Il nome della rosa: anti-recensione

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Avviso ai lettori: questa non è una recensione. Avrei voluto scrivere un commento “canonico”, ma, quando ho iniziato a radunare le idee, mi sono resa conto che sarebbe stato impossibile. Troppo è già stato scritto intorno a questo romanzo: Il nome della rosa di Umberto Eco (La biblioteca di Repubblica, 2003) è già stato passato al vaglio da una nutrita schiera di abili recensori. Per non parlare di alcune considerazioni personali che hanno tenuto a freno la mia penna…

La trama dell’opera è ormai nota a tutti: nel 1327 l’ex inquisitore Guglielmo da Baskerville e il novizio Adso da Melk si recano in un’abbazia solo un pochino inquietante. Una serie di efferati delitti, sette per sette giorni (notate il numero simbolico), sconvolgono la routine dell’eremo. L’unico punto di collegamento tra queste morti misteriose è la biblioteca dell’edificio, scrigno di sapere e labirinto inespugnabile. Guglielmo è costretto a diventare un detective: le sue scoperte getteranno una luce sempre più sinistra sull’abbazia e sui suoi monaci.

Forse conoscete già la soluzione dell’enigma. Io l’ho appresa anni fa perché qualcuno ha deciso di svelarmi l’intreccio del film che è stato tratto da questo celeberrimo romanzo. Troppo famoso e troppo discusso, per l’appunto. Quindi vi proporrò solo un misero dialogo, che ho trovato in un cestino della carta straccia, in cui tre personaggi discutono intorno a Il nome della rosa:

Notte fonda, in un’antica biblioteca. Due figure incappucciate si sono date convegno vicino a uno scaffale.

labirinto nome della rosa

M. Credo che sarebbe meglio nascondere questo testo e dimenticare di averlo letto: non sei riuscita ad apprezzarlo sino in fondo e non hai le competenze per poterne discutere.

U. Temo che tu abbia ragione. Avremmo bisogno di un aiuto esterno, dello sguardo limpido di qualcuno più giovane e ingenuo di me. Di una novizia capace di non lasciarsi frenare dalle sue lacune, di sopperire con l’entusiasmo alle sue mancanze… Forse so chi potrebbe aiutarci. Prendi quella lanterna e seguimi.

M. Finis XIX? Non è il nome più indicato per una sala di lettura, che diavolo significa?

U. Questa non è una comune biblioteca. Non indugiare, entra.

Una terza figura incappucciata sta rileggendo, a lume di candela, una copia de Il nome della rosa.

N. Chi siete? Cosa cercate?

U. Risposte. Spiegaci perché e se vale la pena di leggere questo romanzo.

N. Non avete ancora letto questo classico della letteratura?

U. Lo abbiamo letto. Però, per quel che mi riguarda, non ho apprezzato né l’abuso di latinorum né le lunghe digressioni.

N. I brani didascalici sono stati messi in discussione da alcuni letterati, ma Eco li ha difesi a spada tratta nelle sue Postille. Dovresti leggere la Guida alla lettura di Guido Vassallo per chiarirti le idee. Per quanto riguarda il latino, perché non ti affidi a internet?

M. Non è un problema di connessione, è un problema di concentrazione: non le andava di interrompere la lettura per chiedere ad Alexa.

N. È una latinista?

U. È uno spoiler. Lasciamo perdere… Piuttosto, parlaci dell’imitatore di Sherlock Holmes.

N. La figura di Guglielmo da Baskerville rende omaggio all’eroe di Doyle e all’intera tradizione del genere giallo. Avete provato a mettere a confronto le prime pagine de Il nome della rosa e di Uno studio in rosso? Io mi sono divertita a scovare tutte le citazioni. Comunque Guglielmo non è una mera fotocopia del detective di Baker Street: ha delle caratteristiche che lo rendono inconfondibile. Potrebbe essere l’anello di congiunzione ideale tra la logica aristotelica e la moderna scienza della deduzione.

M. La conoscenza gioca un ruolo fondamentale in quest’opera: nel romanzo l’oscurantismo si scontra con la sete di sapere di personaggi desiderosi sia di formulare nuove idee, sia di riscoprire i segreti degli antichi maestri, pagani e non.

