La peste: essere un uomo

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Cosa stavo cercando? All’inizio di questa settimana ho scartato una pila non indifferente di romanzi: ho consultato svariati blog letterari e ho lasciato perdere due libri che avevo sul comodino. Niente sembrava andare bene. Fingerò che sia successo solo per colpa di un senso di irritazione provocato dal caldo. Proprio quando stavo per darmi per vinta e per contemplare la sconvolgente prospettiva di non leggere niente (orrore), mi sono imbattuta in una copia de La peste di Albert Camus. Non lo sapevo ancora, ma era proprio il romanzo di cui avevo bisogno.

Stando alla trama, questo dovrebbe essere il resoconto di un’epidemia. Negli anni Quaranta, una terribile pestilenza si abbatte sulla città di Orano. La calamità inizia in sordina, con l’improvvisa apparizione di alcuni sorci, poi infuria in un’escalation di disperazione e morte. Camus mette al centro della sua opera un gruppo di uomini, volti diversi di un’umanità costretta a confrontarsi con un flagello: il dottor Rieux, il suo amico Jean Tarrou, il giornalista Rambert, l’impiegato e aspirante scrittore Grand, il signor Cottard, il giudice Othon e Padre Panelux.

La peste potrebbe essere solo questo: la cronaca di un’emergenza. Però la citazione che accoglie i lettori sulla soglia del romanzo invita a non prendere il testo troppo alla lettera, a non fidarsi delle apparenze:

È ragionevole descrivere
una sorta d’imprigionamento per mezzo d’un altro
quanto descrivere qualsiasi cosa
che esiste
realmente
per mezzo di un’altra che non esiste affatto (Daniel Defoe)

Dopo averla letta, ho sentito il bisogno di approfondire, di non lanciarmi a testa bassa nel libro. Ho deciso di affidarmi a due virgili: la raccolta di tropi Tv Tropes e le guide letterarie di Shmoop. Da questo momento in poi entreremo nel cuore pulsante del romanzo: non vi anticiperò nulla a livello di trama, ma vi rivelerò la metafora che sta alla base del testo. Se volete scoprire da soli cosa è stato descritto per mezzo di qualcos’altro, non spingetevi oltre.

Secondo l’opinione di diversi commentatori, riportata su TvTropes, il morbo che appesta Orano è il fascismo. La città rappresenterebbe la Francia occupata, isolata dal resto del mondo, e divisa tra chi ha accettato il predominio della Germania (chi si arrende all’inevitabilità del contagio) e chi è entrato nelle file della Resistenza (chi sceglie di prestare servizio come volontario nei corpi sanitari).

Più in generale, si può considerare la malattia come un’incarnazione del Male, come un morbo morale simile a quello descritto da Saramago in Cecità. Un male che coglie gli uomini di sorpresa perché preferiscono non vederlo e considerarlo come un semplice raffreddore passeggero piuttosto che come una malattia cronica:

Quando scoppia una guerra, la gente dice “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi.

Gli abitanti di Orano negano l’evidenza, aggrappandosi alla speranza, a facili illusioni. Fingono di non vedere quello che sta accadendo, finché non è troppo tardi. Si ritrovano così prigionieri nella loro stessa città: condannati, per una colpa ignota, a un inconcepibile imprigionamento. I loro valori, i loro ideali, sono messi in crisi: la religione non fornisce risposte facili, così si preferisce affidarsi a falsi idoli, all’oblio. Le giornate finiscono con l’assomigliare l’una all’altra: sono identiche, insensate e opprimenti. Il trascorrere delle ore è scandito solo dall’annuncio di una nuova conta dei morti.

albert camus

Prima o poi tutti gli esseri umani sono costretti a fare i conti con la questione del male, a confrontarsi con il dolore, con la brutalità di un mondo ingiusto e con l’inevitabilità della morte. Durante l’epidemia, i protagonisti del romanzo sono messi di fronte a questi problemi esistenziali, a drammi universali. Quelle che Camus ci presenta nel corso della narrazione sono delle risposte individuali, dettate da diverse concezioni della vita.

Uno dei personaggi si arrende al male, perché lo considera come una forza a cui non si può opporre resistenza e che, anzi, va assecondata. Altri si lasciano assorbire da fatiche di Sisifo che rispecchiano l’assurdità della vita: tentano inutilmente la fuga, trasferiscono ossessivamente dei ceci da un contenitore all’altro, riscrivono in continuazione una frase che finisce col diventare un simbolo dei limiti del linguaggio davanti a un mondo privo di senso.

Dall’altra parte della barricata, ci sono uomini come Jean Tarrou e Rieux che portano avanti una forma di resistenza. Jean ha perduto la pace quando si è reso conto che tutti gli uomini vivono nella peste, che il male è ovunque. Ha deciso di schierarsi dalla parte delle vittime, di limitare “l’epidemia” in ogni modo possibile, pur sapendo che la sua è una battaglia che sembra già persa in partenza:

Dico soltanto ce ci sono sula terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere un flagello. Questo le sembrerà forse un po’ semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero.

Tarrou aspira a una sorta di santità laica, a un nobile ideale. Invece il suo amico Rieux non prova molta simpatia per gli eroi:

“Ma lei lo sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”.

Secondo la concezione di Camus, “essere un uomo” significa seguire l’esempio del dottore: impugnare armi spuntate contro il male, non arrendersi di fronte all’assurdo, alla prospettiva della morte, e continuare ad affermare la propria umanità. Non è una battaglia facile: il cuore rischia di andare in pezzi davanti alla sofferenza, ma è sempre meglio metterlo in gioco piuttosto che dimenticarsi di averlo.

Sta a noi lettori decidere quale esempio vogliamo seguire: possiamo iniettarci il vaccino che lo scrittore ci ha offerto, così da riuscire a “vedere” il contagio, oppure possiamo decidere di non fare niente e lasciarci appestare. Non è questione di diventare santi o eroi, si tratta solo di capire se vogliamo “schierarci dalla parte dell’umanità”, pur sapendo che potremmo finire nel novero dei vinti.

Photo credits: By Photograph by United Press International.

12 pensieri su “La peste: essere un uomo

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