Paura

paura richard wright

Anni Trenta, Chicago è percorsa da una crescente tensione: una linea invisibile segna il confine tra la parte della città destinata ai bianchi, ai cittadini per bene, e il South Side dove risiedono i poveri e pericolosi neri. Lo scrittore Richard Wright in Paura (Native Son) denuncia il razzismo di una società cieca, incapace di riconoscere uguali diritti a tutti e di rendersi conto di quanto sia rischioso continuare a tenere segregata una parte della popolazione.

All’inizio, questo libro mi ha spiazzata perché propone una prospettiva decisamente inedita. Di solito, gli autori che affrontano il tema della segregazione razziale mettono al centro delle loro trame afroamericani che sono stati ingiustamente accusati di un crimine, oppure attivisti che si impegnano per cambiare le cose. Qui, invece, il protagonista è un assassino, un giovane nero, Bigger, che si è sporcato le mani di sangue.

Il personaggio principale sembra incapace di amare, di provare empatia. Le sue azioni mi hanno spinta a prendere le distanze da lui, a doverlo vedere sotto una luce più oggettiva. Però, studiandolo dal punto di vista di un giurato, convocato per stabilire la severità della sua condanna, ho avuto modo di poter analizzare con freddezza sia le sue motivazioni sia la sua Chicago.

chicago south side

Bigger è cresciuto ai margini della società, sapendo di essere destinato a non avere chance, di non poter realizzare le sue aspirazioni e di doversi sottomettere ai bianchi. Però, a differenza di sua madre, non è riuscito a chinare la testa, ad accettare passivamente questa dolorosa consapevolezza. Giorno dopo giorno, l’odio e il risentimento si sono radicati nel suo cuore, divorandolo dall’interno, sino a renderlo estraneo ai suoi stessi cari:

Odiava la sua famiglia perché sapeva che soffrivano e che egli era impotente ad aiutarli. Sapeva che se appena si fosse lasciato andare a sentire pienamente come vivevano, la vergogna e la miseria della loro vita, la paura e la disperazione lo avrebbero travolto. Perciò manteneva verso di loro un atteggiamento di riservatezza che era come un sipario di ferro (…). Sapeva che appena avesse lasciato che entrasse pienamente nella sua coscienza la visione di ciò che significava la sua vita, si sarebbe ucciso o avrebbe ucciso qualcun altro.

Nella Chicago di Bigger, nel South Side, si respira ad ogni passo l’odore acre della paura. Un timore che spinge alcuni a nascondersi, a dire sissignore o nossignore appena incrociano un bianco. Un terrore che scorre nelle vene di chi si sente come una bomba ad orologeria, di chi sa che non riuscirà per sempre a contenere il suo odio. In città si gioca una partita pericolosa, perché le ferite causate da questa continua repressione stanno suppurando e l’infezione è destinata a colpire tutti i cittadini.

chicago south side

Alcuni rappresentanti del partito comunista e i loro simpatizzanti provano a scavalcare la linea che divide in due la metropoli. Però, per quanto ben intenzionati, sembrano essere incapaci di comprendere davvero i sentimenti degli afroamericani, di calarsi nei loro panni:

“Dì, Jan, tu conosci molti neri? Vorrei incontrarne qualcuno.”
“Non ne conosco nessuno molto bene. Ma li incontrerai quando sarai nel Partito”.
“Sono tanto emotivi! Che gente! Se riuscissimo mai a farli muovere…”.

Nella tavolozza di Wright ci sono solo tre colori che ritornano ossessivamente: l’avorio, l’ebano e il carminio. Il rosso non è quello delle bandiere comuniste, ma del sangue che verrà versato da Bigger. Il rancore del ragazzo, che nessun sipario di ferro è riuscito ad arrestare, fa esplodere la mai sopita tensione razziale che scorre nelle vene di questa Chicago in bianco e nero:

“Viene riferito che varie centinaia di neri impiegati in tutta la città sono stati licenziati. Una signora ben conosciuta, moglie di un banchiere, ha telefonato a questo giornale dicendo che aveva licenziato la propria cuoca nera, “per timore che ella potesse avvelenare i bambini.”