N. Siamo nani… ma nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull’orizzonte.

M. Giganti del pensiero e colossi letterari. Questo non è un semplice giallo storico: è anche, e soprattutto, un romanzo metaletterario.

N. I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuol dire. Dietro l’indagine di Guglielmo si nasconde un dedalo di possibili interpretazioni. Per esempio, leggendo questo articolo di Flaneri, si capisce che esiste un legame tra i moti di rivolta medievali, citati nel testo, e il terrorismo degli anni Settanta. Bisogna continuare ad andare alla ricerca di nuovi messaggi, anche se si rischia di perdersi, di finire in trappola. Che poi è quello che Eco si aspettava dai lettori ingenui, dai noi nani…

M. Che possiamo solo ammirare i giganti come lui, sperando di non rimanere schiacciati dalla loro grandezza.

U. Io intravvedo un intero compendio di filologia in queste pagine: dai quattro livelli di lettura di un testo al tema dell’ubi sunt, dalle visioni ai bestiari e ai lapidari. Ogni espressione culturale medievale dal Placito di Capua, il primo vagito del volgare, ai versi di Dante trova posto in questo romanzo-biblioteca, in questo labirinto letterario.

N. Allora hai prestato almeno un po’ di attenzione! Come puoi non apprezzare questo gioco letterario, questo intreccio di citazioni?

M. Per non parlare di questi monaci ambigui che sembrano usciti dai Carmina Burana, piuttosto che da un rispettabile convento: il trionfo del gioco del rovescio, dello spirito carnevalesco. Quanta ironia. Mi sa che la novizia ha ragione: questo è un capolavoro.

U. Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.. L’importante è continuare a parlare di libri, di letteratura. Però non tutti possono apprezzare appieno manicaretti letterari tanto elaborati. Alcuni di noi preferiscono mense più modeste, convivi più parchi. O forse i gusti cambiano col tempo, obbligandoci a ricordarci chi eravamo e cosa amavamo, se vogliamo riuscire ad apprezzare opere che, ora come ora, ci appaiono indigeste.

N. Cosa vuoi dire?

U. Pensaci. Sono sicura che tra qualche anno capirai.

Postilla

Tutto questo per dire che sì ho apprezzato Il nome della rosa, ma che la me stessa di diciannove anni lo avrebbe amato alla follia perché lei non aveva ancora ripudiato il latinorum e si stava lanciando a testa bassa nello studio della Filologia romanza. Sono stata costretta a “rimettermi nei suoi panni”, a immaginare come avrebbe commentato quest’opera davanti alla sua Musa (M.). Esistono testi perfetti per ogni momento della nostra vita, ma non sempre la nostra bussola interiore ci permette di trovarli in tempo nel labirinto della letteratura.

Photo credits. Immagine di copertina: Di Massimo d’Azeglio, Fondazione Torino musei. Foto labirinto: Umberto Eco – Editore Bompiani – Il nome della rosa (romanzo), CC BY-SA 4.0, Wikimedia.

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35 pensieri riguardo “Il nome della rosa: anti-recensione

  1. Io l’ho letto a sedici anni e l’ho trovato a dir poco tedioso, per come è stato scritto… la lunghezza non è un problema, se un testo scorre, ma Il nome della rosa l’ho trovato assolutamente non scorrevole ed è stato uno dei pochi casi in cui ho preferito un film al libro da cui è stato tratto.
    Sembrava che Eco volesse scrivere un saggio e sia stato costretto a scrivere un romanzo…

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    1. Eco non voleva scrivere un libro per tutti e credo che, con una punta di sadismo, si sia divertito a fare sfoggio di tutta la sua cultura. Lui stesso si è stupito della grande popolarità che il romanzo ha ottenuto. Scorrevole non lo è di certo ;).

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    2. Penso comunque che 16 anni non fosse l’età giusta…forse varrebbe la pena provare a riprenderlo in mano e vedere come va stavolta 🙂 io commisi lo stesso errore quando a 15 anni provai a leggere Anna Karenina, trovandolo ovviamente pesantissimo. Obbligata a riprenderlo in mano a 21 anni per un esame, è diventato uno dei miei “must read”!

