L’insostenibile leggerezza dell’essere

kundera l'insostenibile leggerezza dell'essere

Avete presente quei film in cui un detective (o un teorico del complotto) si mette davanti a una parete tappezzata di fotografie e di articoli di giornale, collegati da un groviglio di fili rossi, per illustrare la sua ipotesi? Sì? Ecco, quest’immagine si presta perfettamente a rappresentare il lettore alle prese con la trama de L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera (Adelphi, 1985). Per capire questo romanzo bisogna osservare attentamente i fili che lo attraversano, i temi, le antitesi e le simmetrie che costituiscono il suo impianto narrativo.

giphy conspiracy teory

Iniziamo dal principio. Se avete studiato filosofia al liceo, le prime pagine di questo testo riapriranno alcuni cassetti della vostra memoria:

Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di un insostenibile responsabilità. Ecco perché Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (…). Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza.
Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?

La vita dell’uomo è effimera: noi non seguiamo la legge del cerchio, dell’eterno ritorno, noi concepiamo l’esistenza come una linea retta, come una successione di istanti irripetibili. La fugacità contiene in sé delle circostanze attenuanti: rende difficoltosa la formulazione di un giudizio morale e alleggerisce il peso della condanna. La leggerezza è preferibile alla pesantezza? Secondo Parmenide, il filosofo degli opposti, il leggero è positivo, mentre il pesante è negativo. Ma è davvero così?

Kundera ci invita a rimettere in discussione le nostre certezze: sottrae le vite dei suoi protagonisti alla fugacità, permettendoci di rivivere gli stessi istanti più di una volta. Invece di restare in disparte, al di là della pagina, lo scrittore prende la parola più di una volta: mette a nudo l’anima dei suoi personaggi, sezionandoli con il bisturi della scrittura, ed espone le sue opinioni sulla Grande Marcia dell’umanità, su un percorso che, ai suoi occhi, appare più come un circolare riavvolgimento nei propri errori che come una linea tesa verso il progresso.

milan kundera
Milan Kundera – Di Elisa Cabot – Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27744268

Il romanzo ruota attorno a due uomini e a due donne, legati tra loro da complicate relazioni amorose: Thomáŝ e Tereza, Franz e Sabina. Il quartetto rispecchia modi diversi di concepire la vita, di relazionarsi con gli altri. Le loro esistenze sono delle composizioni musicali, incentrate su un tema particolare (un oggetto o una frase). Le note di queste melodie d’inchiostro sono possibilità che non si sono realizzate:

Guardare impotenti nel cortile, senza sapere che cosa fare; sentire l’ostinato brontolio della propria pancia nell’attimo dell’esaltazione amorosa; tradire e non potersi fermare sulla bella strada dei tradimenti; alzare il pugno nel corteo della Grande Marcia; esibire il proprio umorismo davanti ai microfoni della polizia; tutte queste situazioni le ho conosciute e vissute io stesso, e tuttavia da nessuna di esse è sorto un personaggio che sia me stesso col mio curriculum vitae. I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. (…) ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. (…) Al di là di esso incomincia il mistero sul quale il romanzo si interroga. Un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato.

Una trappola: ecco cosa c’è al centro della nostra ragnatela-letteraria. Praga, la città in cui si svolge buona parte del libro, ci appare come una gabbia, isolata dal resto del mondo dalle sbarre della cortina di ferro: la sua breve primavera è giunta al termine. L’autore non si dilunga in descrizioni, non si sofferma su strade piazze o monumenti, quello che conta è l’atmosfera: i lettori, così come i praghesi, hanno l’impressione di essere spiati e avvertono una certa tensione nell’aria.

praga
Di Guillaume Baviere from Uppsala, Sweden – IMG_1075, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73679085

Thomáŝ, un medico alla continua ricerca dell’eterno femminino, avrebbe voluto lasciarsi per sempre alle spalle Praga, ma ha deciso di ritornare nella trappola. Perché? Perché è stato preso al laccio dalla compassione. Quest’uomo leggero, almeno all’apparenza, è ancorato a terra dal peso del senso di colpa: non riesce a separarsi da Tereza, una donna che gli appare come un neonato abbandonato e indifeso.

