Fiore frutto foglia fango

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Il libro mi fissa, come un cucciolo abbandonato, reclamando la mia attenzione. Però continuo ad esitare e a domandarmi perché dovrei scegliere proprio lui. Le opere di recente pubblicazione che vengono donate alla biblioteca si rivelano quasi sempre delle grandi fregature: un lettore non riesce a separarsi tanto facilmente dai testi che lo hanno colpito. Il titolo poi non mi ispira per niente: Fiore frutto foglia fango (Sara Baume, NN Editore, 2018) che cosa vuol dire? Eppure scelgo di portare via con me questo romanzo.

Il cane malinconico e assorto ritratto sulla copertina sembra invitarmi ad andare oltre le apparenze e a iniziare la lettura. Prima di tutto però voglio dare un’occhiata al titolo originale dell’opera: Spill Simmer Falter Wither. Mi ritrovo davanti a quattro parole suggestive, che paiono indicare le varie fasi di un processo (ora che ci penso anche il titolo italiano sembra evocare una sorta di metamorfosi, associata al ciclo delle stagioni):

Spill: versare un liquido o rivelare qualcosa a qualcuno
Simmer: cuocere a fuoco lento. A “ribollire” possono essere anche delle emozioni represse.
Falter: vacillare
Wither: appassire, andare in declino

Mi inoltro nel testo, portando con me queste parole chiave. Nel giro di qualche pagina, un altro vocabolo, uno dei miei preferiti, mi viene incontro: imperfezione. Questa è la storia di due disadattati, di due personaggi imperfetti, respinti ai margini da una comunità incapace di accettare la loro diversità e di farsi carico delle loro cicatrici fisiche e psicologiche. Il quasi sessantenne Ray incontra il cane Unocchio quasi per caso, durante una delle sue passeggiate:

Se appiccicato con lo scotch alla vetrina del rigatterie. Una foto del tuo muso straziato e, sotto, la scritta CERCASI PROPRIETARIO PAZIENTE COMPRENSIVO, NO ALTRI ANIMALI O BAMBINI SOTTO I 4 ANNI. L’annuncio si contende la vetrina con un cappotto di montone un tamburello di legno, un fischione impagliato e un set di calligrafia. Il cappotto è tutto sformato e il tamburello ha un buco. Il fischione perde segatura e forse al set di calligrafia mancano gli inchiostri o i pennini o la carta (…). Questo negozio ha un che di triste, ma a me piace. Mi piace perché è un minuscolo rifugio per le imperfezioni. Mi fermo sempre a bocca aperta davanti alla vetrina e mi fa sempre sentire un pochino meno orribile, meno strano.

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By Brian Herrity – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7000186

Cosa c’è che non va in quest’uomo che si definisce come un troll? Il quasi sessantenne non ha nessuno con cui confidarsi: nel suo petto ribollono tormentose emozioni represse e traumi infantili. Per gli abitanti della sua cittadina lui è solo lo strambo, stupido e sgradevole figlio del vecchio che lavorava in una fabbrica di dolci. Nessuno sa cosa si nasconde nella casa-testa pensante in cui Ray abita, nessuno si è mai avventurato in quel nido greve di odori, di marciume, di solitudine ammuffita e di ricordi fermentati.

L’uomo si immedesima immediatamente nel cane dal muso straziato e privo di un occhio che cerca padrone: non può fare a meno di adottarlo. Ray ha come l’impressione di essere la pupilla perduta del suo Unocchio: lui e l’animale sono le due metà della stessa anima reietta. Anche il cane, come il suo padrone, è segnato da un passato doloroso, impossibile da dimenticare: è stato addestrato per combattere sino alla morte contro i tassi. Unocchio non può liberarsi dell’aggressività che gli è stata imposta, così come Ray non può scrollarsi di dosso la sua diffidenza verso il genere umano.

Il cane e il suo padrone vivono ai margini, tenendosi al riparo dagli sguardi diffidenti dei bravi cittadini e dei loro animali dal pedigree invidiabile: si ritirano nella casa-gabbia d’isolamento per sfuggire ai bagnanti che si accalcano in spiaggia, escono solo quando sono sicuri di non incrociare nessuno e si tengono alla larga dai luoghi più frequentati. Esistono, resistono e affrontano ogni giorno la fatica di vivere, una fatica resa ancora più pesante dalla consapevolezza di non poter entrare in relazione con gli altri:

Ovunque vada è come se avessi addosso una tuta spaziale che mi separa dagli altri. Un’enorme tuta scintillante che nasconde quanto mi sento piccolo e spento dentro. So che tu non puoi vederla; non la vedo nemmeno io, ma quando barcollo e strascico i piedi e agito le mani per la strada, gli uomini si spostano nel canale di scolo per evitare di sfiorare la mia tuta spaziale invisibile.

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By MaxPride – Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3750752

Ray sta finalmente “spillando” fuori i pensieri che ha tenuto imbottigliati per anni nella sua testa: il fedele Unocchio è il suo primo e unico confidente. Non sta parlando con me, eppure ho l’impressione di essere chiamata in causa: Sara Baume utilizza il “tu” e il tempo presente per trascinare il lettore dentro la storia, per obbligarlo a confrontarsi con l’estraneo, con colui che tutti vorrebbero non vedere.

Più proseguo nella lettura, più vengo risucchiata tra le pagine: la prosa sensoriale della scrittrice aggredisce il mio olfatto, assalendolo con una serie di effluvi più o meno pestilenziali. Il mio odorato diventa sviluppato come quello di un cane: percepisco la puzza della paura, avverto odori acri che non sono altro che correlativi oggettivi della depressione, dell’alienazione.

In Fiore frutto foglia fango Baume descrive un mondo che sta andando in suppurazione, una palus putredinis priva di luce e di speranza. I “normali” sono troppo presi dalla loro routine, dai rituali con cui tengono a bada il male di vivere, per prendersi cura di un pianeta alla deriva. Invece i “diversi” si rendono conto di stare camminando in mezzo alle macerie di una civiltà marcescente. Durante le loro passeggiate, Ray e Unocchio incontrano fiori e piante, ma anche tanti, troppi relitti:

Questa mattina la puzza non sembra così terribile come ieri. È presto, c’è bassa marea e non ci sono altre auto, né gente che passeggia. Ti sgancio il guinzaglio e tu corri verso le alghe. In certi punti gli strati sulla sabbia sono alti quasi un metro. Le onde mattutine sono troppo deboli per risucchiare indietro le alghe, ma continuano a lambirle, a perseverare. Ce ne sono decine di altri tipi, in diversi stadi di decomposizione e mischiate a conchiglie sbriciolate, bottiglie scheggiate, pneumatici giocattolo, pentole per aragoste frantumate, infradito.

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Il cane e il suo padrone sono due naufraghi alla deriva, sono due astronauti condannati a vagare in uno spazio vuoto, freddo e crudele. Sono un novello Ulisse e il suo fedele Argo: un peccato originale, li costringe a compiere un percorso circolare, a intraprendere un nostos che non offre la certezza di un approdo sicuro. Loro sono i due protagonisti imperfetti, mutili, di un moderno, minore e malinconico poema epico.

Termino la lettura con un peso sullo stomaco, con un fremito d’inquietudine tra le costole: questo libro si è rivelato molto più intenso e coinvolgente del previsto. Un lettore anonimo, per mia fortuna, ha deciso di donare questo romanzo alla biblioteca, ma non riesco a capire come sia riuscito a separarsene.

Per approfondire:

La recensione di Leggeremania

A heart breaking read from a major new talent – Indipendent Uk

3 pensieri su “Fiore frutto foglia fango

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