La melodia di Vienna

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Il Downton Abbey di Vienna: quando ho letto queste parole sul frontespizio, sono stata tentata di rimettere il libro sullo scaffale. Non amo quella serie televisiva e ho già avuto una brutta esperienza con un romanzo storico che ne ricordava le atmosfere. Eppure, vuoi perché la Mitteleuropa esercita un certo fascino su di me, vuoi perché ho sentito solo parlar bene dello scrittore Ernst Lothar, ho deciso di dare comunque una chance a La melodia di Vienna (Edizioni e/o, 2014).

Iniziamo bene, ho pensato quando, sulla soglia del testo, sono stata “travolta” da una sfilza di personaggi che mi sono venuti incontro tutti insieme. Nel giro di un paio di pagine, ho dovuto fare la conoscenza di tutti gli inquilini del numero 10 di Seilerstätte, dimora alto-borghese fondata dal fabbricante di pianoforti Chrisoph Alt:

Con le sue sette finestre che davano sulla angusta Annagasse e le sei finestre affacciate sulla più ampia Seilerstätte, con l’intonaco di un giallo-grigio opaco e la facciata in puro stile Maria Teresa, aveva un aspetto imponente ed emanava un senso di agiatezza. Se non fosse stato per la cartoleria al piano terra, che vendeva articoli comuni, si sarebbe potuto ritenere il numero 10 della Seilerstätte (…) il palazzo di un aristocratico. Questa impressione era avvalorata da un blasone in pietra che sovrastava l’ingresso principale. (…) un angelo nudo del tipo che a Vienna era chiamato angelo musicante.

Più che a Downton Abbey mi è venuto quasi subito da pensare ai Buddenbrook di Thomas Mann: la stessa cronaca familiare, lo stesso susseguirsi di generazioni sotto un unico tetto, lo stesso senso di una fine annunciata, di una decadenza inevitabile. Non ho apprezzato, scandaloso a dirsi, il capolavoro di Mann, perché non sono riuscita ad entrare in empatia con nessuno dei personaggi. Invece durante la lettura de La melodia di Vienna sono stata catturata da due figure: dalla bella Hetti e dal suo primogenito, Hans Alt.

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Luoghi del romanzo: il Burgtheater

Quello di Henriette (Hetti) è un arco narrativo all’insegna della ricerca di una felicità perduta e mai ritrovata. Una vita che si snoda tra gli ultimi bagliori dell’Impero Austro-ungarico e il trauma dell’Anschluss. Questa donna affascinante, ma anche profondamente ingenua, ci viene presentata come una Madame Bovary in salsa viennese: sogna l’amore con la A maiuscola e disprezza l’uomo che è stata costretta a sposare, il rigido e borghese Franz Alt. Su quel “costretta” ci sarebbe molto da dire, visto che è stata lei stessa a intrappolarsi, a costruirsi una gabbia, per colpa della sua impulsività e mancanza di giudizio.

Per buona parte del romanzo, Henriette vive con indosso una maschera, quella della vittima, della mogliettina frustrata, e si lascia scivolare addosso eventi familiari e storici. Resta ripiegata su un unico, fatale istante, la morte del principe Rodolfo, il suo amante regale, mentre l’Impero si frantuma intorno a lei. Hetti si risveglierà dal suo “doppio sogno” solo quando le svastiche invaderanno Vienna. Gli antisemiti la obbligheranno a ricordarsi delle sue radici ebree, a cui lei non ha mai dato importanza, ma che non le sono mai state perdonate dai membri più conformisti della famiglia Alt.

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Luoghi del romanzo: Hotel Sacher

Henriette impara a fare i conti con la verità solo durante l’ultimo atto della sua esistenza, invece suo figlio Hans si accorge ben presto che il mondo dorato, borghese, degli Alt è un’illusione destinata a infrangersi contro gli scogli della storia. Sin da adolescente, Hans sente di stare vivendo all’ombra di adulti che vorrebbero modellare i giovani sul loro stampo e che non li ritengono degni di stima:

I figli delle buone famiglie borghesi temevano i loro padri, e i padri li trattavano – con condiscendenza – come “pappemolli” oppure – con rabbia – come “figli degeneri”, termine romanzesco che lo indignava perché dava pregiudizialmente la colpa ai figli.

