L’Aleph

l'aleph jorge luis borges

Perdersi nel labirinto della letteratura. Ecco cosa succede a chi, dopo aver letto Il nome della rosa, decide di saperne di più sul bibliotecario Jorge e sullo scrittore che si nasconde dietro la sua sinistra figura. Lasciamo i meandri dell’abbazia, inoltriamoci nelle strade di una labirintica Buenos Aires e smarriamoci nel fantastico fervore letterario di Borges. L’Aleph (Feltrinelli, 2007) assomiglia a una grande ragnatela di storie (prendo in prestito un’immagine di Tabucchi):

(…) una ragnatela, un sistema fatto di sotterranee congiunzioni, di legami astrali, di inafferrabili corrispondenze. Se le vuole studiare la letteratura impari almeno questo, a studiare le corrispondenze (La testa perduta di Damasceno Monteiro).

La letteratura è un labirinto di specchi, un dedalo di riflessi, un grande gioco del rovescio. Il misterioso Aleph, che dà il titolo a questa antologia di racconti, rappresenta alla perfezione il mondo delle lettere, questo non-luogo in cui si incontrano tutti i punti cardinali:

(…) è uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti. (…) il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli.

Di cosa parlano le storie raccolte in questa raccolta? Di temi universali: il tempo, l’eternità, la morte, la personalità e il suo sdoppiamento, la pazzia, il dolore, il destino (Francesco Tentori Montalto). Questo labirinto, che contiene al suo interno altri labirinti, è anche un dedalo metaletterario: i racconti sono costellati di preziose citazioni. I personaggi di Borges ritrovano manoscritti perduti, temprano le loro penne e dialogano con grandi autori del passato. Al centro di questa ragnatela d’inchiostro c’è il culto, dichiarato, per le belle lettere.

jorge luis borges

Questi diciassette intrichi letterari sono fantastici e misteriosi: lo scrittore sfida la nostra immaginazione, incantandoci con enigmi raffinati e sublimi invenzioni. La soluzione non è mai a portata di mano: dobbiamo aspettare la fine di ogni racconto per riuscire a capire cosa si nasconde dietro il gioco di rovesci e di specchi di Borges. In queste storie, l’ambiguità dell’interpretazione si sostituisce alla certezza matematica: niente è come sembra, non esiste più una verità univoca.

Noi possiamo solo continuare a vagare di mistero in mistero, attraversando tutti i dedali di parole ideati dall’autore (L’immortale, La casa di Asterione, Abenjacàn il Bojari, ucciso nel suo labirinto, I due re e i due labirinti). Trappole, più o meno mortali, che ci riportano alla mente la confusione di Babele e il mitico Minotauro. Corridoi in cui è facile smarrirsi, perdere la nozione della propria identità e diventare altro da sé stessi. Avremmo bisogno del saggio Guglielmo da Baskerville per riuscire a tracciare una mappa di questo folle reticolo d’inchiostro:

Questo palazzo è opera degli dèi, pensai in un primo momento. Esplorai gl’inabitati recinti e corressi. Gli dèi che lo edificarono son morti. Notai le sue stranezze e dissi: Gli dèi che l’edificarono erano pazzi. Lo dissi, ricordo, con un’incomprensibile riprovazione c’era quasi rimorso, con più orrore intellettuale che paura sensibile. All’impressione di enorme antichità altre si aggiunsero: quella dell’interminabile, quella dell’atroce, quella d’una complessità insensata.

Gli dèi, i giganti di Eco, gli autori immortali: creatori di intrichi e di intrighi, di sfide intellettuali. Il filo di Arianna della scrittura ci guida da un capo all’altro di questo dedalo, dal cieco Omero al cieco Borges. Gli scrittori sono déi o maghi intrappolati nel loro labirinto: possono intravvedere interi mondi in un solo punto (Aleph) e riescono a trasformare una semplice monetina (Lo Zahir) in un simbolico specchio dell’universo.

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Il linguaggio è un’estasi divina, un sogno febbrile e filosofico. (La scrittura del dio). La scrittura è un’inchiesta infinita, un’assurda e sublime indagine sull’essere umano (La ricerca di Averroè):

Sentii che l’opera si burlava di me. Sentii che Averroè , che voleva immaginare quel che è un dramma senza sapere che cos’è un teatro, non era più assurdo di me, che volevo immaginare Averroè senz’altro materiale che qualche notizia tratta da Renan, Lane e Asín Palacios. Sentii, giunto all’ultima pagina, che la mia narrazione era un simbolo dell’uomo che io ero mentre la scrivevo, e che, per scriverla, avevo dovuto essere quell’uomo, e che, per essere quell’uomo avevo dovuto scrivere quella storia, e così all’infinito. (Nell’istante in cui cesso di credere in lui, Averroè sparisce).

Diventare altro da sé stessi: gli sdoppiamenti della personalità sono frequenti in queste pagine. Un uomo e il suo avversario possono non essere altro che due, intercambiabili, facce della stessa medaglia (I teologi, L’attesa). Talvolta, invece, l’incontro con gli altri ci spinge a cambiare identità (Storia del guerriero e della prigioniera). Chi siamo noi? Chi sono gli altri? Gli specchi del dedalo danno vita a riflessi parziali, contraddittori, a più versioni della stessa persona (Biografia di Tadeo Isidoro Cruz ).

Il destino si fa beffe dei viaggiatori sperduti nel labirinto, spingendoli verso la pazzia e verso la morte. Come in Pedro Paramo di Juan Rulfo, abbiamo l’impressione che il confine tra l’aldiquà è l’aldilà sia diventato labile, incerto: camminiamo tra morituri in divenire (Il morto, Emma Zunz). Vaghiamo in intricati palazzi, sinché, come Guglielmo da Baskerville, non incontriamo il diavolo, il simbolo della perversione dell’intelletto umano (Deutsches Requiem), colui che riesce a dare fuoco ai libri e ai suoi simili.

guglielmo_da_baskerville
Di Pèter – Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4820772

Prendo congedo da voi, lettori viandanti, all’uscita del dedalo (o forse è il principio di una nuova ragnatela d’inchiostro?), con quest’ultima riflessione di Francesco Tentori Montalto sull’Aleph e il suo autore:

(…) è a questa negata e quasi irrisa arte della scrittura che Borges deve di poter esprimere e rappresentare in simboli e allegorie d’impressionante bellezza il suo sentimento – più che concezione, come si conviene a un poeta – dell’esistenza e del mistero che la nutra, e che lo scrittore scandaglia attraverso le apparenti divagazioni e giochi sottili; che tenta con le intuizioni, con le metafore.
(…) L’opera di Borges, in definitiva, è tutta una costante e originale ricerca (…) dove l’intuizione trionfa e getta la sua luce su un universo sospeso tra la norma e l’assurdo, tra l’ordine e il caos; il cui riscatto, sia pure parziale, all’incomprensibile è unicamente confidato all’uomo.

Per approfondire:

Labirinto. Spazio allegorico in Jorge Luis Borges – laCooltura

Il deserto e il labirinto – Rai scuola

“Aleph”, una porta di accesso sull’universo di Borges – Fascino Intellettuali

 

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3 pensieri riguardo “L’Aleph

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