Io non ho paura

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Non appena ho iniziato a leggere Io non ho paura di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2001), si sono accese le luci nel cinema della mia memoria: alcuni spezzoni dell’omonimo film si sono sovrapposti alle pagine che stavo sfogliando. All’improvviso, mi sono ritrovata in mezzo al grano, nell’immaginario paesino di Acqua Traverse, sotto un sole impietoso, con la pelle appiccicosa di sudore:

Ogni cosa era coperta di grano. Le colline, basse, si susseguivano come onde di un oceano dorato. Fino in fondo all’orizzonte grano, grilli, sole e caldo. (…)
Quella maledetta estate del 1978 è rimasta famosa come una delle più calde del secolo. Il calore entrava nelle pietre, sbriciolava la terra, bruciava le piante e uccideva le bestie, infuocava le case. Quando prendevi i pomodori nell’orto, erano senza succo e le zucchine piccole e dure. Il sole ti levava il respiro, la forza, la voglia di giocare, tutto. E la notte si schiattava uguale.

Eccomi qui, ancora una volta, sperduta in mezzo a questo oceano di spighe. Dei bambini in bicicletta, impegnati in una gara, stanno fendendo i marosi. Un ragazzino è rimasto indietro, perché si è fermato ad aiutare la sua sorellina, che è caduta. Potrebbe sembrare un bimbo come tanti altri: ha nove anni, i capelli scuri e una bici scassata. Chi ha già avuto modo di conoscerlo, sa che Michele non è affatto uno come tanti: lui è capace di resuscitare Lazzaro e di guardare in faccia la paura.

Michele non lo sa ancora ma, per lui, l’estate del 1978 è destinata a rimanere eccezionale non solo per via del caldo straordinario: questa sarà la stagione del suo personale “romanzo di formazione”. Quella che era incominciata come una normale vacanza estiva si trasformerà in una prova di coraggio.

Ritorniamo alla gara: Michele è arrivato ultimo e deve pagare pegno. Il bambino è costretto ad entrare in una casa pericolante. Il ragazzino, quasi per caso, si imbatte in un buco nel terreno: laggiù, in mezzo alle tenebre, c’è un bambino, Filippo, con una catena alla caviglia. Come mai si trova lì? È un pazzo pericoloso? È un lupo mannaro oppure è un Lazzaro risorto, un morto che dovrebbe restare sottoterra?

Dopo questo incontro fatidico, Michele sarà costretto a fare i conti con più di una domanda scomoda. Sinora, ha duellato solo con cattivi immaginari, con spauracchi irreali, invece da adesso in poi dovrà fare i conti con i veri mostri: non bisogna avere paura dell’uomo nero, ma del cuore di tenebra degli esseri umani. Tra le colline si aggirano i Signori dei vermi, dei codardi disposti a prendersela con un bambino, pur di realizzare i loro sogni di riscatto.

Il protagonista di Io non ho paura dovrà decidere da che parte stare: da quella degli adulti, colpevoli, incapaci di “comportarsi da grandi”, o da quella di Filippo, la vittima innocente, l’agnello sacrificale destinato al macello. Questa scelta è la prova di coraggio definitiva: non è facile assumere il ruolo di Angelo custode, di Cristo redentore, quando hai solo nove anni e sei circondato da serpenti tentatori.

Durante la lettura, ho notato diverse immagini ricorrenti: la corsa in bici iniziale viene ripresa da una gara contro il tempo, in cui la posta in palio è decisamente più alta; Michele cade e si rialza più volte, dando vita a una serie di movimenti ascendenti e discendenti che segnano il passo del suo percorso di formazione.

Il paesaggio che fa da sfondo alla presa di coscienza del protagonista è caratterizzato da contrasti: l’oro delle messi e l’azzurro smaltato del cielo cozzano con il letame, con la sozzura che si nasconde sotto il sole e con il sangue versato. La campagna di Io non ho paura è un paradiso già corrotto dal tocco del serpente. Altrettanto netto è il contrasto tra i due piccoli protagonisti del libro: Michele è bruno ed abbronzato, mentre Filippo è biondo ed esangue. La differenza però è meramente cromatica: al buio, i due bambini potrebbero essere scambiati l’uno per l’altro.

Ammaniti si affida a queste immagini ricorrenti e queste antitesi per mettere in evidenza alcuni concetti chiave: la caduta dal Paradiso dell’infanzia, il coraggio di Michele e l’ipocrisia degli adulti, dei “grandi” che pensano sia normale usare la stessa mano con cui hai accarezzato tuo figlio per puntare la pistola contro il bambino di qualcun altro.

Di solito, gli adattamenti cinematografici dei romanzi non sono fedeli e deludono immancabilmente i lettori. In questo caso, invece, il romanzo e il film possono essere considerati come due “fratelli”: la sostanza è immutata, cambia solo il mezzo espressivo. In fin dei conti, Io non ho paura è già di per sé impostato come una sceneggiatura: brevi, intesi, dialoghi e ampie panoramiche su un paesaggio tanto bello quanto crudele.

Secondo me, vale la pena sia di sfogliare il romanzo sia di guardare la pellicola di Gabriele Salvatores: entrambe le versioni della storia di Michele colpiscono nel segno ed emozionano il pubblico. Basta sfogliare un paio di pagine o guardare qualche fotogramma per ritrovarsi nella torrida estate del 1978, tra angeli custodi e diavoli tentatori.

Per approfondire:

Ho messo “Io non ho paura” sui banchi di scuola e ho detto “cresci” – Critica Letteraria

Le differenze tra il libro e il film – Mondo Fox (occhio, ovviamente, agli spoiler 🙂 )

3 pensieri su “Io non ho paura

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