È Oriente

è oriente paolo rumiz

Sono sempre diffidente nei confronti dei libri che riuniscono articoli già pubblicati su riviste e “rivitalizzati” con una, più o meno modesta, percentuale di brani inediti: ho sempre paura di scorgere i punti di sutura, di provare fastidio per la mancanza di una visione unitaria. È Oriente di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 2003) raccoglie sei reportage, inediti e non. Il punto di contatto tra questi materiali eterogenei è il desiderio di esplorare quel groviglio di frontiere e inquietudini che siamo soliti chiamare Europa dell’Est.

Est o Oriente? Secondo Rumiz la parola Est è solo un freddo monosillabo, un sinonimo di reticolato, mentre Oriente è un portale aperto su nuovi mondi. L’Europa, in queste pagine, è appena giunta alle soglie del 2000, ma sembra aver deciso di inaugurare il millennio all’insegna della chiusura: si è trincerata dietro ai muri tanti cari ai nazionalisti. La penisola del tramonto si è dimenticata che l’incontro tra civiltà diverse sta alla base del suo mito fondativo:

(…) se davvero l’Europa è il luogo dove i popoli si addensano, allora anche i muezzin di Sarajevo sono Europa, anche i monasteri sui monti della Moldavia, anche i villaggi sperduti degli ebrei bielorussi, anche il fulvo microcosmo oltre i Tatra. Anche Istanbul.
Ma certo, il fulgore della sera contenuto nel nome “Europa” non è una metafora di morte, decadenza.  È solo un invito alla quiete, alla meditazione, dopo la frenesia del giorno.

monastero moldavia
Di Alexnica – Opera propria, CC BY-SA 3.0 ro, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35468728

I viaggi di Rumiz non sono altro che un invito al raccoglimento: lo scrittore esplora con attenzione i luoghi dove i popoli si addensano, da Trieste a Vienna, da Berlino a Istanbul, attraverso la Mitteleuropa che Magris aveva immortalato in Danubio. La scrittura segue l’andamento di questi diversi itinerari: si passa dai descrittivi paragrafi della navigazione fluviale, al caleidoscopio di istantanee catturate attraverso il finestrino di un treno.

Lo scrittore dialoga con il mosaico di popoli che si incontra e scontra in un Est che è più vicino di quanto crediamo. Basta provare a invertire l’ordine dei capitoli per rendersene conto: ecco che il punto di partenza diventa il familiare Veneto. Il nostro operoso Nord-est ci appare stretto nella morsa dell’ansia:

Paura. Gratti un pochino dietro l’autostima del self-made man e la trovi subito. Verde, fottuta, onnipresente. Paura del mercato, dell’Europa, del futuro, della Borsa, dell’Organizzazione per il commercio mondiale. Paura degli extracomunitari, dei ladri, dei balordi, della globalizzazione. Paura, anche, di cambiare.

lago misurina nord-est italia
Di Llorenzi – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2598079

Una tensione che si propaga, che attraversa come una corrente elettrica tutta la costa adriatica, affacciata su un mare che porta con sé l’eco di guerre vecchie e nuove. Dinnanzi a questa ansia si è messi davanti a due alternative: restare immobili, sbarrare le porte e chiudere gli occhi davanti agli effetti della globalizzazione o muoversi, esplorare la realtà in ricerca di risposte. Rumiz, ovviamente, sceglie questa seconda strada: macina chilometri su chilometri e fissa su carta il volto, segnato da cicatrici, di un levante più inquieto che esotico.

Per farsi un’idea di questa Europa basta mettersi davanti a una cartina e provare a congiungere, con una schizofrenica linea ferroviaria, alcuni dei suoi punti nevralgici. Saliamo allora a bordo di un inusuale Orient Express 2.0 che parte da Berlino. La città non è più divisa, ma tra i paragrafi di Rumiz si avverte comunque un senso di lacerazione, uno strappo tra la metropoli dei “ragazzi dello zoo” e la nuova Berlino in preda allo spaesamento e alla frenesia.

