Città sola: solitudini metropolitane

città sola olivia laing

Credevo che Città sola di Olivia Laing (Il Saggiatore, 2018) mi avrebbe regalato un viaggio letterario nel cuore di tenebra della Grande mela, un itinerario alla scoperta della loneliness che si nasconde nelle arnie di vetro e metallo di questa inquieta metropoli. Invece ho scoperto che questo libro ha più di un’anima: è una piccola galleria d’arte, è un memoir di inquietudini urbane ed è anche un saggio sulla solitudine.

Avete presente il videoclip Tokyo della band White Lies? Delle finestre, illuminate da vibranti luci al neon, incorniciano i volti di uomini e donne soli, legati da un intreccio di sguardi voyeuristici, ma incapaci di entrare in relazione tra loro. Questa è un’immagine ricorrente in Città sola: un’istantanea che rende alla perfezione il senso intimo di isolamento che si può provare anche in una grande città, se non si ha la possibilità di raggiungere il grado di intimità desiderato con gli altri.

Laing ha sperimentato sulla sua pelle la solitudine che si può provare in un posto affollato: si è ritrovata a vagabondare per New York con il cuore a pezzi. Durante quelle passeggiate solitarie, ha iniziato a tracciare la mappa mentale che sta alla base di questo libro:

(…) una mappa della solitudine, disegnata per necessità e per interesse, fatta da esperienze mie e altrui. Volevo capire cosa significa essere soli e che impatto ciò abbia sulla vita delle persone, per tentare di delineare il complesso rapporto tra solitudine e arte.

L’arte nasce spesso dalla solitudine, ma, paradossalmente, riesce a creare un senso di intimità, a insinuarsi nell’anima dei suoi fruitori. In Città sola le vite di un gruppo di artisti solitari si intrecciano con la loneliness newyorkese. Laing ha dato vita a una particolarissima galleria d’arte moderna che racchiude opere incentrate sul tema dell’isolamento: visitandola si avverte un nodo in gola, ma questa esperienza comporta anche una catarsi, una liberazione dal peso del proprio lonely heart.

La prima sala di questa esposizione è dedicata ad Edward Hopper e alle sue sinistre finestre:

Quello che trovavo più inquietante era Finestra d’albergo (Hotel Window). Guardarlo era come leggere la sfera di cristallo di un indovino, intravvedendovi il futuro, i suoi contorni consumati, l’assenza di promesse.

I “cuori solitari” di Hopper ci ricordano le intermittenze e le difficoltà dell’amore che lo scrittore Raymond Carver ha raccontato così bene in Principianti. Il pittore non voleva che i suoi quadri venissero associati a un solo tema, a quello della solitudine, però chi li osserva prova comunque un senso di disagio: i suoi soggetti “sono soggetti” al nostro sguardo, sono esposti, indifesi e isolati.

nighthawks edwar hopper

La Grande Mela era la fonte d’ispirazione di Hopper. La città, palcoscenico mutevole, era una fonte inesauribile di scene di vita destinate a venire rielaborate e fissate su tela. L’artista riproduceva costantemente

“certi spazi ed esperienze spaziali tipici di New York, dove si osserva tra le persone una vicinanza fisica e allo stesso tempo una separazione, dovuta a diversi fattori tra cui il movimento, le strutture, le finestre, i muri, la luce e il buio”.

Un occhio indiscreto, che spia uomini e donne soli tra la folla: uno lungo sguardo voyeuristico che ci accompagna attraverso le sale di questo museo della solitudine. Il solitario vampiro Andy Warhol si aggirava per le sue Factory, armato di registratore, cercando di carpire l’essenza di chi lo circondava. L’artista si calava nel ruolo di osservatore e di intervistatore per sfuggire agli sguardi e alle domande dei suoi interlocutori.

In queste pagine Warhol non ci appare tanto quanto un’icona della Pop Art, quanto come un uomo “reincollato”, che si ricostruiva allo specchio prima di mostrarsi in pubblico: raddrizzava la parrucca, si sistemava il trucco e indossava un corsetto per tenere insieme l’addome devastato dal proiettile di Valerie Solanas. Le opere di questo artista fragile sembrano rispecchiare il suo irrealizzato desiderio di inclusione:

Per l’immigrato, per il ragazzino timido e consapevole di non riuscire a integrarsi, l’uniformità era quanto di più desiderabile; un antidoto al dolore causato dall’essere singolare (…). La diversità si presta alla sofferenza; la similarità protegge dalle sottili stilettate del rifiuto e dell’indifferenza. Una banconota da un dollaro non è più bella di un’altra banconota da un dollaro; bere Coca-Cola mette un minatore sullo stesso piano di presidenti e stelle del cinema. È questo impeto democratico e inclusivo che spinse Warhol a chiamare la Pop Art “Common Art” (…).

Andy Warhol Soup Cans
Di Gorup de Besanez – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46823772

Mentre Andy puntava all’inclusione, un altro artista, David Wojnarowicz celebrava la diversità, dando voce a tutti gli outsider messi al bando dalla società. Purtroppo, nemmeno il potere dell’arte era in grado di tenere testa al nemico che, negli anni ’80, si abbatté su tutti i “diversi”. L’AIDS rese gli omosessuali e gli emarginati ancora più repellenti agli occhi dei bravi e conformi cittadini americani:

Cosa significava avere l’AIDS negli anni in cui ricevere la diagnosi equivaleva a una condanna a morte? Significava essere visti come mostri, creature di cui persino il personale medico aveva il terrore. Significava vivere intrappolati in un corpo considerato repellente, contagioso, imprevedibile, pericoloso. Significava essere emarginati dalla società, diventare oggetto di compassione, disgusto e orrore.

Wojnarowicz non si arrese alla malattia e proseguì, con coraggio e determinazione, la sua battaglia: denunciò le storture di una società malata che preferiva l’odio all’amore, il disprezzo all’inclusione. Una battaglia che è ancora aperta perché gli “strange fruits”, i diversi, continuano a venire messi al bando in ogni parte del globo. Avere “il colore di pelle sbagliato”, amare “il sesso sbagliato”, fare parte di una qualsiasi minoranza, non conformarsi ai canoni stabiliti dall’alto: basta questo per avere un peso in più sulle spalle, per essere condannati all’isolamento.

Vi ho mostrato solo una piccola parte della “mappa mentale” di Olivia Laing: sono riuscita a presentarvi solo alcune delle opere d’arte e delle solitudini raccontate in questo libro. Città sola non è una lettura facile: leggendo alcuni passaggi si avverte un nodo alla gola e si è costretti a confrontarsi con lo scheletro nell’armadio, con la propria solitudine. Il lettore, a un certo punto, si rende conto di essere l’ennesimo volto, assorbito dalla luce blu di uno schermo, dietro a una moderna finestra di Hopper.

Per approfondire:

La solitudine di Hopper raccontata da Olivia Laing – Il Post.

Andy Warhol, storia dell’artista più iconico che ci sia – Elle Decor

La riscoperta di David Wojnarowicz – Rivista Studio.

 

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7 pensieri riguardo “Città sola: solitudini metropolitane

    1. Dovrei farlo più spesso in effetto, anche perché spesso scrivo con un sottofondo musicale :). Quanto al libro è decisamente stimolante ed è anche una sorta di lezione di storia dell’arte (che non guasta mai). Buone letture Pina!

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