Lo Scurnuso

lo scurnuso benedetta cibrario

Questa non è la stagione ideale per parlare di presepi, però Lo Scurnuso di Benedetta Cibrario (Feltrinelli, 2010) si presta a diventare una perfetta lettura da spiaggia: è un libro breve, scritto con uno stile scorrevole ed essenziale. Questo romanzo ci porta nel cuore di Napoli, una città dove splendore e miseria vanno a braccetto, dove la bellezza riesce a trionfare anche in mezzo all’inferno.

Questa è la storia di una statuina, lo Scurnuso, che ha attraversato i secoli: è stata creata dall’orfano Sebastiano, detto Purtualle, alla fine del 1700, ed è passata di mano in mano, sino ad arrivare ai giorni nostri. Il destino di questa figurina, che ha assistito ai primi fermenti rivoluzionari e ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, è strettamente intrecciato a quello della città che l’ha ispirata.

Quando era ancora un bambino, Sebastiano è stato ceduto, come risarcimento per una commissione, al figuraro napoletano Iannacone. Il fanciullo ha lasciato il convento casertano in cui era cresciuto ed è partito alla volta di quel grande presepe che era la Partenope borbonica:

(…) Napoli era luce tranquilla e scintillio, era silenzio, seta di San Leucio, porcellana finissima, bagliori dorati, una città che fingeva di essere la promessa realizzata da una divinità arcaica, il segno di una benevolenza ultraterrena la cui mano avesse allestito, tra le boscaglie e i pendii, un suo personale presepe, scegliendo tutte le tonalità di celeste, di verde, di oro.

napoli veduta storica

Iannacone ha iniziato ad affezionarsi al ragazzino, che forse gli ricordava un po’ la figlia che aveva perduto, ma era ormai incapace di esprimere liberamente i suoi sentimenti: la solitudine e il dolore lo avevano logorato. Il figuraro non era ferito solo nell’animo: le sue agili dita si stavano trasformando in nodosi rami secchi. Lo spettro della miseria e il timore di non poter insegnare un mestiere al suo apprendista, che possedeva un’innata abilità artistica, lo hanno spinto a cedere Sebastiano allo scultore Gaspare Riccio.

Il nuovo maestro di Purtualle abitava nel borgo di Capodimonte, che si era sviluppato intorno alla Reggia e alla fabbrica di porcellana. Un luogo quasi fatato, circondato da orti e pergolati di glicine e di uva fragola. Un piccolo scorcio di presepe napoletano: una teoria di osterie tipiche, dove i contadini si riposavano alla fine di una dura giornata.

A Capodimonte il ritroso Sebastiano ha trovato l’ispirazione per modellare squisite figure, ma non è riuscito a riempire vuoto che Iannacone ha lasciato nel suo cuore. Il giovane si è consacrato interamente alla sua arte, sdegnando il fuoco della passione e la compagnia dei suoi simili: ha preferito limitarsi ad osservare i volti che lo circondavano e ad eternali nel legno e nell’argilla.

capodimonte

Il maestro Riccio concepiva le sue statuine come delle macchiette, come delle caricature da riprodurre in serie, invece il suo allievo voleva riprodurre il vero volto della folla che animava i vicoli della città Partenopea. Sin dai suoi primi giorni in città, Sebastiano era rimasto affascinato dai napoletani, dai loro gesti, dai loro mestieri:

Dava l’impressione di essere in bilico tra due emozioni: stordito dalla folla di Napoli e timoroso che l’ingranaggio meccanico – era così che a Iannacone appariva la vita nei vicoli, una lunga catena di attività connesse le une alle altre: il venditore di ricotte con il suo crocchio di clienti, le donne a vuotare i secchi, il carretto del vinaio con barili di quercia legati con le funi – potesse agganciarlo per errore, come un lembo di stoffa pizzicato dal raggio di una ruota in movimento.

Sebastiano non si è lasciato agganciare da quell’ingranaggio: si è isolato in un mondo tutto suo e ha riversato il suo cuore nelle sue figurine, dando vita a creazioni destinate a suscitare l’ammirazione dei posteri. Il suo capolavoro è lo Scurnuso, il “vergognoso”: il suo padre adottivo con le mani fasciate e il volto addolorato.

Passano gli anni e cambiano gli uomini, però il fascino dei presepi tradizionali rimane immutato. Durante la Seconda guerra mondiale, lo Scurnuso è passato di mano, trasformandosi in uno strumento di salvezza per alcuni e in una reliquia da preservare ad ogni costo per altri. La bellezza è sopravvissuta all’inferno dei bombardamenti. Ai giorni nostri, la figurina diventa un dono, inusuale e prezioso, un simbolo dell’amore che un padre prova per sua figlia.

presepe napoletano
Di la_rs – https://www.flickr.com/photos/stadtmoebel/6357849687/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54907052

Cosa lega tra loro le diverse epoche e i personaggi che compaiono in questo romanzo? La risposta più ovvia è Napoli (anche se l’ultimo capitolo è ambientato nella penisola sorrentina). Benedetta Cibrario ha immortalato Partenope in diversi momenti della sua esistenza: ne ha messo in luce la grazia, con leggiadre metafore e similitudini, ma si è anche soffermata sulle sue contraddizioni, sulle sue speranze negate. A ben guardare, le figurine di questa autrice sono legate anche da un altro fil rouge: dall’amore che non riescono ad esprimere, se non attraverso piccoli gesti ripetuti, capaci di eternare anche le cose più effimere e fragili.

 

11 pensieri su “Lo Scurnuso

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