Film vs libro: Il paradiso degli orchi


La scorsa volta vi ho parlato di dieci film che mi hanno spinta a leggere i libri da cui sono stati tratti. Vi ho anche lasciati in sospeso preannunciandovi una svolta inaspettata, un dramma capace di far tremare i polsi dei lettori: mi sono ritrovata davanti a una pellicola che mi è piaciuta più del romanzo che l’ha ispirata. Il paradiso degli orchi mi ha messo in una situazione imbarazzante: devo confessare di preferire il signor Malaussène di celluloide alla sua controparte letteraria.

Eresia! Sacrilegio! Lo so, tutti i fan di Daniel Pennac staranno armandosi di torce e forconi, mentre la mia Musa sta facendo i bagagli e dandosi alla fuga.
MUSA: Io non resto ad aiutarti. Perché mi tocca fare da ispiratrice a una simile balorda?
UNRELIABLEHERO: Grazie, eh.
Lasciamo perdere la Musa e torniamo a noi. Ho deciso di cercare le ragioni di questa esecrabile predilezione, mettendo a confronto lungometraggio e originale.

LA TRAMA. Il punto di partenza è lo stesso: Benjamin Malaussène, per mantenere i suoi numerosi fratelli e sorelle, figli delle fughe d’amore di un’unica madre con diversi amanti non pervenuti, svolge il ruolo di capro espiatorio in un Grande Magazzino. In cosa consiste la sua mansione? Nel subirsi epocali lavate di capo ogni volta che un cliente si presenta all’ufficio reclami. Dietro queste strigliate si nasconde qualcosa di più, ma non vi anticipo cosa. L’insolito tran tran del protagonista procede come da copione, almeno sinché una bomba esplode all’interno centro commerciale, dando l’avvio a una serie di letali attentanti dinamitardi.

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© O.Taris Wikipedia

Il lungometraggio, pur partendo da queste promesse, compie un totale cambio di rotta: la risoluzione del caso è completamente diversa da quella proposta nel libro. Il Malaussène cinematografico indaga in un’atmosfera ricca di colori brillanti: l’orrore viene arginato dall’ironia e dal ricorso alla fantasia. Il giovane interpreta il ruolo dell’eroe nelle storie che inventa per la sua famiglia. Si ritrova in situazioni assurde, ma può contare sui suoi adorabili familiari e sull’aiuto di Zia Julie, un’intrepida giornalista. È il paladino, sfigato ma arguto, ideale per opporsi all’orco del magazzino.

Passiamo al romanzo. Anche qui abbonda l’ironia, ma solo quella nerissima, venata di grottesco. L’indagine di Malaussène, se di investigazione si può parlare visto che inciampa, per caso, negli indizi, lo porta a confrontarsi con un avversario molto diverso da quello presentato nel film. Questo orco è legato alla concezione dionisiaca e mistica della figura del capro espiatorio che sta alla base dell’intero ciclo di Pennac. La trama è fitta, intricata, a differenza di quella del film che tende alla semplificazione, sacrificando personaggi e filoni narrativi.

Vuoi perché in questo periodo sento il bisogno di un po’ di leggerezza, vuoi perché il film è più attuale, visto che la vicenda è stata trasportata dagli anni ’80 ai giorni nostri, incarnando meglio gli orchi del duemila, mi viene naturale preferire la pellicola al libro. Riconosco che la sceneggiatura non è all’altezza della complessità del romanzo, però la semplificazione è necessaria per evitare che lo spettatore si perda in meandri da cui si può uscire solo con i tempi più rilassati della lettura.

L’AMBIENTAZIONE. In entrambe le versioni ci ritroviamo a Parigi. In tutte e due si sente un po’ la mancanza di un’atmosfera genuinamente parigina: nel libro avrei voluto più descrizioni del quartiere multietnico di Belleville, mentre nel film mancano panoramiche dedicate alla città. Sia al cinema che in libreria, a dominare è soprattutto la figura dell’inquietante Grande Magazzino: Pennac ce lo mostra attraverso il velo della sua ironia nera, mentre il regista Nicolas Bary ha dalla sua il fascino art déco della facciata del La Samaritaine.

la samaritaine parigi
Original : Adrian Scottow modification : O.Taris

Punteggio nel match film vs libro (secondo la mia discutibile opinione): due a uno.

CAST VS PERSONAGGI. Qui vale la pena di concentrarsi soprattutto sugli interpreti che subiscono più cambiamenti nel passaggio dall’inchiostro alla pellicola. Infatti, alcuni dei numerosi componenti della famiglia Malaussène conservano in entrambe le versioni i loro tratti salienti: dall’epilettico cane Julius, ai due fratelli minori del protagonista (il Piccolo, con i suoi occhiali rosa, e l’esuberante ed esplosivo Jeremy).

