Le ragazze di San Frediano

le ragazze di san frediano pratolini

Mattinate fiorentine. Durante il mio breve soggiorno a Firenze, ho sentito più di una volta l’esigenza di allontanarmi dalla pazza folla, di evitare le piazze e i monumenti più noti: volevo scoprire il volto più autentico del “Giglio rosso”. In quei momenti desideravo solo fuggire “di là d’Arno”. Mentre leggevo Le ragazze di San Frediano di Vasco Pratolini (Mondadori, 2010), mi sono tornate in mente quelle tranquille passeggiate in solitaria: il quartiere celebrato dallo scrittore conserva ancora parte del suo antico fascino popolare.

Il viaggio letterario di oggi ci trasporta nella Firenze del secondo dopoguerra: durante la lettura, veniamo completamente assorbiti dagli intrighi amorosi che si dipanano nel rione di San Frediano. Dimentichiamoci del Cupolone, di Piazza della Signoria e del Ponte Vecchio: il romanzo non ci regala nessuna “immagine da cartolina”, ma ci offre una gustosa, sapida e verace rappresentazione della vita dei “più beceri e vivaci” trai fiorentini.

I sanfredianini vivono in una contrada dove l’Arno scorre con una curva dolce, ampia e meravigliosa, ma non tutto è oro ciò che riluce: il loro quartiere è malsano e misero. Gli abitanti del rione, grazie alla loro inesauribile grinta, riescono a rianimare quel grosso mucchio di case squallide, a trasformare un meschino sobborgo in una fabbrica di risate e di lazzi. Il cibo che si presta a rappresentare meglio San Frediano è il Lampredotto: un piatto povero, eppure decisamente gustoso.

porta san frediano
Di I, Sailko, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4163563

Come si può intuire dal titolo del romanzo, questo quartiere è famoso per le sue ragazze. In un incantevole paragrafo, Pratolini ci rivela che l’anima di queste fanciulle risiede nelle loro amabili, industriose, ma anche sbranatrici manine:

Stanno ai banchi degli empori e delle pasticcerie, con quelle mani e dita fresche, di zucchero odorose; entrano nelle fabbriche, nei lavatoi, negli stabilimenti di cartonaggi e di tintoria (…) fanno la cernita degli stracci e dei cascami (…) – e le loro mani ne escono nette, limpide, come gli occhi che si sollevano dal tombolo, dopo nove ore di applicazione, bianche, di cristallo, con le unghie su cui lo smalto è un sangue che chiede di essere succhiato.

Le sanfredianine sono affascinanti e ricche di spirito, eppure, ultimamente, sembra che siano disposte a farsi mettere i piedi in testa. Una dopo l’altra, tutte le ragazze del rione sono cadute preda di un farfallone, di un latin lover impenitente: l’affascinante Aldo, detto Bob. Il bellimbusto “sgranocchia” queste bellezze come se fossero dei confetti e passa di fiore in fiore: svolazza dalla bionda alla bruna, dalla mora alla rossa, senza mai impegnarsi. Le sue giornate sono scandite da un vortice di baci appassionati e di rapidi abboccamenti.

cancello piazza del carmine
Di I, Sailko, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5953905

Il rubacuori afferma di amare tutte le sue donne, però noi lettori abbiamo l’impressione che ad interessarlo sia unicamente l’arte della seduzione, il piacere della conquista: vuole essere l’unico oggetto del desiderio del quartiere, ma non è disposto a convolare a giuste nozze con nessuna delle sue spasimanti. Bob tiene col fiato sospeso più di una donna: fa l’occhiolino a Silvana, si intrattiene con Tosca Toschina, si incontra con la candida e scaltra Bice, battibecca con Mafalda, fa un complimento alla giovanissima Loretta e cerca le labbra della bella Gina.

Il latin lover, in realtà, non è altro che un coniglio travestito da leone: non è crudele o cinico, è semplicemente pavido e meschino. Bob crede di poter tirare la corda all’infinito e non si rende conto che un bel gioco dura poco. La resa dei conti incombe su di lui sin dal primo capitolo: le unghiette rosse delle incantevoli sanfredianine sono affilate, guai a dimenticarselo.

Nell’attesa che tutti i nodi (amorosi) vengano al pettine, godiamoci una passeggiata letteraria, al chiaro di luna, attraverso il rione: inoltriamoci in queste suggestive strade popolate come formicai, appena rischiarate da lampade ad arco. Ammiriamo la Porta di San Frediano e la chiesa di Cestello. Passiamo sotto le finestre di Bob in via del Campuccio. Costeggiamo l’Arno e le Mura di S. Rosa, tutte in ombra, alte e immense come bastioni antichi. Infine, concediamoci una sosta in un caffè-latteria.

chiesa san frediano in cestello
Di Maxime Gtn – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43303597

Viene voglia di perdersi tra le righe, di soffermarsi “a chiacchierare” con i vivaci personaggi di Pratolini, di assaporare, come se fossero dei cantucci, le loro espressioni vernacolari. Questo divertissement letterario è una vera e propria celebrazione dell’ingegno fiorentino: tra le pagine spunta un “tetragono” di dantesca memoria, mentre la beffa finale, come suggerito da Francesco Piccolo, riporta alla mente gli intrighi di Boccaccio. Le pagine scorrono veloci, tra una risata e un lazzo: il momento del congedo, dell’addio alla San Frediano del secondo dopoguerra, arriva sin troppo presto.

In questo romanzo ho ritrovato l’eco delle mie mattinate fiorentine: il rione delle belle sanfredianine non ha perso il suo spirito. La porta di San Frediano è ancora il portale d’accesso alla parte più verace della città: le botteghe artigiane e le antiche mura continuano ad esercitare il loro fascino sui visitatori. Vale la pena di fare un salto “di là d’Arno” e di ripercorrere i passi dello svergognato Bob e delle sue spigliate ragazze.

Per approfondire:

Altri spunti letterari fiorentini sul blog

Vasco Pratolini: la vita semplice di Firenze – Rai Scuola

Firenze letteraria. I luoghi di Pratolini – Te La Do Io Firenze

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