La montagna incantata: l’elemento tempo

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Questione di tempo. Il tempo gioca un ruolo fondamentale in questo romanzo: da una parte ci sono le settimane che il giovane Hans Castorp trascorre in un sanatorio, dall’altra le riflessioni “temporali” che Thomas Mann ha inserito nel testo, nel mezzo le ore che il lettore dedica alla lettura di questo poderoso tomo. La montagna incantata (Mondolibri, 2002) è una sinfonia in cui una soprano al tramonto della sua carriera, la Belle Époque, fa da contrappunto a un tenore, l’uomo, che contempla l’intervallo tra la vita e la morte, tra la prima e l’ultima riga dello spartito.

Questo classico è stato concepito come un romanzo breve, ma si è ampliato progressivamente. Sarebbe stato impossibile racchiudere nell’arco di poche pagine il cammino spirituale del protagonista, il suo strano percorso di formazione. Questa è

(…) “un’opera dal vasto orizzonte interiore, con elementi politici, filosofici e pedagogici, che costituisce un tentativo di rinnovare il Bildungsroman”, sicché il romanzo rispecchia “una formazione, un’educazione interiore, e al tempo stesso qualcosa di simile a una parodia”. (Introduzione Ervino Pocar)

Quando il lettore inizia l’ascesa di questa montagna letteraria ha l’impressione di stare partecipando a una farsa: il mediocre ingegnere Castorp gli sembra quanto mai inadatto a rivestire il ruolo dell’eroe, ad occupare il centro della scena. Persino il narratore osserva con ironico distacco questo giovin signore, questo borghesuccio.

Hans si sta recando nel sanatorio di Berghof per visitare suo cugino Joachim. L’esperienza della morte e della malattia lo aiuteranno maturare? Pare improbabile: ha intenzione di fermarsi nella località alpina solo per tre settimane. Avrebbe bisogno di venire iniziato alla vita, di espandere i suoi orizzonti. Però questa montagna incantata, su cui aleggiano gli spiriti del volatile mercurio e dell’azzurro batterio della tubercolosi, sembra sin troppo insidiosa per lui. Eppure ogni iniziazione, sessuale e spirituale, prevede che venga attraversata una selva oscura e che si scalino erte montagne.

Berghotel Davos Montagna incantata
Di Lantus (discussione) – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46295637

Castorp si lascia guidare dal cugino attraverso i meandri del sanatorio. Inizia così a prendere confidenza con un mondo disciplinato da rigidi rituali: gli ospiti regolano le loro esistenze in base al termometro, ai cinque pasti giornalieri e alle terapie prescritte. I degenti prediligono la posizione orizzontale, sinonimo di un’esistenza stagnante, vicina alla quiete sepolcrale. Chi viene “dalla pianura” non può adattarsi a questo tipo di vita, o meglio, può riuscirci solo se è disposto a lasciarsi “assorbire” dalla particolare atmosfera di questo luogo fuori dal tempo, dove un mese equivale a un secondo.

Durante il soggiorno, Castorp viene avvicinato da un umanista pedagogo, un Virgilio massone, che vorrebbe guidarlo verso le vette della ragione. Il letterato Settembrini espone le sue teorie al giovane, offrendosi di curare la sua educazione spirituale, ma, allo stesso tempo, lo mette in guardia dalle insidie di Berghof: è facile perdere la nozione del tempo in questa incantata e sinistra isola di Circe. Basta dare un morso a una melagrana per restare intrappolati in questo Averno o, a voler essere ottimisti, in questo Purgatorio orfico.

Di giorno in giorno, Hans inizia a fare la conoscenza degli altri ospiti del sanatorio: una rassegna di anime, più o meno gentili, tra cui spicca Clavdia Chauchat, una bella signora dagli occhi tartari, ambasciatrice di seduzioni orientaleggianti. Clavdia non è la classica Beatrice: il suo sguardo è quello di una donna fatale, di una femme che può iniziare i giovani ai segreti dell’amore, ma anche intossicarli con il bacillo di una passione febbrile.

