Il viaggiatore: tragedie minori

il viaggiatore stig dagerman

La buona letteratura disturba, ti lascia addosso un senso di disagio, almeno così mi hanno detto. L’antologia che sto per proporvi vi ricorderà una passeggiata solitaria sul lungomare in inverno, sotto un desolato cielo grigio metallo. Le brevi storie dello scrittore svedese Stig Dagerman, raccolte ne Il viaggiatore (Iperborea, 1991), parlano di tragedie minori:

Le grandi tragedie sono tutte già accadute da molto tempo. Possiamo leggerle nei libri o vederle a teatro. Ai nostri giorni accadono soltanto tragedie minori, del tipo di gente che mette al mondo figli senza avere i mezzi per sposarsi (…).

I protagonisti di questi racconti sono bambini, adolescenti, uomini e donne che fanno parte di un’umanità minore e dolente: non sono eroi, sono dei poveri diavoli alle prese con le difficoltà della vita quotidiana. Sono figurine con la schiena curva sotto il giogo della povertà e della solitudine. Sono anime inquiete a cui la prima metà del Novecento ha regalato solo nuovi fardelli e nuove inquietudini esistenziali.

Facciamo un salto indietro: torniamo all’introduzione. Chi è Stig Dagerman? Lascio la parola al critico letterario e scrittore Goffredo Fofi:

(…) figlio di Kafka, nipote di Strindberg, cugino di Camus… (…) si tratta di uno scrittore di grande statura, appartenente alla schiera dei ribelli all’ingiustizia sia sociale che metafisica del mondo (in lui, contrariamente a quei suoi “parenti”, più sociale perché era figlio di proletari, perché era “bambino di poveri”), che questa rivolta ha pagato con la vita, morendo suicida in età molto giovane.

Stig Dagerman

Dagerman esordisce a soli ventidue anni, nel 1945: l’orrore del conflitto è rimasto impresso a fuoco nei suoi occhi. Il giovane mette la sua penna al servizio della giustizia sociale, denunciando le storture di una società che relega ai margini gli ultimi. La fama gli arride, ma la rivoluzione da lui tanto agognata non si realizza. Così, a soli trentun anni, disilluso, corre incontro alla morte. Chiede di essere dimenticato (Il viaggiatore), ma le sue parole continuano ad ardere, luminose.

È impossibile dimenticarsi dei dolenti racconti di Dagerman, così come è impossibile scordarsi della Peste di Camus o della macchina infernale di Kafka: quando un autore riesce a fare breccia nel mare ghiacciato dentro di noi, a svelare l’essenza di quella tragedia minore che è l’esistenza quotidiana, diventa immortale.

Le storie raccolte in questa antologia sono destinate a incidersi nei cuori di noi lettori. Ci ricorderemo a lungo di questi personaggi e dei loro drammi. Ripenseremo ai poveri ragazzi umiliati da ricchi signori incapaci di “abbassare lo sguardo” su di loro, perché troppo assorti dal godimento di un effimero piacere o dal graffio che ha rovinato la carrozzeria di una decapottabile di lusso (Ho remato per un lord, L’auto di Stoccolma):

Il signore di Stoccolma indietreggia di due passi verso di noi, sicuramente per poter vedere ancora meglio il graffio e noi continuiamo a non esistere. Ancora un po’ e ci calpesterà; indietreggiamo, stringendoci contro lo steccato. Abbiamo paura di prenderle, come al solito, ma in realtà non è questo che ci fa paura. Quel che più ci spaventa è qualcos’altro, è che il signore di Stoccolma non ci rivolga neanche una parola, che non ci dia il diritto di esistere.

Quando incroceremo un postino ripenseremo sia allo sventurato portalettere che non è riuscito a coronare il suo sogno d’amore (Una tragedia minore), sia al ragazzo costretto ad abbandonare gli studi perché i suoi genitori non possono permettersi “il lusso di una bocciatura” (Il freddo della notte di San Giovanni):

Fa il giro della baia e si fa largo zigzagando tra la folla brillante e rumorosa. Come un lebbroso, pensa, perché ha letto che i lebbrosi portano un campanello per segnalare il loro passaggio. Sulle strade buie e tortuose del Djurgården spaventa una lepre e diverse coppie di innamorati. Non c’è nessun altro in bicicletta. Fra tutti gli esseri viventi è l’unico a girare in bicicletta. Se non avessi la bicicletta, pensa, forse non sarei così solo.

djurgarden stoccolma
CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=804420

Se non avessi… I “se” e i “forse” ossessionano le anime salve di Dagerman: se una mamma non avesse riposto tutte le sue speranze in un regalo di compleanno, forse né lei né il suo bambino sarebbero rimasti delusi (La sorpresa); se uno studente non avesse iniziato una partita a scacchi, forse non avrebbe perso tutte le pedine-persone a cui teneva (La scacchiera di viaggio).

In altro racconto (Uccidere un bambino), lo scrittore riesce a colpirci dritti allo stomaco ripetendo ossessivamente due parole: “perché” e “dopo”. L’autore ci ricorda che il fato degli uomini può mutare in istante perché la vita è congegnata spietatamente. Se vedessimo la scure che incombe su di noi, potremmo fermarla. Purtroppo, ci è dato conoscere solo il “dopo”, l’attimo seguente alla caduta dallo stato di grazia:

Dopo un uomo apre la portiera di un’automobile e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l’abisso di dolore che ha dentro di sé. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto brutalmente schiacciato contro la strada. Dopo accorrono due persone pallide che non sono riuscite a bere il loro caffè e si precipitano attraverso un cancello e ciò che vedono sulla strada non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite.

Gli esseri umani possono provare a scacciare le tenebre riunendosi attorno a un focolare comune (L’inverno a Belleville), ma l’oscurità si insinua anche nella più pittoresca delle casette (A casa della nonna) e non è facile tenerla a bada. Mentre leggiamo questi racconti, abbiamo l’impressione che tutti i personaggi siano fondamentalmente soli: ognuno di loro, come Sisifo, ha il suo masso da spingere. Nessuna di queste anime salve riesce ad accettare l’assurdità dell’esistenza e ad esorcizzarla con una risata. La rivolta è impossibile.

Noi lettori, sopraffatti da tanta disperazione, possiamo solo rendere omaggio a Dagerman e prendere atto dell’ultima, caustica, riflessione che Fofi ha dedicato a questo grande autore:

(…) è possibile riconoscersi nella sconfitta dell’utopia, nella difficoltà della rivolta. Solo che noi, forse più “adulti” o semplicemente venuti dopo di lui (o di “loro”: i Kafka, i Camus, i vari “nichilisti” degli anni Trenta e Quaranta) abbiamo dato per scontata la nostra disperazione e abbiamo cercato di partire da quella. Non è stata per noi il punto di arrivo. O è semplicemente che siamo più cinici, che siamo scesi a patti con meno intransigenza di Dagerman, di questo bambino ferito e piagato che non ha accettato di diventare “adulto”?

Se siamo semplicemente più “moderni”, questo volume servirà, come la Peste di Camus, a ricordarci che possiamo per lo meno cercare di riconoscere il diritto a esistere dei nostri simili. Se, invece, siamo più cinici, questi racconti riusciranno comunque a disturbarci e a farci rivalutare l’opportunità di “scendere a patti”, di chiudere uno o due occhi, per tutelare la nostra tranquillità. Forse.

Per approfondire:

Stig Dagerman e il nostro bisogno di consolazione – Culturificio

2 pensieri riguardo “Il viaggiatore: tragedie minori

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