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      1. Io sono stato obbligato dalla scuola -_- e sono d’accordo che per molti sedicenni non sia adatto, non per la lunghezza, ma per come è scritto.
        Da allora decisi che, salvo ulteriori costrizioni, io ed Eco non ci saremmo mai più incontrati 😛

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      2. Infatti è assurdo che obblighino a letture simili a scuola. Di letteratura italiana contemporanea interessante con cui avvicinare i giovanissimi alla lettura ce sarebbe. È sbagliato secondo me restringere sempre tutto ai nostri sacri che sono più adatti a una mente adulta. Se ci si avvicina ai libri con, che so, una Simonetta Agnello Hornby o un Pennacchi a 17 anni, nulla vieta che poi a 25 si possano apprezzare Tolstoj, Dostoevskij, Eco, Svevo.

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      3. Ovviamente, le sviste ortografiche e soprattutto il “Pennacchi” al posto di Pennac sono colpa del telefono :))) Comunque, idem. Sto cambiando percorso universitario proprio per non avere come unica strada l’insegnamento, ma ogni tanto vorrei diventare insegnante solo per raddrizzare tutte le cose che i professori continuano a sbagliare da decenni, quasi che diventando professori si dimenticassero tutti com’era essere studente e cosa si pensava a 16 anni.

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      4. Tranquilla: io commetto un sacco di sviste anche senza telefono (sigh) e di solito me ne accorgo subito dopo aver premuto “invia”. Stando a quello che dici, saresti un’ottima insegnante, ma capisco che tu non voglia precluderti altre strade. In bocca in lupo per i tuoi studi e buone letture!

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      1. Preferisco quello che nel titolo contiene “la regina Moana”, di Eco. Anche se non l’ho ancora finito.

        Però a me al liceo non sottoposero il nome della rosa: l’ho letto di mia sponte alle medie.

        Pessima
        idea.

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  2. Bellissima “recensione”, benny. Fornisci tutti i punti di vista possibili. Tuttavia, la mia interpretazione della tua disamina è la seguente: ‘na palla. Sembra quasi che tu voglia giustificarti di quello che provi. Non dovresti, a mio avviso…
    Io pure lo lessi da ragazzino (ai tempi del liceo). In realtà lo finii abbastanza in fretta e non ricordo chissà quale pesantezza. All’epoca, tuttavia, leggevo cose davvero impegnative, perciò mi ritrovo nella tua considerazione sull’età. Tuttavia, debbo dire una cosa: non ricordo praticamente nulla di quel libro. Nulla. Il che è davvero raro. Deve essere stata una lettura a dir poco sciapa da un punto di vista emotivo e intellettivo…

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    1. Grazie. Non volevo “giustificarmi” quanto ammettere che sarei riuscita ad apprezzarlo (ci sono molti elementi interessanti) solo se lo avessi letto a diciannove anni (invece di aspettare sino a oggi), nel pieno della mia “fase filologica”, perché questo è un libro dannatamente celebrale ;).

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  3. Questo articolo è originale. Non è facile scrivere dei capolavori. D’altra parte leggere Eco è meraviglioso proprio perché ti porta a tuffarti in un mare di parole, segni, simboli non sempre di immediata lettura, la cui accessibilità sembra proporzionale alla disposizione a prendere parte a un’esperienza dove ogni cosa è criptica e misteriosa. Per noi le sue, sono fra quelle opere da affrontare con lo spirito del filologo si, ma soprattutto dell’esploratore.

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    1. Lo spirito dell’esploratore non vi manca di certo ;). Alcuni capolavori della letteratura richiedono una particolare attenzione o predisposizione per poter essere apprezzati (le letture di questo mese sembrano destinate a ribadirmi questa lezione). Grazie per la visita e buone letture!

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  4. L’ho divorato in questi giorni. Ammetto che la concomitanza con la serie tv è stata decisiva per darmi l’input decisivo. Oltre all’allusione di Baskerville con Sherlock Holmes, ho fantasticato potesse essere anche un gioco con il nome del font tipografico… ma chissà forse è una metalettura troppo meta!

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    1. La serie tv (che non mi è affatto dispiaciuta), secondo me, ha avuto il merito di far riscoprire questo romanzo a tanti potenziali lettori. Beh con Umberto Eco non si sa mai cosa “sia troppo meta”: il libro è pieno di chicche letterarie tutte da scoprire (vedi Jorge >Borges). Grazie per la visita e buone letture!

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