Principianti

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Un uomo armato di ascia si avventa su personaggi, dialoghi e sentimenti, facendoli a pezzi. L’inchiostro scorre come sangue. L’autore di quelle frasi mutilate inorridisce. Invece il carnefice sorride, estatico. Quando ho provato a immaginarmi l‘editing subito dai racconti di Raymond Carver, mi è venuta in mente una scena del genere. La raccolta Principianti (Einaudi, 2009) rende giustizia a quelle storie ferite, permettendoci di riscoprirle nella loro versione originale.

Per la prima volta in vita mia, ho deciso di leggere un libro non in virtù della sua sinossi, ma per via della sua travagliata genesi letteraria. L’idea che un editor potesse sopprimere più del 50% di un testo, operando assurde liposuzioni, mi aveva scioccata. I racconti di Carver, stando a uno che se ne intendeva, ovvero al compianto Philip Roth, non avevano nessun bisogno di una brutale revisione:

Timbro, ritmo, costruzione, tono, atmosfera, equilibrio, lessico, varietà, ripetizioni: nella versione originale di Principianti ogni cosa è perfettamente ponderata ed eseguita.

Negli anni Ottanta, il pubblico ha conosciuto queste storie nella loro versione minimalista, mutila, intitolata Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981). Intanto il loro autore cercava di chiudere gli occhi davanti ai segni di sutura, di mettersi il cuore in pace in attesa di poter ripubblicare l’opera, riempiendo i vuoti creati dall’editor Gordon Lish. Ci sono voluti quasi trent’anni perché i racconti feriti venissero “restaurati” e riproposti ai lettori nella loro perfezione originaria.

edward hopper dipinto

Questa edizione di Principianti include anche una selezione di lettere inviate da Carver a Lish: appelli di un uomo straziato, che cercava di preservare l’integrità della sua opera. La disperazione che permea quelle missive (l’angoscia di chi si è allontanato dall’abisso della depressione e dell’alcolismo, ma si muove ancora su un terreno instabile) è tangibile in ogni pagina dell’antologia.

Ognuna di queste storie, come ha notato un recensore su Ibs, ricorda l’atmosfera dei dipinti di Hopper. A fine lettura, delle scene evocative restano impresse nella retina del lettore. Si viene così a creare una galleria di tele vagamente sinistre: dalla camera da letto sistemata sul prato davanti a casa, alle due biciclette abbandonate sul ciglio della strada, alla torta caduta sul vialetto. Scene di vita quotidiana, interni e esterni, in cui lo splendore del sogno americano ha lasciato posto alla penombra dell’inquietudine e all’ombra della solitudine.

Di cosa parlano questi racconti? Di amore, come suggeriva il titolo dell’edizione mutila, di una passione che brucia la gola come una sorsata di whisky puro. I quattro protagonisti della novella Principianti si interrogano, tra un bicchiere di gin e l’altro, proprio sulla natura di questo sentimento. Il quadro che viene fuori dal loro “simposio”, nonostante qualche sprazzo di luce, è desolante:

-Siete stati entrambi sposati, proprio come noi. E probabilmente prima di sposarvi avete amato altre persone ancora. E la cosa tremenda, la cosa veramente tremenda, ma anche la cosa buona, la benedizione dal cielo, per dirla così, è che se a uno di noi succedesse qualcosa – scusatemi se lo dico -, insomma, se succedesse qualcosa a uno di noi, mettiamo domani, secondo me, l’altro, l’altra persona, soffrirebbe per un po’, sapete, ma poi il superstite ne uscirebbe e amerebbe di nuovo, si troverebbe presto un’altra persona da amare e tutto questo tutto questo amore – Gesù, riuscite a immaginarlo? – diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello.

Non c’è spazio per il facile sentimentalismo: qui si parla di assenze, di tradimenti, di desideri che finiscono in frantumi e anche di violenza. I personaggi di Carver sono più tesi delle corde di un violino. Il lettore avverte quell’angoscia, quel senso di attesa dell’inevitabile e, di pagina in pagina, si lascia avvinghiare dalle spire di una prosa essenziale. L’autore ha dosato ogni parola, ogni dialogo: non c’è nulla di superfluo.

nighthawks edwar hopper

Il volume si apre con un trittico (Perché non ballate?, Mirino, Che fine hanno fatto tutti?) incentrato su degli uomini soli, amputati di uno o più affetti: si perdono nei loro ricordi, rimpiangono ciò che hanno perduto e leggono i fondi di un bicchiere in cerca di risposte. Dopo aver finito questi racconti, ho sentito l’esigenza di rileggerli, di scrutare nei silenzi, nelle omissioni (volute) dell’autore.

Il “non detto” ossessiona il lettore perché spesso i personaggi tacciono, invece di riuscire ad esprimere ad alta voce pensieri purificatori e risolutori (La vuoi vedere una cosa?). Le parole rimangono incastrate in gola, incasinando rapporti sentimentali e vite: i figli non hanno niente da dire e da dare ai padri (L’avventura), mentre i genitori lasciano andare in frantumi i loro matrimoni perché sono incapaci di discutere di ciò che è davvero importante (La torta).

L’altra faccia della medaglia è la violenza, l’unica valvola di sfogo, insieme all’alcool, di questi personaggi oppressi da colpevoli omissioni. A pagare il prezzo più alto sono le donne, che diventano prede (Di’ alle donne che usciamo) o meri pezzi di carne da osservare con disinteresse (Con tanta di quell’acqua a due passi da casa). In alcuni casi la ferocia si scatena dopo una snervante attesa, dopo una lenta danza di falena intorno alla fiamma della pazzia (Dummy), mentre in altri bastano tre lucide e crudeli paginette (Mio).

 

Le feroci ironie della vita e i colpi d’ascia del fato si fanno beffe degli imperfetti e fragili antieroi di Carver. Lo scrittore, come Philip Roth, sapeva come trasformare la prosa in un congegno a orologeria, perfettamente calibrato, che stritola nei suoi ingranaggi vittime più o meno inconsapevoli. La sua visione dell’esistenza era cupa, improntata a un lucido realismo, e non lasciava spazio a facili illusioni.

Eppure, in mezzo alle rovine di questi amori agonizzanti e di queste vite spezzate, brilla ancora una tenue luce. In uno dei racconti (Una cosa piccola ma buona) la tragica quotidianità lascia spazio a un “momento liturgico”. Un’umanità minore e dolente, la stessa cantata da un altro grande autore americano, Kent Haruf, si riunisce per celebrare un’eucarestia sui generis:

-Ecco sentite che profumo, – disse il pasticcere, spezzando una pagnotta di pane scuro – Questo pane è un po’ pesante, ma molto nutriente -. Ann e Howard lo odorarono, poi lui glielo fece assaggiare. Sapeva di melassa e grano integrale. Continuarono ad ascoltarlo. Mangiarono tutto quello che poterono. Inghiottirono quel pane scuro. Sotto le batterie di luci fluorescenti sembrava giorno. Rimasero lì a parlare fino all’alba, un chiarore pallido e intenso che entrava dalle vetrine, senza che venisse loro in mente di andarsene.

Stendiamo un velo pietoso sul pranzo, tutt’altro evangelico, che il rapace Lish condivise con l’autore di Principianti e sui colpi di scure. Dimentichiamoci di quella barbarie e assaporiamo questo nutrimento letterario, angosciante, ma anche catartico, nella sua versione integrale (difficile resistere alla tentazione di rileggere i racconti in lingua originale).

Per saperne di più: vi consiglio questo impeccabile articolo di Bombacarta sul vero Raymond Carver.

Photo credits: Wikimedia.

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