Le braci: un mondo in frantumi

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Aspettare quarantun anni per arrivare alla resa dei conti, per chiudere il cerchio, riprendendo una battuta di caccia da dove era stata interrotta. La preda è una persona: un uomo vuole fare a pezzi l’anima di quello che un tempo era il suo migliore amico. Riuscite a immaginare una simile attesa? Il romanzo Le braci di Sándor Márai (Adelphi, 2000) è incentrato su questo duello troppo a lungo differito.

Mi aspettavo uno scambio incessante di colpi, un susseguirsi di stoccate verbali e psicologiche. Invece a prendere la parola è quasi esclusivamente solo uno dei duellanti, il generale: è stato lui a organizzare la riunione fatale. Ha preteso che i suoi servitori ricreassero, sin nei minimi dettagli, la serata in cui ha incontrato per l’ultima volta il suo amico Konrad. Si possono tirare a lucido i mobili, si possono preparare le stesse pietanze, ma non si possono riportare indietro le lancette dell’orologio: ciò che è stato perduto non tornerà mai più.

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Sándor Márai ci obbliga ad ascoltare una sola versione di una storia intricata, a ripercorrere il filo dei ricordi di un unico personaggio. Il nostro narratore, il generale, ha goduto del favore degli dèi : è sempre stato ricco, ha fatto carriera e si è sposato con la donna dei suoi sogni. Una simile, sfacciata, fortuna, lo ha spinto ad abbandonare ogni falsa modestia, a sentirsi sin troppo sicuro di sé. Solo nell’inverno della sua vita si è reso conto che gli dèi richiedono sempre un tributo ai loro pupilli:

Adesso, se mi volto a guardare indietro, sono il primo a sentirmi disgustato da quella sicurezza e da quel senso di felicità, così pieni di autocompiacimento e di vanagloria. (…) Sai si sacrifica volentieri agli dèi una parte di felicità, perché essi sono invidiosi, e se regalano a un comune mortale un anno di felicità, si può essere certi che prenderanno immediatamente nota di quel debito per poi esigerne la restituzione alla fine della via, praticando tassi da usurai.

L’uomo che è stato baciato dalla fortuna si è voltato a guardare indietro, più di una volta: ha passato al vaglio la sua intera esistenza e sostiene di essere diventato più saggio, ma non possiamo essere certi che adesso sia anche meno egocentrico. Non è semplice mettere a nudo l’animo di due persone, se si è costretti ad osservarle da un solo punto di vista. Il generale afferma di essere stato tradito dal suo migliore amico: possiamo credergli? Ci sta raccontando la sua verità o una verità universale?

Tradito? Come e per quale motivo vi chiederete? Lo scoprirete solo al termine del monologo che costituisce il cuore pulsante de Le braci. Un soliloquio in cui vengono sviscerati argomenti complessi: dalle brucianti passioni umane, al rapporto tra azione e intenzione, al vero significato della parola amicizia. A prevalere su tutto è un senso, angosciante, di incertezza: nessun valore sembra poter resistere agli assalti del tempo. D’altro canto, sia lo scrittore sia i suoi personaggi hanno attraversato un secolo breve e inquieto, il Novecento, assistendo alla caduta di imperi e ideali:

“Tutto ciò a cui giurammo fedeltà non esiste più” dice l’ospite gravemente “Sono tutti morti, oppure se ne sono andati, hanno rinunciato a tutto quello che giurammo di difendere. Esisteva un mondo per il quale valeva la pena di vivere e di morire. Quel mondo è morto. Quello nuovo non fa più per me. È tutto ciò che posso dire”.

Il mondo di ieri è andato in frantumi perché le braci di passioni devastanti hanno continuato a covare nel cuore degli uomini, aspettando di venire riattizzate per dare vita a nuove fiammate di odio e di violenza. Il nostro narratore lo sa bene perché il fuoco della vendetta lo ha arso e consumato dall’interno per quarant’anni. Nel frattempo tante, troppe, anime si sono spente: la poltrona dove era solita sedersi la moglie del generale, Krisztina, è ormai vuota. Eppure lui brucia ancora: esige delle risposte e reclama un premio, un assurdo trofeo di caccia.

Gustav Klimt le Braci Marai

Il fantasma di Krisztina si aggira tra i due contendenti. Lei potrebbe darci delle risposte, potrebbe spiegarci come mai un’amicizia apparentemente indissolubile è andata in frantumi come l’Impero austro-ungarico. Una labile eco della sua voce aleggia ancora nella salone, ma suo marito la mette a tacere: ha bisogno di restare da solo al centro della scena. Non può venire interrotto, non può fermarsi ad ascoltare perché deve riversare fuori tutti i pensieri che si è tenuto dentro per quattro decenni, deve esporre le sue speculazioni sulle complicate relazioni tra esseri umani:

Non dimentichiamoci che l’amicizia non è soltanto uno stato d’animo ideale, ma una legge umana inflessibile. (…) l’amicizia non è soggetta a delusioni, perché non pretende nulla dall’altro; l’amico può essere ucciso ma neanche la morte può cancellare l’amicizia nata durante l’infanzia: il suo ricordo continua a vivere nella coscienza degli uomini come quello di un muto atto eroico. E proprio di questo si tratta, di un atto eroico, nel senso tacito e fatale del termine, ossia senza strepito di armi, ma pur sempre di un atto eroico come lo è ogni comportamento umano privo di egoismo.

Quando leggerete l’ultima battuta di questo soliloquio, vi renderete conto che molti interrogativi sono rimasti irrisolti. Quanto a me ho un’unica certezza, basata sulle mie imperfette esperienze: talvolta tra amici i fatti contano più delle parole. Le braci non si depositano nei cuori, se i piccoli gesti d’affetto risanano fratture e incrinature. Se dovete costantemente domandarvi quali sono i veri pensieri dei vostri amici, allora siete in pericolo: potreste ritrovarvi, come Sándor Márai, a contemplare i cocci di un mondo andato in frantumi.

Photo credits: galleria di dipinti di Gustav Klimt su Wikipedia.

9 pensieri riguardo “Le braci: un mondo in frantumi

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