I bianchi si trincerano dietro la loro facciata rispettabile, illudendosi di stare agendo per il meglio. Più o meno consapevolmente, continuano a supportare la segregazione. Vorrebbero che tutti gli afroamericani restassero al loro posto, che si accontentassero di un’esistenza ai margini, con chance limitate, di sopravvivere invece di vivere. I bravi e onesti cittadini, come il ricco Mr. Dalton, sono in realtà degli ipocriti che si nascondono dietro una filantropia di comodo che non giova a nessuno se non alla loro stessa reputazione:

“Mr. Dalton, voi date dei milioni per aiutare i neri. Posso chiedervi perché non fate pagare loro un po’ meno di affitto per quelle trappole da sorci e mettete la differenza a carico delle vostre spese di beneficenza?”.
“Ma, far pagare meno di affitto sarebbe contrario al principio etico”.
(…) “Esistono forse degli accordi fra proprietari fondiari circa quello che i neri dovrebbero pagare di affitto?”
“No ma esiste un codice etico negli affari”.
“Perciò, i profitti che voi ricavate dalla famiglia Thomas con gli affitti, glieli restituite per alleviare il dolore della loro vita così soffocata, e per alleggerire la vostra coscienza?”.

south side chicago

La prospettiva scelta da Wright mette a nudo tutte le storture di un sistema che genera odio e ancora odio, di una società in cui un ragazzo può arrivare a credere che l’unico modo per sentirsi libero, per rivendicare la sua esistenza negata, passi attraverso l’esercizio della violenza:

Un ambiente così pieno di pastoie aveva così condizionato l’essere suo, che solo le parole dure e i calci producevano in lui la reazione di farlo drizzare e di renderlo capace di agire (…).

A fine lettura, non ho potuto assolvere Bigger: è innegabilmente colpevole. Però, non è il solo imputato del romanzo: ognuno dei cittadini che ha tracciato la linea che divide il South Side dal resto della città non può ritenersi assolto. Nel libro la cecità, l’incapacità di vedere, è un tema ricorrente: c’è da aver paura di tutti questi personaggi ciechi, sia di chi rimane accecato dal suo odio, sia di chi chiude gli occhi davanti al razzismo, illudendosi di non dover pagare il prezzo della sua ottusità.

Photo credits: By John H. White, 1945-, Photographer (NARA record: 4002141) – U.S. National Archives and Records Administration, Public Domain.

6 pensieri su “Paura

  1. Interessante per il tema trattato (il razzismo), sul quale è sempre utile riflettere anche nei nostri tempi, visto che serpeggia ancora ovunque. Ho sentito parlare bene anche del memoriale autobiografico, Black Boy (ragazzo negro), pubblicato negli anni ’40, che prima o poi mi piacerebbe leggere.

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    1. Il tema è decisamente attuale, infatti, se non sbaglio, stanno mettendo in cantiere un adattamento di questo romanzo (per quanto sia problematico riuscire a trasferire tante riflessioni e punti di frizione problematici sul grande schermo). Anche o dovrò recuperare Black Boy perché sembra decisamente interessante. Buone letture.

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  2. Un bel po’ di anni fa (credo alle medie, dunque parliamo di giurassico…) avevo letto Ragazzo negro: era una lettura “obbligatoria” della nostra prof di italiano, insieme a Il buio oltre la siepe e mi sembra di ricordare Radici (ma forse ero già al liceo). Purtroppo è un tema sempre attuale: cambia “l’oggetto” ma il verbo da declinare è sempre “odiare”. Grazie per questa interessante e non scontata segnalazione.

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    1. Avrei voluto avere questo autore come lettura obbligatoria, invece di altri testi… Hai ragione “odiare” è un verbo che sta prendendo piede e, almeno secondo me, uno dei pochi antidoti che abbiamo a disposizione sono libri come questo.

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  3. Pingback: Ho bruciato la notte – Unreliablehero

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