“Fuori Salone”: la Torino di Arpino

un'anima persa giovanni arpino

Neanche quest’anno andrò al Salone del Libro (c’è anche di mezzo una quanto mai bislacca promessa che prima o poi infrangerò), così ho deciso di dare il via al mio personale “Fuori Salone”: due incontri dedicati a uno scrittore che ha tramutato la città in cui si svolge SalTo in una metropoli sulfurea. Giovanni Arpino ha trasformato l’austera capitale sabauda in un’inquietante, ma affascinante, Madama viziosa, dal cuore ammuffito. In Un’anima persa (Opere scelte, Mondadori, 2005) Torino fa da sfondo alla vicenda di un Jekyll nostrano.

All’inizio degli anni Sessanta, Tino, un ansioso e innocente orfanello, si reca nella “piccola Parigi” per sostenere gli esami di maturità. L’adolescente viene ospitato da sua zia Galla e da suo zio Serafino, un rispettabile ingegnere. Sin qui tutto bene. Peccato che nell’appartamento si aggiri anche una presenza inquietante: il doppio di Serafino, il suo gemello malato di mente. Niente è come sembra: Tino sarà costretto a fare i conti con perversioni degne di Mister Hyde o dei protagonisti dei racconti di Poe.

Tra un’esame e l’altro, tra un dubbio e una paura, il giovane cerca di prendere confidenza con la città:

Il sole è assoluto, invade piazza San Carlo con la sua luce di polvere, nell’ombra dei portici disegna una schiera di mezzelune abbaglianti. Ma proprio in pieno sole decido di sedermi, al tavolo più lontano di un caffè all’aperto. (…)
Mi espongo al riverbero delle pietre della piazza come ad una realtà finalmente concreta, naturale e quindi di per sé non ostile.

piazza san carlo torino
Di Michael Paraskevas, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56053609

Finché splende il sole, il ragazzo ha l’impressione di stare riuscendo ad entrare in sintonia con Torino. Per un istante, si illude di potersi lasciare alle spalle le paure e le ansie che lo hanno sempre accompagnato: si sente attraversato dai fremiti, dalle correnti vitali che vibrano sotto l’anonima superficie di muri e di asfalti.

Però la capitale sabauda, così come lo zio del protagonista, ha più di un volto. Durante una passeggiata, Tino la riscopre non più energica, ma livida e avvizzita, logorata dalla stanchezza:

Giunto al termine di via Po, la piazza e il Castello reale mi si sono spalancati davanti come le ossa di un anfiteatro in disuso: semafori ammiccavano lontani al vuoto, coppie di colombi passeggiano lungo i binari del tram, il verde prigioniero di un’aiuola pareva non vivo ma appena dipinto, e le occhiaie degli abbaini al culmine dei palazzi accoglievano senza un palpito la luce del cielo percorsa dalle rondini.

palazzo madama torino

Torino è lo specchio dell’inquieto subconscio dell’adolescente. Lo sguardo sempre più irrequieto e turbato di Tino deforma le piazze, i portici e le vie della capitale sabauda. Dopo qualche giorno, la città inizia ad apparirgli come il doppio ideale del suo solo apparentemente rispettabile zio: sia le facciate della metropoli, sia la “facciata borghese” dell’ingegnere celano oscure perversioni. La vera natura di Serafino e della “piccola Parigi” si rivela solo all’imbrunire, quando la luce del sole lascia il posto a colori smorti, a ombre marcescenti e alla fosforescenza di allucinante insegne al neon.

Lo zio conosce a menadito ogni anfratto di Torino: dal toro rampante in ottone incastonato sotto i portici, ai caffè di una sinistra e notturna Piazza Vittorio Veneto perfettamente vuota, tesa come pelle di tamburo, alle bische. Lui, a differenza del nipote, padroneggia davvero questo reticolo di oscuri fremiti vitali. Serafino si può riconoscere nelle statue torinesi deturpate dalle stimmate del moderno male di vivere.

Le similitudini espressioniste di Arpino trasfigurano Torino, sino a farla apparire ai nostri occhi come un cuore di tenebra metropolitano. Gli arditi paragoni dello scrittore si incidono nella mente dei suoi lettori che, dopo aver terminato il libro, continueranno ad associare alla punta aguzza della Mole Antonelliana la cima colorata di una trottola.

torino mole antonelliana
Di Mg-k, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=496589

La capitale sabauda benché vista da uno sguardo stravolto, resta vera e caratteristica: i portici, i caffè, gli uffici, la cassiera, il portiere, il biscazziere, i giocatori, la prostituta (Notizie sui testi). A fine lettura è impossibile non rimanere affascinati da Arpino, da questo indagatore del male e virtuoso della penna, che ha tramutato Torino in un’Anima persa.

Vale la pena di concedersi questa sulfurea passeggiata letteraria, di osservare la capitale sabauda da un punto di vista diverso, non certo da cartolina, ma pur sempre ammaliante. Perdetevi tra i suoi lampioni e portici…

Non mi resta che augurare buone letture a tutti voi e salutare i booklovers che prenderanno parte a SalTo. Ci rivediamo (se vi va) domenica con il secondo e ultimo appuntamento di questo “Fuori Salone”.

Per approfondire ovvero altri consigli di lettura in salsa torinese:

Libri ambientati a Torino recensiti sul blog: La carrozza di tutti di Edmondo de Amicis, Torino è casa nostra di Giuseppe Culicchia, Mentre Torino dorme di Fabio Beccacini

Letture torinesi su Mattatoio n°5 (ho scoperto Arpino grazie al loro fantastico sito)

La grande mappa letteraria di Cityteller

Una nuova uscita: Torino di carta. Guida letteraria della città di Alessandra Chiappori (il Palindromo, 2019)

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5 pensieri riguardo ““Fuori Salone”: la Torino di Arpino

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