Le mosche – Porta chiusa

sartre le mosche porta chiusa

I libri migliori sono quelli che continuano a ronzarci in testa, anche quando li abbiamo terminati. La buona letteratura si riconosce dalla sua capacità di insinuarsi nei nostri pensieri, di proiettare immagini e parole nel nostro cinema mentale. Le mosche e Porta chiusa (Bompiani, 2017) sono due drammi esistenzialisti folgoranti, indimenticabili. Jean-Paul Sartre turba e provoca noi lettori-spettatori, spingendoci a riconsiderare la nostra concezione della libertà e della vita umana.

Le mosche

Quest’opera teatrale affonda le sue radici nell’antichità greca, fucina inesauribile di storie e di miti, sempre attuali. Sartre ha rielaborato il testo delle Coefore di Eschilo: ha “infuso” nella materia classica le sue teorie filosofiche.

In una Argo in preda al rimorso, sommersa da nugoli di mosche, i regicidi Egisto e  Clitennestra costringono i loro sudditi a farsi carico dell’assassinio di re Agamennone. Loro non sono gli unici ad avere le mani sporche di sangue: tutti sono coinvolti, perché tutti sapevano che Agamennone stava per venire ucciso, ma nessuno è intervenuto in suo soccorso.

Il popolo deve temere non solo l’ombra del sovrano assassinato, ma anche gli spiriti degli altri defunti. Una volta all’anno, Egisto fa spostare il macigno, che ostruisce l’ingresso di una caverna, per permettere alle anime dei morti di fare ritorno dall’aldilà e di tormentare i vivi:

IL GRAN SACERDOTE
Venite, sollevatevi dal suolo, come un enorme vapore di zolfa sospinto dal vento; salite dalle viscere del mondo, o morti cento volte morti, voi che ogni battito dei nostri cuori fa morire di nuovo, è per la collera e il rancore e lo spirito di vendetta ch’io vi invoco, venite a saziare il vostro odio sui viventi!

Clitennestra e Egisto

Mentre Zeus, in incognito, osserva le celebrazioni assaporando l’ambrosia del rimorso, i due figli di Agamennone sono disgustati da questo teatrino. Elettra, la principessa che è stata retrocessa al rango di lavapiatti, osa sfidare il re, denunciando la sua ipocrisia: questo Giorno dei morti è solo una ridicola farsa. Lei non ha nulla da temere dai defunti, perché amava sua padre. Intanto l’esule principe Oreste spia da lontano ogni mossa della sorella: è sempre vissuto in pace, lontano da Argo, e deve decidere se compiere o meno la sua vendetta.

Questo dramma appartiene al tipo di letteratura che si incide nella nostra mente, anche dopo una lettura superficiale. Alcune scene si prestano a venire proiettate più volte nel cinema della memoria: la danza di Elettra, la sinistra statua di Zeus, il coro delle Erinni, i grappoli neri di mosche ronzanti. Ad essere indimenticabile è soprattutto la figura del matricida Oreste, l’uomo libero da ogni vincolo, il vendicatore che assume su di sé il peso del rimorso di un’intera collettività.

Chi vuole andare più a fondo, per comprendere meglio l’opera di Sartre, può affidarsi a un manuale di filosofia. Per esempio, questi paragrafi di un vecchio testo scolastico (mi ha fatto un po’ impressione riaprirlo e studiarlo volontariamente) possono venirci in aiuto:

Sartre afferma che l’uomo è l’unico essere in cui l’esistenza viene prima dell’essenza. (…) Secondo la filosofia classica, l’esistenza di qualsiasi realtà (dunque anche dell’uomo) non è implicita nella sua essenza, ma sopravviene a essa in forza di un principio che la fa essere (l’atto puro, Dio, la natura ecc.), ovvero l’essenza (…) a un certo momento viene a esistere: l’essenza precede l’esistenza.
Per Sartre, invece, l’uomo si distingue da tutti gli altri esseri, perché egli non è già da sempre determinato nella sua essenza, nelle sue caratteristiche specifiche. (….) In questo consiste la sua libertà (…), ma è anche la sua condanna, poiché gli impone in ogni momento di “inventare”se stesso. (Logos, Francesca Occhipinti, Einaudi Scuola, 2005)

Oreste “inventa” sé stesso, trasformandosi da “pacifico orfano” in “sanguinario matricida”. Per poter essere il “creatore di sé stesso”, per poter essere libero, deve opporsi al Pantheon degli déi:

(…) se Dio esiste l’uomo non è libero, se l’uomo è libero, Dio non esiste; non c’è una via intermedia. L’esistenzialismo sartriano si afferma così come esistenzialismo ateo. (Logos)

il rimorso di Oreste

La libertà di scelta può apparire agli uomini come un fardello, perché implica un’incertezza angosciante. Chi non riesce a sopportarla (Elettra e i cittadini di Argo), cerca conforto in norme e valori morali convenzionali, arbitrari. Invece, l’uomo libero (Oreste) infrange ogni vincolo e si affida solo a sé stesso. Tuttavia l’atteggiamento di chi si trasforma in un Dio è contraddittorio:

(…) il per-sé umano non è qualcosa di determinato e dunque non può fondare: il per-sé, in quanto libertà, non può essere fondamento di se stesso. Solo con la morte l’uomo (…) raggiunge la stabilità dell’in-sé. (Logos)

Però la morte segna anche la fine della libertà. Secondo Sartre, l’uomo è una passione inutile. Oreste è libero dalle pastoie che incatenano gli abitanti di Argo, è libero dai dettami di una divinità che si nutre di rimorsi, ma non può costruire un nuovo regno: può solo allontanarsi dalla città, insieme alle Erinni, le mosche del rimorso.

Porta chiusa

Le stanze chiuse sono pericolose: sono i luoghi in cui cadono le maschere, in cui si consumano delitti efferati. Sartre raduna tre perfetti sconosciuti, in un’inquietante camera d’albergo. Dopo qualche battuta, iniziamo a intuire che qualcosa non va: il locale è sin troppo caldo e c’è troppa tensione nell’aria. Ci renderemo presto conto che Garcin, Ines e Estella sono morti.

Tiriamo le somme: l’aldilà è una stanza che bisogna condividere, non con i propri cari, ma con degli estranei. Chi stabilisce chi deve stare con chi? Le assegnazioni avvengono in base all’ordine d’arrivo dei defunti/ospiti? Se avete visto la prima stagione della serie tv The Good Place, intuirete subito la logica che sta dietro Porta chiusa. Altrimenti, dovrete attendere un po’ più a lungo per capire cosa bolle in pentola (occhio, da qui in poi entriamo in “zona spoiler”).

La camera di Sartre è un’insidia preparata a puntino, è una trappola per topi perfetta: non c’è nemmeno bisogno di chiudere la porta. Ogni “oggetto di scena” ha una funzione precisa:

ESTELLA
(…) è il caso che ci ha riuniti.

INES
Il caso. Dunque questi mobili son qui per caso. È un caso che il sofà di destra sia verde e quello di sinistra rosso. Un caso, no? Allora provate a cambiarli di posto, e poi ne parliamo. Anche il bronzo è un caso? E questo caldo? Questo caldo? (Silenzio). Dico che è tutta una regola. Regolata ogni cosa, nei più piccoli particolari, con amore. Questa stanza aspettava noi.

Benvenuti all’inferno. Vi aspettavate di trovare dei diavoli e degli strumenti di tortura? No, lo scrittore esistenzialista non si lascia ingannare da simili retaggi medievali: l’inferno sono gli altri. Questi tre personaggi, nel giro di qualche scena, tireranno fuori gli artigli e inizieranno a scannarsi a vicenda. Le maschere cadranno a terra, rivelando tre figure meschine, grottesche: non esiste miglior specchio della pupilla di chi ci detesta.

Riprendiamo in mano il nostro volume di filosofia, così da scoprire il legame tra questo dramma e le teorie filosofiche di Sartre:

(…) la presenza degli altri incombe sul per-sé e lo trasforma, fissandolo in un essere-per-gli-altri. Qui appare un altro sentimento fondamentale (…) quello della vergogna, che si dà quando gli altri ci fissano, rivolgono uno sguardo verso di noi che ci riduce al rango di oggetti, di cose. (Logos)

Il rapporto con gli altri è necessariamente un rapporto conflittuale (i personaggi di Porta chiusa si riducono l’un l’altro al rango di cose, di uomini e donne da niente). Persino l’amore appare come un tentativo di assoggettare la volontà altrui (vedi la coppia Garcin/Estelle). Che dire dell’odio, del sentimento dominante in Porta chiusa?

Se colui che odia riconosce la realtà dell’altro, ciò avviene solo perché egli si sente minacciato dalla libertà di cui l’altro è portatore. (…) L’odio si rivela (…) come espressione della libertà umana tesa ad affermare se stessa, a nello stesso tempo come una forza contraddittoria, perché non può far sì che gli altri non siano e non ci minaccino continuamente.

Non c’è via di scampo. I personaggi di Sartre continueranno a torturarsi all’infinito. Noi, invece, continueremo a rimuginare su queste parole e ci aggrapperemo all’unico spiraglio che Sartre ci ha concesso: la libertà implica anche una responsabilità. Una responsabilità verso noi stessi e verso gli altri, che deve spingerci all’impegno, alla ricerca di soluzioni che ci permettano di aprire quella porta chiusa.

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