Follie di Brooklyn

follie di brooklyn auster

Avete presente quei film strappalacrime americani in cui: a) ci si innamora a prima vista b) qualcuno deve prendersi cura di un figlio/nipote abbandonato da un genitore problematico c) le coincidenze e gli incontri fortuiti si sprecano? Follie di Brooklyn di Paul Auster (La biblioteca di Repubblica, 2018) ricorda un po’ quelle commedie. Questo libro potrebbe essere sdolcinato e trascurabile, ma riesce ad acquistare una sua particolare grazia in virtù di: un cast d’eccezione, delle splendide riflessioni metaletterarie e un finale dolce amaro.

Iniziamo dagli attori, dalla famiglia imperfetta capitanata da un sessantenne arguto e ironico, la nostra voce narrante:

Non è che mi vergogni di quello che siamo… però mio Dio, mi dico, che famiglia. Che branco di anime confuse e agitate. Che esemplari fantastici di imperfezione umana.

Il pensionato Nathan Glass pensava di poter tirare i remi in barca, di essere arrivato al capolinea della sua esistenza. Dopo aver attraversato più di una burrasca, dal divorzio alla malattia, aveva deciso di trasferirsi a Brooklyn e di aspettare in pace l’arrivo della cupa mietitrice. Però il destino aveva altri piani in serbo per lui: una catena di eventi lo ha portato a rincontrare dei familiari che non vedeva da tanti, troppi, anni e a rendersi conto di doverli aiutare a rimettersi in carreggiata.

case Brooklyn New York

Il primo di questi parenti in difficoltà è il trentenne Tom Wood, il nipote di Nathan. Un tempo era un promettente accademico, un letterato geniale, mentre ora sembra aver perso la bussola: ha messo su più di quindici chili, non ha una vita sentimentale e si accontenta di sbarcare il lunario lavorando in una libreria antiquaria. Invece di provare a capire se e come uscire dall’impasse, Tom preferisce passare le sue giornate costruendo castelli in aria e immaginando di conquistare un’affascinante e irraggiungibile madre di famiglia.

Lo zio prende a cuore la causa (persa?) di suo nipote: vuole capire se c’è un modo per reindirizzarlo nella giusta direzione, così da impedire che il suo brillante cervello ammuffisca. Tra una confidenza e l’altra, tra un consiglio e una cena, si ritaglia anche del tempo per compilare un surreale libro delle follia umana: una lista delle gaffe e dei passi falsi che lui stesso o i suoi conoscenti hanno commesso. Nathan sa che la balordaggine umana non ha limiti e proprio per questo è capace di sorridere davanti alle tragicomiche ironie della vita.

La seconda familiare che ritorna, a sorpresa, nella vita del nostro narratore è la piccola Lucy, la figlia di Aurora, la scapestrata sorella di Tom. La ragazzina appare dal nulla, come per magia. Glass e Wood la interrogano per cercare di capire come mai si trova a Brooklyn da sola, ma la bimba si trincera dietro un muro di silenzio. Perché Aurora l’ha mandata a stare da suo fratello? Cosa le è successo? Nathan dovrà trovare la risposta a queste e ad altre domande scomode, mentre proverà a rimettere insieme i pezzi della sua imperfetta famiglia.

Ponte di Brooklyn New York

Noi lettori rimaniamo incantati dalle vicende di questo uomo cinico, ma dal cuore d’oro, che è costretto, suo malgrado, a trasformarsi in un cavaliere dall’armatura splendente. Nathan è un eroe imperfetto, un uomo che ha commesso e che continua a commettere degli errori. Forse, preferirebbe stare seduto a guardare il sedere di una bella cameriera, invece di affannarsi per il suo disgraziato clan. Eppure, nonostante tutti i suoi difetti, è capace di riconoscere il valore di ogni singola, fragile, vita umana e di tendere la mano al suo prossimo.

Il nostro sagace narratore attribuisce un grande valore anche alla letteratura, alla sua capacità di preservare barlumi di bellezza e di umanità. In alcuni passaggi del romanzo, la cronaca delle follie di Brooklyn lascia spazio a lirici passaggi metaletterari, a riflessioni sull’incanto dell’inchiostro e sul potere delle storie:

Leggere per me era evasione e conforto, era la mia consolazione, il mio stimolante preferito: leggere per il puro gusto della lettura, per il meraviglioso silenzio che ti circonda quando ascolti le parole di un autore riverberate dentro la tua testa.

Nathan e suo nipote si lanciano in discussioni letterarie che lasciano impressi nella mente dei lettori nuovi suggerimenti di lettura: da un insolito Poe, filosofo dell’arredamento, a un commovente Kafka che mette la sua penna al servizio di una bambina. I due uomini cercano conforto nel mondo dei libri e insieme all’eccentrico Harry Brightman, il capo di Tom, immaginano uno spazio ideale, un santuario per anime salve come loro.

New York finestra

Più volte, nel corso del romanzo, i personaggi sognano di costruire un Hotel dell’Esistenza, un luogo protetto dalle delusioni e dalle brutture della vita. Forse quel rifugio utopico non è altro che il regno incantato della letteratura:

(…) quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.

Paul Auster avrebbe potuto seguire la traccia delle più classiche commedie newyorchesi, lasciando la cupa realtà fuori dalla sua narrazione. Invece un evento storico, tragico, irrompe violentemente nella cronaca di Nathan, posando una nube di cenere e di morte sulle sue parole. Perché la Storia, quella crudele con la esse maiuscola, è sempre in agguato al margine del foglio. Non possiamo sfuggirle, possiamo solo approfittare del rifugio che le storie, quelle con la esse minuscola, ci offrono e affittare, almeno per un paio d’ore, una camera nell’Hotel dell’Esistenza.

P.S. Quanto è stato strano ritrovare Auster in questa veste semplice, ma elegante, dopo aver letto la sua enigmatica Trilogia di New York.

Photo credits: 1) e 3) Wikimedia 2) By Philipleephoto – Imported from 500px (archived version) by the Archive Team. (detail page), CC BY 3.0, Wikimedia. 3)

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