Castorp avverte il bisogno di sperimentare, di imparare il più possibile dalla sua “vacanza”: questo è il luogo perfetto per analizzare al microscopio le antitesi che travagliano il cuore umano. Amore e morte, salute e malattia, corpo e spirito, religione e politica: Castorp vuole conoscere tutto, vuole ascoltare gli insegnamenti dei pedagoghi che si aggirano nei pressi del sanatorio. Il giovane è pronto ad anteporre la speculazione all’azione, anche a rischio di finire intrappolato in un eterno simposio, trionfo di una dialettica che si ripiega su sé stessa, offrendo solo una teoria di antitesi insanabili.

Parsifal

Nel giovane inizia a farsi strada il desiderio (la tentazione) di fermare le lancette, per avere più tempo a disposizione. Il sole continua a sorgere e a tramontare, mentre Castorp si trasforma da mediocre borghese in un pupillo della vita, in un iniziato. Potrebbe  raggiungere l’illuminazione e regalare un sogno poetico all’umanità, salvandola dal baratro della stupidità, della guerra: il condizionale è d’obbligo perché Mann non gli concede di conquistare simili vette del pensiero.

Eppure Hans riesce a imparare qualcosa e rendersi conto dell’importanza di Chronos, ma, ironia della sorte, lo fa a scapito del suo tempo. Il pupillo della vita è intrappolato nel fatale girotondo di solstizi ed equinozi che scandisce l’esistenza umana:

Danzano in giubilo queste candide creature intorno alla fiamma, per malinconica allegrezza e per allegra malinconia, lo fanno per disperazione positiva, se vuoi dire così, per onorare la burla del cerchio e l’eternità senza durevole direzione, nella quale tutto ritorna.

Al tempo ciclico del protagonista si accompagna quello della narrazione, scandito da simmetrie interne, numeri simbolici e dall’eterno ritorno di alcuni temi. Il leitmotiv principale è ritmato da un orologio interiore, soggettivo. Mann ha dilatato e ristretto le ore a suo piacimento: il racconto di una singola giornata può richiedere più di cento pagine, mentre intere settimane possono venire condensate in poche righe o, addirittura, omesse.

Lo scrittore si è posto l’ambizioso obiettivo di narrare il tempo:

Il tempo è “l’elemento” del racconto, come è l’elemento della vita,… ad essa indissolubilmente legato, come ai corpi nello spazio. È anche l’elemento della musica, come quella che misura e articola il tempo, e lo rende dilettevole e prezioso: affine in ciò, ripetiamo alla narrazione, la quale a sua volta (…) si presenta soltanto come successione, come uno svolgimento, e anche quando volesse tentare di essere tutta intera in ogni istante, per mostrarsi ha bisogno del tempo.

Infine, dopo il tempo del personaggio e quello della narrazione, viene un ultimo tempo: quello del lettore. Spetta a lui (o a lei) stabilire quanti giorni saranno necessari per scalare La montagna incantata: potrà fermare l’orologio di Castorp, per concedersi una pausa, oppure potrà far scorrere rapidamente il flusso della storia. Una volta arrivato all’ultima pagina, deciderà se riavvolgere o meno il filo della narrazione per rileggere (operazione necessaria secondo Mann) questo classico della letteratura.

Per approfondire

Qui trovate un bellissimo articolo che La libraia virtuale ha dedicato alla sua rilettura de La Montagna incantata: è stata lei a convincermi a intraprendere questa ascesa letteraria.

Eros, Thanatos e il sanatorio: Diceria dell’untore di G. Bufalino, ovvero una diversa prospettiva sul bacillo blu. Basta spostarsi di qualche grado di latitudine per ottenere risultati molti diversi dalla stessa premessa letteraria.

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10 pensieri riguardo “La montagna incantata: l’elemento tempo

    1. Grazie Pina non sai quanto mi fai felice: l’ultima volta che ho riletto questo post mi è sembrato una vera schifezza. Ci sarebbe tanto, tantissimo da dire su questo romanzo: è una montagna da esplorare in lungo e in largo.

      Piace a 1 persona

    1. Grazie mille <3! Non so perché il tuo commento è finito nello spam (abuso di gentilezza da parte tua?). Se ami Mann, non puoi lasciarti sfuggire La montagna incantata e, se ne hai voglia, fammi sapere come procede l'ascesa ;).

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