Una lapide in via Mazzini

una lapide in via mazzini giorgio bassani

Fissa questo luogo nella camera oscura della memoria e non azzardarti a dimenticarlo, mi sono detta. Eppure il nome del campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, che ho visitato da ragazzina, mi è sfuggito di mente. Dimenticare è più facile di quanto non si creda. Le esigenze della vita, che deve andare avanti, a discapito di tutto, possono spingerti a nascondere sotto il tappeto l’orrore. Una lapide in via Mazzini, un breve, ma significativo, racconto di Giorgio Bassani (Dentro le mura, Arnoldo Mondadori, 1973),  parla proprio di questo.

Agosto 1945, la città di Ferrara tira un timido respiro di sollievo: i suoi cittadini sono pronti a risvegliarsi dal lungo incubo della Seconda guerra mondiale. Vogliono lasciarsi alle spalle le tenebre che sono stati costretti ad attraversare. Pensano che una misera targa commemorativa sia sufficiente per commemorare i centottantatré membri della Comunità israelitica che sono stati deportati nel 1943. Basta così, mettiamoci una pietra sopra, versiamo qualche lacrimuccia di circostanza e andiamo avanti.

Peccato che qualcuno non sia disposto a concedere ai ferraresi il lusso di una indolore e e amorale amnesia: uno degli ebrei spariti nell’inferno dei lager, uno solo, è riuscito a fare ritorno. Si chiama Geo Josz:

(…) a quanto asseriva, aveva fatto parte di quella schiera di centottantatré larve inghiottite da Buchenwald, Auschwitz, Mauhausen, Dachau, eccetera: possibile che lui, solo lui, se ne tornasse adesso di là, e si presentasse bizzarramente vestito, è vero, però ben vivo, a raccontare di sé e degli altri che non erano tornati, né sarebbero, certo, tornati mai più? Dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze toccate un po’ a tutti, e senza distinzione di fede politica, di censo, di religione, di razza, costui, proprio ora, che cosa voleva?

Geo Josz è un fantasma, un ospite sgradito che rovina la festa, la celebrazione di un’imminente rinascita. Nessuno vuole ricordare i suoi passi falsi morali, quelli che hanno spianato la via alla promulgazione delle leggi razziali e, in un secondo tempo, alle deportazioni. Tutti vogliono sentirsi più buoni, ma non buonisti. Tutti sono disposti a chiudere un occhio sulle mancanze e sulle camicie nere dei propri vicini, purché gli altri siano disposti a fare altrettanto con loro.

Bassani non ci racconta questa storia dal punto di vista dell’escluso, della vittima: si concentra sul coro, sulla voce della città. Se mi permettete un paragone un po’ azzardato, ma utile per capire quanto questo testo sia ancora attuale, si potrebbe dire che ci riporta una serie di commenti social. Le opinioni più becere e “cattiviste” prevalgono nettamente, ma non c’è bisogno di un contraddittorio: basta esporle alla luce del sole, sottoporle al giudizio dei lettori, per denunciare la loro viltà e disumanità.

Geo Josz, nonostante tutto, continua a raccontare la sua storia e a smascherare l‘ipocrisia dei suoi concittadini. I suoi interlocutori distolgono lo sguardo e si distraggono perché non hanno “tempo da sprecare”, ma noi siamo qui per ascoltarlo. Non possiamo permetterci di dimenticare: non possiamo scordare che giorno è oggi, non possiamo unirci alla schiera degli italiani “che non vedono, non sentono e non ricordano” immortalati in Una lapide in via Mazzini. La scrittura e la lettura servono proprio a questo, ad erigere monumenti che non possono venire ignorati.

Per approfondire. Tra le righe della finzione letteraria di Bassani si nasconde la storia vera di Eugenio Ravenna: potete leggerla sul sito del Museo Ferrara.

Photo credits. Immagine di copertina: Sinagoga di Ferrara, di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, Wikimedia.

8 pensieri su “Una lapide in via Mazzini

    1. Ho scovato queste Storie ferraresi, un po’ di tempo fa, nella “biblioteca di famiglia”. La questione della memoria stava particolarmente a cuore a mio nonno. Credo che questo sia uno di quei racconti da rileggere più volte. Grazie per la visita e buone letture!

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