L’isola di cemento

l'isola di cemento

In questa puntata di Top Gear: cosa fare se, dopo un incidente, vi ritrovate bloccati in un’isola spartitraffico con la vostra Jaguar? Lo scopriremo insieme al nostro ospite di oggi, l’attore Tom Hiddleston. Scusatemi, ma non appena ho iniziato a leggere l’Isola di cemento non ho potuto fare a meno di pensare a un certo programma della BBC e alla star che ha recitato nell’adattamento di un altro inquietante romanzo di J.G. Ballard (High Rise, tratto da Il condominio).

Forse è successo perché le prime pagine di questo libro trasudano angoscia e si sente il bisogno di stemperare un po’ l’ansia. La situazione in cui si ritrova l’architetto Robert Maitland è un vero e proprio incubo metropolitano: resta intrappolato in una sorta di isola, in uno spartitraffico separato dall’autostrada, dal resto del mondo. La sua macchina è ridotta a un rottame, così lui è costretto, suo malgrado, a recitare il ruolo di un novello Robinson Crusoe, relegato ai margini della civiltà:

L’erba alta. Segata dalle piste tortuoso che indicavano i suoi movimenti attorno alla macchina, si stava riassestando e quasi nascondeva l’argento della Jaguar. Abbracciava l’isola una luce giallognola e sottile, simile a una brezza sgradevole che salisse dall’erba, suppurando sul terreno come sopra una piaga mai sanata.

Se questo romanzo fosse stato scritto da un altro autore, assistereste a un semplice riadattamento in chiave moderna del classico di Defoe, alla lotta per la sopravvivenza di un self-made man caparbio e coraggioso. Invece, qui le cose sono un tantino più complicate: all’inizio Maitland (il suo cognome ricorda un po’ troppo la parola mainland, terraferma) appare come il tipico borghese con tanto di giacca elegante, grigio ménage matrimoniale (à trois visto che ha un’amante), ma dietro le apparenze si nasconde un uomo dalla psiche complessa e tortuosa.

Lo spartitraffico di Ballard è una metafora della mente umana, una discarica per relitti del passato che riaffiorano dalle acque torbide dell’inconscio:

A tre metri di distanza, seminascosti da un cespuglio di ortiche, de gradini scendevano in uno scantinato.
Mentre osservava le rovine del botteghino, gli riapparvero nebulose immagine dell’infanzia, quando andava al cinema locale che programmava immancabilmente film dell’orrore con vampiri. A poco a poco, l’isola si trasformava in un’esatta riproduzione della sua mente: quegli spostamenti su un territorio ignoto non rappresentavano solo un viaggio nel passato dell’isola ma anche nel suo.

Un viaggio che l’architetto non compie da solo perché anche lui, come Crusoe, ha un Venerdì, anzi più di uno. Entrano allora in scena due personaggi che richiamano un altro naufragio, quello della tempesta shakespeariana: sembrano versioni moderne e alienate di Sycorax e Calibano. In quest’isola urbana non c’è più spazio per la magia, per il potere salvifico della parola: i tre naufraghi non hanno una bacchetta magica o spiriti da comandare. Le uniche presenze che abitano questo luogo dimenticato sono i loro demoni interiori.

I paralleli con l’opera di Shakespeare sono evidenti nelle scene in cui Maitland interagisce con il suo Calibano, il disgraziato Proctor: come Prospero, gli insegna la sua lingua, o meglio finge di farlo e, come il mago, comanda la sua creatura. Però, allo stesso tempo, Robert si comporta anche come l’intrigante Stefano, cercando di controllare “il mostro” con l’alcol. Le interazioni tra i due fanno emergere tutte le zone d’ombra dell’architetto, tutti i suoi impulsi più contraddittori e violenti.

Come ne Il condominio, anche in questo romanzo un pezzo di cemento si trasforma in una trappola, in una gabbia da cui sembra impossibile evadere. Nella distopia del monolite, della costruzione divenuta costrizione, i personaggi si spostavano freneticamente dall’alto verso il basso e viceversa in ascensori cromati. Invece, nell’isola si susseguono cadute e tentativi di risalita dell’argine, della riva che separa il piccolo mondo dei naufraghi dalla metropoli che li ha espulsi.

Ballard mette a nudo il volto inquietante delle città moderne, rinchiudendo i suoi protagonisti in ambienti chiusi dove vengono alla luce gli istinti più bassi e animaleschi. Sono luoghi che paiono dotati di una propria anima, che risucchiano le energie e la volontà: la vegetazione dello spartitraffico si fa sempre più rigogliosa, mentre Maitland deperisce. Eppure, i novelli Crusoe dello scrittore non sembrano poi così desiderosi di fuggire: non sono tanto le sinistre isole di cemento a rendere conturbanti le opere di questo autore, quanto i naufraghi che le abitano. State in guardia.

7 pensieri su “L’isola di cemento

  1. Davvero intrigante! Sembra che questo Ballard riesca a creare delle narrazioni avvincenti “recintando” i protagonisti in luoghi particolari dove far uscire le loro personalità inquietanti. Mi è piaciuto il riferimento a Top Gear all’inizio della recensione, vista la trama ci sta tutto. 😀

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  2. Pingback: Regno a venire: una distopia urbana – Il verbo leggere

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