurre cosa gli passa davvero per la testa, c’è bisogno di vederlo “sul lettino dello psichiatra” di sentire dalle sue labbra le verità che ha negato.

Le pagine dedicate al dialogo maieutico tra Jeremy e il ragazzo di vita sono tra le più vibranti e appassionanti del libro: sembra che Rechy abbia riversato in esse una parte della sua anima. Ogni frase è perfetta, necessaria, è una lama che si fra strada attraverso le illusioni delle anime salve, ma anche di chiunque abbia chiuso il suo cuore all’amore:

“È strano” disse però Jeremy “ che dobbiamo costringerci a non amare, o a non condividere, se non ami quell’altra parola… costringerci perfino a non riconoscere che l’amore è possibile. E così rendiamo il mondo ancora più marcio di quanto fosse quando ne abbiamo scoperto il marciume; e ci giustifichiamo dicendo che è il solo modo: diventare dei duri. O farsi inghiottire. E così contagiamo gli altri con la nostra alienazione originaria… E quando parlo di “marciume” intendo tutto ciò che reprime e proibisce, il marciume creato dalle persone per impedirsi di affrontare il vero orrore, quello che hanno dentro, la freddezza, l’incapacità di comprendere…”

Vale la pena di vivere questa vita, di scoprire l’altra America degli anni Sessanta, di comprendere la solitudine di questi personaggi. Nel loro dolore ritroviamo un frammento della sofferenza che accomuna tutti gli esseri umani: siamo naufraghi spersi in un mondo che si chiude a riccio davanti all’alterità e che ci spinge a fuggire davanti allo Specchio.

Photo credits: 1) Sunset over New York City: Public Domain, Wikimedia 2) Hollywood Boulevard: Davide D’Amico from London, United Kingdom, Wikimedia 3)The Rex pageant, Mardi Gras Day, New Orleans, La., c 1907: Detroit Publishing Co. , Wikimedia.

2 pensieri su “Città di notte: l’altra America

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