“Fuori Salone” 2: Domingo il favoloso

domingo il favoloso giovanni arpino

Una chiromante ha provato ha leggermi la mano. Per convincermi delle sue capacità medianiche, ancor prima di dare un’occhiata alle linee del mio palmo, ha affermato che ero triste per colpa di un amore finito. Ehm, no. Non ci ha preso. Mi chiedo cosa sarebbe successo se, invece di quella profetessa della domenica, avessi incontrato una zingara preveggente come quella che compare nel romanzo Domingo il favoloso di Giovanni Arpino (Opere scelte, Mondadori, 2005). Probabilmente, sarei scappata via a gambe levate.

Questo libro è stato concepito come un feuilleton a puntate settimanali, ed è uscito, nel 1973, sulla Domenica del Corriere con il titolo Correva l’anno felice:

Il protagonista dal nome spagnoleggiante, Domingo, rappresenta una variante del picaro, in bilico tra idealità e cinismo, che s’inventa ogni giorno la vita con rischi e imbrogli (…). Quando rivede (…) l’opera per la stampa in volume, l’autore sceglie di presentarlo sin dal nuovo titolo, Domingo il favoloso, in un connotato quasi surreale e al tempo stesso allusivo del genere ibrido, di “romanzo favola”, in cui si inscrivono le gesta narrate. (Arpino e la sua ombra di Rolando Damiani)

Arpino puntava a “un romanzo-favola” capace di “forzare” la realtà e di tradurne in episodi e personaggi i simboli più segreti. I suoi lettori si ritrovano così davanti a un castello di carte. Dall’esterno si vedono i dorsi, la quotidianità e la topografia reale della Torino degli anni ’70. Invece all’interno c’è un intreccio di figurine fantastiche che si stagliano sullo sfondo di una città sulfurea e allucinatoria. La quotidianità della capitale sabauda viene scossa da una girandola pirotecnica di casi assurdi, dietro cui si celano significati occulti. Il “favoloso” Arpiniano è

(…) un favoloso cittadino, nutrito di rabbia e di amore, e come sospeso tra lo squallore crudo della realtà e un oscuro presagio di miracolo. (Notizie sui testi)

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino

Quando ho iniziato ad addentrarmi tra le righe di questo “romanzo-favola”, mi sono resa conto che non sarei riuscita a sollevare del tutto il velo del mistero: persino uno dei personaggi mi ha ricordato che è assurdo pretendere di capire tutto. Quest’opera surreale è tanto affascinante quanto enigmatica. Mentre leggevo queste pagine, mi sono trovata di fronte a due Arcani: Domingo, il personaggio dai mille travestimenti, e Torino, la città magica e antropofagica, che inghiotte i suoi abitanti nelle spire degli agglomerati urbani, delle vie e dei corsi.

Il protagonista del libro, di puntata in puntata, mi è apparso nelle vesti di un furfante matricolato, di “un buon signore” e di un giustiziere urbano, a metà strada tra Edmond Dantes e il Rodolphe di Sue. Ho continuato a rigirare tra le dita questa “carta matta” che mi ha sempre mostrato una figura diversa: Principe di cuori, Principe di ori, Re di spade, Matto e Bagatto.

Il “favoloso” segue una sua personalissima morale e guarda con disprezzo ai dettami della società. Domingo vuole giocare la partita della vita secondo le sue regole, senza dare retta ai consigli dei suoi più assennati, seppur truffaldini, amici. Nemmeno la sua eterna fidanzata Angela, una zuccherosa venditrice ambulante di torrone, riuscirà a fare di lui un uomo onesto. Invece di mettere la testa a posto, il nostro solitario maestro di trucchi e di astuzie preferisce vivere alla giornata:

(…) si aggira come un gatto della “mala”, fra bische, biliardi, bar e nights, imbastendo con la naturalezza del grande attore truffe colossali. Spavaldo e scontroso, ma già incrinato da stanchezze e brividi di annullamento, questo moderno picaro che incarna il male di vivere in anni delusi e incerti, bracca l’occasione d’un “bel gesto” con cui concludere la sua geniale carriera di fuorilegge (…). (Notizie sui testi)

 

tarocchi

Domingo assomiglia un po’ a Sherlock Holmes (o al Locke Lamora di Lynch): si sente davvero vivo solo quando ha un nuovo, strabiliante, progetto per le mani. Il malandrino, come il detective di Doyle, cade in depressione non appena riesce a portare a termine l’ennesimo colpo di teatro. All’esaltazione causata dal diabolico schema di turno, segue sempre un’apatia ritmata dai battiti di un cuore ammuffito:

Finalmente gli riuscì di costruire un pensiero. Lo fabbricò ripetendolo parola per parola fino a stamparselo in mente: ho sentimenti che sembrano diventati di pasta frolla, sarà vecchiaia sarà superbia sarà la diavoleria del mio vivere ridotto a niente.

Il fuorilegge continua a forzare la sorte, sinché non incontra una chiromante (una brava, eh). La zingara rimane sconcertata da quanto è “scritto” nel palmo del “favoloso”: lui sarà causa di una grande sventura per i gitani. Domingo, invece di inquietarsi o di lasciarsi intimidire da un brutto ceffo che minaccia di tagliargli quella mano maledetta, decide di continuare a sfidare fato. Il destino gli riserverà più di un colpo di scena, tra cui il decisivo incontro con l’angelo custode Arianna, una ragazzina malata di cuore.

Le surreali avventure del “favoloso” si svolgono sullo sfondo di una Torino sulfurea, vista attraverso un caleidoscopio, frantumata in una teoria di mutevoli frammenti taglienti, di prospettive acuminate. La scrittura espressionista di Arpino trasforma le Alpi in rugose gengive e tramuta i famosi portici in delle croste o in delle sdentate fauci. Domingo percorre le vie di una metropoli fatta di ombre, di bar dalle luci ammiccanti, di sorrisi slargati e lustri come ferite.

piazza palazzo di città torino
Cgolds [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)%5D
Torino è una presenza continua e incombente, è un tarocco che assume diversi significati a seconda che sia dritto o rovesciato:

Una città atroce, tetra e disperata, assediata, nel suo affannoso brulichio umano, dalla solitudine (“un cimitero travestito da carnevale”); eppure bellissima struggente, indispensabile, infinita: luogo della miseria e del male e spazio aperto alla fantasia del rimorso. Non dimenticheremo facilmente questa Torino (…). (Notizie sui testi)

No, è impossibile dimenticarla, così come è impossibile scordarsi del favoloso Domingo e del suo creatore.

Il mio “Fuori Salone” dedicato a Torino e ad Arpino (qui trovate “la puntata precedente: “Un’anima persa) si conclude qui. Spero di avere fornito qualche spunto sia ai lettori che si stanno godendo il Salone del libro, sia ai booklovers amanti dei viaggi letterari.

P.S. Ancora grazie di cuore agli autori del blog Mattatoio n°5 per avermi fatto scoprire questo favoloso scrittore!

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