Necropoli

necropoli boris pahor

Sono una mera visitatrice della domenica. Vorrei potermi scrollare di dosso questa etichetta, ma so che lo scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor mi avrebbe definita così. Perché io non sono diversa dai turisti che ha incontrato quando è ritornato nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof. In Necropoli (Fazi, 2008) l’ex deportato rivela cosa ha provato durante quella “visita”. La sua lucida testimonianza può permetterci di andare oltre il livello di comprensione del semplice visitatore, ma non di concepire un inferno che è noto solo a chi lo ha attraversato.

Forse chi aveva organizzato la mia gita credeva di poter “vaccinare” noi ragazzi, di poterci tenere lontani dal contagio del male. Peccato che non esista antidoto alla barbarie. Peccato che i ricordi non siano eterni. Il nome del campo mi è presto sfuggito di mente, anche se dei vividi fotogrammi (il tavolo da dissezione, le baracche, il monumento all’entrata) sono rimasti impressi nella camera oscura della mia memoria. Miseri frammenti. Avrei dovuto provare a fissare su carta quella mattinata, ma so che non sarei stata in grado di trovare le parole giuste.

campo di concentramento natzweiler

Serve l’intervento della prosa nitida ed essenziale di Pahor per fissare nella memoria il nome di Natzweiler-Struthof, per poter mettere davvero a fuoco la realtà del lager. Senza la sua testimonianza non si riesce ad andare oltre agli sterili cartelli che cercano di rievocare, senza riuscirci, l’orrore:

(…) mi domando quali immagini sorgano nella mente dei visitatori che si accalcano intorno alla guida; soltanto una serie di primi piani fotografici appesi all’interno delle baracche, con una marea di crani rapati, di zigomi sporgenti e di mascelle simili a serrature arrugginite sarebbe forse in grado di evocare, sullo schermo della fantasia del visitatore, l’immagine della realtà di allora. In ogni caso nessun pannello fotografico riuscirà mai a rappresentare lo stato d’animo di un essere a cui sembri che il suo vicino abbia ricevuto mezzo dito di liquido giallastro più di lui nella ciotola di metallo.

Secondo Pahor il mezzo espressivo che può catturare con maggiore precisione il mondo dei sommersi e dei salvati è quello cinematografico. Ecco allora che l’occhio, interiore e rivolto al passato, dello scrittore si trasforma nell’obiettivo di una cinepresa: un susseguirsi di panoramiche e di soggettive si incidono a fuoco nella retina dei lettori. Le lunghe sequenze di Necropoli permettono di farsi un’idea di cosa sia successo sotto cieli noncuranti. La classica, letteraria, suddivisione in capitoli cede il posto a incessanti cambi d’inquadratura, perché il cinema della memoria non concede intervalli agli spettatori.

Nel testo l’immagine del “vero” campo di concentramento si sovrappone continuamente a quella della sua “ricostruzione museale” (una quinta teatrale disturbante, ma non così tanto da impedire a una coppietta di sbaciucchiarsi all’ombra dell’orrore). Man a mano che si prosegue nella lettura, lasciandosi guidare dai flashback dell’autore-narratore, la Natzweiler-Struthof del passato, la città dei morti, prende il sopravvento sulla città irreale in cui si aggirano i più o meno sprovveduti visitatori della domenica.

campo di concentramento necropoli pahor

Pahor ci mostra un mondo dominato dall’angelo della fame, in cui gli uomini sono destinati a tramutarsi in scheletri dalle membra di legno, in ossuti e fragili uccelli. Una metamorfosi spietata, che lui, infermiere con pochi, risibili, mezzi a disposizione, ha cercato di arrestare. Lo scrittore ha assistito schiere di uomini alla deriva, di naufraghi condannati dalla disumanità dei loro simili:

Eravamo i due soli marinai ancora validi nello scafo di una piccola nave di legno la cui ciurma era ormai condannata. (…) mi sembrava di essere un capitano fedele al proprio equipaggio, anche se il mio primo compito era poi quello, già all’alba, di abbandonare qualcuno dei miei uomini al mare del silenzio sconfinato.

Pahor-Ulisse, scende nuovamente all’inferno per incontrare le ombre dei suoi compagni perduti, per tributare l’unico omaggio possibile, quello della memoria, alle loro ceneri mute. Sente su di sé l’assurda, inconcepibile, colpa del sopravvissuto. Lui è riuscito a rivedere la sua Trieste-Itaca, la patria matrigna che aveva ripudiato i membri della comunità slovena. Il suo non è stato un vero nostos: non si ritorna dal lager, non si ci può più riappropriare del proprio regno perduto, della propria fede nell’umanità.

campo di concentramento necropoli pahor

Mi sembra quasi assurdo continuare a illustrarvi l’importanza di Necropoli e provare a convincervi a leggere o a rileggere queste pagine. Rischio di passare dal ruolo di visitatrice della domenica a quello di inutile guida. Credo che questo breve estratto, che si commenta da solo, sia più significativo di tante parole:

(…) quattro di noi portavano un corpo svenuto tenendo ognuno un braccio o una gamba su una spalla incurvata, di modo che quel corpo di poco sollevato da terra sembrava un enorme ragno. In quel momento, sulla bianca strada silenziosa, incrociammo due ragazze. (…) non si accorsero neppure della lunga processione formata da seicento uniformi zebrate; per loro era come se la strada fosse deserta, liscia (…). È possibile, allora, inoculare negli uomini un disprezzo così radicale per le razze inferiori da far sì che due ragazze, camminando sul marciapiede, riescano a far sparire con la loro freddezza un corteo di schiavi, in modo che oltre a loro due ci siano soltanto la neve e una pacifica atmosfera di sole.

Le gite scolastiche servono solo sino a un certo punto: hanno senso solo se alla pietas si accompagna una seria riflessione sul male e su quanto sia facile venire contagiati dal suo bacillo. Natzweiler-Struthof è molto vicino a Strasburgo, al cuore pulsante di un’ Europa spesso troppo smemorata, che rischia di diventare più cieca di quelle due ragazze.

Photo credits. Wikimedia: 1) Di Arnaucc – Opera propria, CC BY-SA, 3.0. 2) Di Claude TRUONG-NGOC – Opera propria, CC BY-SA 3.0. 3) Di Lionel Allorge – Opera propria, CC BY-SA 3.0.

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4 pensieri riguardo “Necropoli

  1. In effetti è davvero difficile immedesimarsi nelle persone che sono passate nei lager e cogliere a fondo cosa ciò abbia significato per loro. Del resto credo che comunque anche una gita possa servire da spunto per aprire una discussione e fare riflettere; certo, va accompagnato da altri strumenti (letture, film) ma ogni piccolo tassello che può servire a non dimenticare e riflettere è utile.

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  2. Non ho mai visto un lager, ma oltre 30 anni fa sono entrata, a Colonia, nei sotterranei che la Gestapo adibiva a prigione temporanea per i detenuti politici (in attesa di deportarli). I muri delle celle erano stati scalfiti con le unghie da quelle persone, ultimo tentativo di lasciare un saluto a una persona cara, forse di lasciare un’ultima traccia della propria esistenza prima di andare in fumo. Ciò che ricordo meglio sono le lacrime che scendevano sul viso della professoressa di tedesco … Non ho mai visto un lager e non credo che ne vedrò mai uno, non sono neppure all’altezza di una mera visitatrice della domenica.

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