Tereza ama Thomáŝ con un’intensità viscerale, quasi perversa e soffre perché il suo amato, pur restandole accanto, continua a inseguire altre prede. Se la storia si ripetesse, il medico potrebbe rimettere in discussione le sue scelte, ma la vita non concede seconde possibilità:

È meglio stare con Tereza o rimanere solo?
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? (…)
Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto.

La leggerezza, ora, ci appare come una condanna: ci impedisce di prendere atto delle nostre azioni, di correggere i nostri errori. Quanto sono leggere o pesanti le vite dei protagonisti de L’insostenibile leggerezza dell’essere? Sono effimere, fugaci, eppure hanno un peso talvolta opprimente. Kundera riavvolge più volte il filo della narrazione permettendoci di rivivere più volte lo stesso istante, di osservarlo da più punti di vista e di scivolare sotto la pelle dei suoi personaggi.

praga tramonto

Noi lettori passiamo da una stanza all’altra, da un letto all’altro, seguendo il filo rosso della passione che si avvolge attorno ai corpi del quartetto di Kundera. Tereza venera Thomáŝ. Thomáŝ prova compassione per Tereza e ama l’artista Sabina. Tereza osserva il corpo nudo di Sabina. Sabina ama Franz, ma, come Thomáŝ, ama anche il tradimento. Franz adora Sabina. Le pagine di Kundera trasudano Eros, ma, alla fine dei giochi, l’amore ci appare come l’ennesima trappola.

Proviamo ad allontanarci gradualmente dal nostro intreccio di fili, per avere una prospettiva più ampia: passiamo dai lacci sentimentali, alla città-gabbia. Facciamo ancora qualche passo indietro. Adesso possiamo scorgere la trappola più grande di tutte: il mondo del Kitsch. Il Kitsch è un paravento che nasconde la morte, è il sorriso idiota che dissimula l’orrore dei totalitarismi. Solo chi si pone delle domande (l’artista, lo scrittore) è in grado di forzare le sbarre di questa prigione:

Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.

Il punto interrogativo rimette in discussione tutte le nostre certezze. Forse, la Grande Marcia verso il progresso, verso la gloria, non è altro che una comica vanità. La domanda scardina i facili dualismi (leggero/pesante, positivo/negativo) e apre la strada alla conoscenza. Il punto interrogativo è una risata liberatoria, che si oppone ai sorrisi idioti.

Per approfondire

Altre opere dello stesso autore recensite sul blog: Lo scherzo

L’insostenibile leggerezza dell’essere – L’indiependente

17 pensieri riguardo “L’insostenibile leggerezza dell’essere

  1. Un libro di cui, non so perché, non mi è rimasto alcun ricordo se non quello, ero al mare, di una lettura appassionata; di esserne stata letteralmente catturata. Cui è seguito, stranamente, il rifiuto di leggere altro di questo autore.
    Non so perché. Accade, solitamente, quando un libro,, da cui rimaniamo catturati, viene sentito come l’opera di un autore, che ha dato tutto e non potrà dare altro.
    Mi era accaduta questa cosa con Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che infine ho riletto e recensito (apprezzandolo, ancora, molto, ma anche, sì, perdendo qualcosa della prima lettura, in termini di emozione e adesione, totale, acritica.)
    Da tempo, mi chiedo se non dovrei rileggerlo e leggere altro di Kundera.

    Piace a 1 persona

    1. Le riletture mi preoccupano sempre (prima o poi scriverò un pezzo per dire tutto quello che penso sull’argomento 😉 ) perché ho paura che possano guastare l’incanto “della prima volta”.
      Ecco questo “ha dato tutto e non potrà dare altro” dovrei imparare a capirlo: mi ostino a leggere altri testi, finendo, spesso, col “guastare” i miei rapporti con uno scrittore che avrei potuto amare, se solo non avessi letto altre sue opere.
      Forse anche qui serve equilibrio tra la leggerezza di una sola, fresca lettura e la pesantezza di riletture sempre più profonde e dei tomi che racchiudono l’opera completa di un autore.
      Buone letture!

      "Mi piace"

    1. Grazie :). Direi che la tua è una riflessione decisamente interessante. Forse la verità sta nel mezzo: di solito amiamo un libro perché ritroviamo in esso un frammento di noi stessi (tutta la letteratura secondo me è un grande specchio), ma ci lasciamo anche influenzare/forgiare dai nostri testi preferiti. Buone letture!

      Piace a 1 persona

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