Il giovane borghese cerca di comprendere i moti che agitano l’Impero e si sforza di osservare la realtà con occhi nuovi, liberi dai preconcetti che suo padre e i suoi professori hanno cercato di inculcargli. Prova a comprendere le istanze sociali che infiammano Vienna, a mettersi nei panni dei più poveri, pur restando all’interno della sua sfera privilegiata. Quelle insurrezioni sono destinate a sfociare nell’esperienza traumatica della Prima guerra mondiale: fine di un’epoca e di un regno.

Hans conosce alcune delle cause della tempesta che si è abbattuta su Vienna e delle nuove bufere in avvicinamento, ma non intuisce uno dei motivi principali del crollo di quel gigante dai piedi d’argilla che era l’Impero di Francesco Giuseppe:

(…) l’Austria-Ungheria era sì stata uno “Stato plurinazionale” ma anche, nel cuore dell’Europa, uno stato coloniale, poiché tutte le sue nazionalità, fatta eccezione per quella di lingua tedesca, ne facevano parte contro la propria volontà e (…) esigevano con pieno diritto quella autonomia che spettava loro come a ogni popolo.

Hans si definisce spesso come un “uomo senza qualità”, ma, in realtà, è un borghese idealista. Lui, a differenza di quasi tutti gli altri Alt, non ha paura di varcare i confini angusti di Seilerstätte. Purtroppo, anche Hans è destinato allo scacco, a finire dentro una ragnatela. Su tutti i viennesi incombe una vedova nera, oscena e terribile: la svastica. Toccherà proprio a lui, quando l’angelo suonatore, il blasone della sua casa natia sarà ridotto in frantumi, suonare la melodia di Vienna, opporre una disperata e poetica resistenza alla barbarie.

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Luoghi del romanzo: Prater

Il romanzo storico/saga familiare di Lothar non mi ha ricordato tanto Downton Abbey quanto l’opera di Mann e La marcia Radetzky di Joseph Roth. Come Roth, Lothar mette a nudo le cause che hanno portato alla disfacimento dell’Impero Austro-ungarico e che hanno aperto la strada all’Anschluss. Però l’ultimo movimento della La melodia di Vienna si apre alla speranza, a una possibile risurrezione. La casa degli Alt, simbolo di un intera nazione travagliata, potrà risorgere dalle sue ceneri:

Abitavano e abitano tuttora in una casa piena di contraddizioni, ambigua, labirintica, assurdamente sensuale, splendida e terribile, che si erge in una posizione centrale, demoniaca, con quelle sue profonde cantine, una casa che è la casa d’Austria. Essa poggia sulle fondamenta eterne della natura umana, laddove essa è più vicina alla terra e al cielo. Per questo risorgerà dalle rovine come l’araba fenice.

Sulla rinascita non ci sono dubbi. Però resta un scomodo interrogativo: a rifondare l’Austria (e l’Europa) dopo la Seconda guerra mondiale sono stati gli eredi di Hans o i suoi più gretti familiari, gli stessi che avevano riempito quella magione di spettri? A voi l’ardua sentenza.

Photo credits (Wikimedia): 1) Di Georges Jansoone – Opera propria, CC BY 2.5, 3) By Gugerell – Own work, CC0.

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3 pensieri riguardo “La melodia di Vienna

  1. Un bel romanzo, direi, che spinge a riflettere sulla storia, aspetto da non sottovalutare mai. Come sai, mi piace questo genere di romanzi quindi mi sa che lo leggerò. Quanto all’Europa, ha sì cercato di rigenerarsi ispirandosi a principi di equità e solidarietà, ma che poi questa strada non abbia subito deviazioni è, temo, una romantica illusione.

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    1. Sei precisa e onesta nelle tue riflessioni storiche, come sempre d’altronde. Il bello è che stavo montando questa recensione proprio quando è uscito il tuo articolo dedicato a “Le donne di Lazar” 😉 (romanzo sul Novecento che ho messo prontamente in wishlist).

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