Proseguiamo verso Praga, dove Václav Havel si augurava che l’Europa, crogiolo di diversità, potesse tramutarsi in uno stomaco capace di digerire popoli e culture, senza farne mai un meticciato informe. Questo incontro tra anime diverse stava anche alla base dell‘Impero Austro-ungarico, del gigante dai piedi d’argilla che ci ritorna in mente mentre ammiriamo il panorama di Vienna:

Ultimi viali alberati, il Belvedere, il monumento al Caduto sovietico, il Ring. Santo Stefano ci accoglie con i doccioni gotici ululanti, che sputano dalle torri l’acqua del cielo.

santo stefano vienna
Di Georges Jansoone – Fotografia auto prodotta, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1061021

Il ritmo dettato dalla narrazione semplice e esatta di Rumiz ci sospinge verso un’altra capitale, verso Budapest. La vetrina caffè-museo New York, tripudio di zucchero filato e marzapane, ostenta un lusso che quasi nessuno può permettersi. Dopo il crollo del comunismo, i poveri sono diventati sempre più poveri, mentre i ricchi si sono ulteriormente arricchiti.

Il modello capitalista e occidentale fa scuola, nonostante le sue contraddizioni. Persino Kiev, la città-madre della Russia, imita l’Occidente. Questa globalizzazione sfrenata, che facilita la vita di pochi, sta riattizzando delle pericolose braci nella terra dei pogrom:

Le cifre dell’economia migliorano, ma il crollo delle garanzie comuniste ha avuto effetti gravissimi. (…) Non te ne accorgi subito, perché la miseria è ruminata con sopportazione biblica. Da noi si dice “piove, governo ladro”; qui no, persino l’oppressione è destino, piaga che scende dal cielo. Ma proprio nel fondo di quella sopportazione e di quel silenzio fermentano i miti di superiorità razziale, risvegliati da antiche leggende.

kiev
Di Hoodrat – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4597268

La stessa miseria nera ci insegue sino a Bucarest. Il Vampiro-Ceausescu è morto, ma la situazione non è migliorata:

(…) una donna di nome Roxana apre la porta della sua villetta liberty sopravvissuta alla ruspa comunista. “Entri la prego”, e mi svela un mondo incantato. Mobili in mogano, orologi a pendolo, argenteria, migliaia e migliaia di libri. Era la casa di suoi genitori, requisita dai pretoriani di Ceausescu. La democrazia gliel’ha restituita, ma subito il mercato gliela toglie. “Non ho soldi per mantenerla. Venderò tutto. Poi Dio vedrà”.

Fuggire a Belgrado non serve a nulla: lo spettro della povertà e quello di un nazionalismo esasperato danzano a braccetto anche tra le mura della fortezza Kalemegdan. Fantasmi del ‘900 che si insinuano nel nuovo secolo, gettando nuove ombre sulla terra del tramonto:

C’è una linea d’ombra in Europa. Non è ovest e nemmeno est. Sta al centro, taglia la Mitteleuropa e il suo groviglio di etnie. Corre dal Baltico ai Balcani e segna i luoghi dove i due totalitarismi del ventesimo secolo si sono affrontati nel modo più infame. Disegna una geografia di vergogne: lapidi, ossari, cortine di ferro, campi di sterminio. È un reticolo di memorie nere che ha generato, negli stessi luoghi, un’altra geografia, sommersa, fatta di omertà, amnesie, negazioni e rimozioni di colpa. Tutte reazioni umane, persino comprensibili: se non fosse che, anche a distanza di anni, possono generare nuovi mostri.

fortezza belgrado
Di Djordje Pajic – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=51796856

Il nostro viaggio sull’Orient Express 2.0 è giunto al capolinea: Istanbul è l’ultima frontiera di un Oriente che è stato espulso dal nostro immaginario e rimpiazzato dal freddo monosillabo dei reticolati, dal laconico Est. Se volgiamo lo sguardo indietro, ci sembra di aver sempre viaggiato tra le tenebre, immersi in un’oscurità desolante. Eppure ci resta ancora un barlume di speranza:

Il viaggio può salvarci. Il nomadismo lento, lo sguardo diagonale dal finestrino, il dialogo vis-à-vis nello scompartimento, l’ascolto di voci deboli, la fatica, la condivisione. Non abbiamo alternative per orientarci fra queste montagne di impressioni, scariche emozionali, stati d’animo, frammenti di voci, schegge di immagini da luoghi troppo piccoli, oppure, all’estremo opposto conversazioni troppo grandi, scontri di opinioni in libertà nel cielo rarefatto dei talk show. Per non isolarci nell’afasia, schiacciati fra localismi zoppi e pestilenze globali, chiusura nelle piccole patrie e nostalgie di imperi impossibili.

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