Louna e Clara: nel film l’attore principale si ritrova con una sorella di meno perché si è deciso di sacrificare Clara attribuendo a Louna alcune delle sue caratteristiche. In questo caso, lo spettatore perde rispetto al lettore, perché la sorella “scomparsa” è un personaggio decisamente interessante: cattura la realtà con la sua macchina fotografica, così da poterla comprendere più fondo, senza tirarsi indietro davanti a quello che non le piace o la turba.

Therèse: la sorella “sensitiva” del protagonista. Nel film è intuitiva e riflessiva, sembra una sorta di adorabile nerd dei tarocchi, mentre nell’originale assomiglia di più a una Cassandra tragica, appassionata di Aleister Crowley.

Thèo: un collega e amico di Benjamin. Una finestra sul sottobosco omosessuale parigino che nel film, complice l’epocale cambiamento nella natura del caso degli attentati, viene chiusa, anzi non esiste proprio.

Zia Julie: la fiamma del protagonista mi piace in entrambe le versioni, ma solo se tengo in considerazione anche altri romanzi del ciclo, visto che ne Il paradiso degli orchi, diversamente dal film, non gioca un ruolo chiave nel finale. La Julie letteraria mi ha conquistata grazie a un’affermazione di Benjamin: il giovane la ritiene capace di affrontare il mondo intero, ma anche di preoccuparsi da morire se lui si dovesse incastrare un dito tra due cuscini. Adorabile.

L’orco bombarolo: non posso dirvi più di quanto ho già anticipato. Sapete quale versione preferisco.

Benjamin Malaussène: ultimo, ma non ultimo, ecco il capro espiatorio per eccellenza, l’attore principale. L’ago della bilancia, almeno per me, nella partita tra lungometraggio e libro. L’attore Raphael Personnaz ha dalla sua un certo fascino e un faccino da cane bastonato, ma, soprattutto, un po’ di pepe: è una vittima designata, ma, di tanto in tanto, riesce a sputare un po’ di veleno e a farsi valere. Invece, il Benjamin letterario è un vero e proprio martire, un santo:

Col suo modo di caricarsi sulle spalle tutti i peccati del Commercio, di piangere le lacrime della clientela, di suscitare l’odio di tutte le cattive coscienze del Grande Magazzino (…) con il suo straordinario dono di attirarsi sul petto le frecce vaganti (…).

Chi mi conosce, sa che mi piacciono i personaggi imperfetti e sfigati, senza l’aureola: il Malaussène di Pennac è un po’ troppo angelico per me. È mai possibile che per un intero ciclo di romanzi debba sembra venire incastrato e assumersi i peccati del sadico di turno, senza mai diventare un po’ più smaliziato? Questo qui è un capro espiatorio recidivo. Un caso umano. I fan della serie lo amano proprio per questo, ma la sottoscritta, pecora nerissima e senza cuore, assegna il punto della vittoria alla pellicola.

IN CONCLUSIONE. Sì, mi piace di più Il paradiso degli orchi di celluloide e, sì, me ne vergogno. Il romanzo è geniale, nulla da dire: è ricco di riferimenti metaletterari, ha una prosa impeccabile, personaggi carismatici, è un susseguirsi di trovate geniali. Però, non me ne sono innamorata. In mia difesa (e per cercare di placare eventuali folle inferocite) posso solo dire che anche Pennac ha elogiato il lavoro svolto dal regista Nicolas Bary.

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14 pensieri riguardo “Film vs libro: Il paradiso degli orchi

  1. Bravissima Benny! Al di là che si possa essere o meno della stessa opinione, hai saputo argomentare con grande precisione le tue preferenze. Si vede che hai analizzato a fondo entrambe le opere. Purtroppo non ho visto la pellicola, e quindi ho solo un parere, molto positivo, del romanzo. Ho letto Pennac una marea di anni fa, e cioè negli anni Ottanta. In quegli anni, quando uscirono i suoi romanzi, fu davvero una grande scoperta, che si differenziava da tutto quello che circolava in quel periodo.
    Complimenti! Pina

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    1. Ti ringrazio, l’obiettivo era proprio quello di “sviscerare” questa strana preferenza, cercando di rendere comunque giustizia anche al romanzo. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi dell’ultimo libro del ciclo: incrocio le dita per una tua possibile recensione de il Caso Maulasséne o di altri romanzi del ciclo. Buone letture!

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  2. Della serie Malaussène ho letto solo La fata carabina, non sapendo che facesse appunto parte di una serie. Lo stile di Pennac me l’ha fatto apprezzare moltissimo comunque. Per quanto riguarda Il paradiso degli orchi, leggerò prima il libro e poi vedrò il film. E’ raro trovare film all’altezza dei romanzi.

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    1. Dagli una chance allora, secondo me ne vale davvero la pena, ma si sa che sono di parte 😉 . La saga ha avuto successo negli anni 80 e adesso sta ritornando in voga perché è dato poco uscito l’ultimo (anzi credo penultimo visto che dovrebbe uscirne un seguito) volume.

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