In Patagonia

in patagonia bruce chatwin

Siete pronti per un nuovo viaggio letterario? Facciamo un salto indietro nel tempo. Nel 1974, un uomo dall’anima irrequieta parte alla scoperta di una terra insolita, sulle tracce di un bradipo gigante. L’esploratore è lo scrittore-viaggiatore per eccellenza: Bruce Chatwin. La terra è l’estrema cuspide meridionale dell’America del Sud. La storia di quel vagabondaggio si è trasformata in un libro cult: In Patagonia (Adelphi, 2005).

Non aspettatevi di trovarvi davanti a un fedele reportage: questa è una rielaborazione letteraria di un’esperienza vissuta. L’opera è composta da una serie di frammenti di diario, più o meno avvincenti: alcuni passaggi scintillano come diamanti, mentre altri non sono altrettanto brillanti. Nonostante qualche passo falso, non viene mai voglia di fermarsi, di mettere in pausa la lettura: la Patagonia “di Chatwin” è un’amante eccentrica a cui è impossibile resistere.

La nostra spedizione letteraria ha inizio lungo le sponde del Rìo Negro, il fiume-portale d’accesso a questa terra:

Lungo la riva del fiume i salici erano tutti germogliati e mostravano l’argento che brilla sotto le loro foglie. Gli indios avevano tagliato dei vincastri, lasciando sui tronchi delle bianche ferite e nell’aria l’odore della linfa. Il fiume, gonfio per lo scioglimento delle nevi sulle Ande, scorreva veloce, facendo frusciare le canne. Rondini rossastre davano la caccia agli insetti. Quando volavano sopra la scogliera, il vento le afferrava e ne invertiva di colpo il volo finché calavano di nuovo basse sul fiume.

patagonia rio negro
Di Betina Graciela Rueduch – http://www.ign.gob.ar/content/concurso-fotogr%C3%A1fico-entrelazando-caminos-almanaque-ign-2019, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73073997

Le descrizioni di Chatwin sono vivide come delle istantanee, ma non coinvolgono solo la vista: anche i nostri altri sensi sono chiamati in causa, così ricreare l’illusione di essere davvero in viaggio, invece che seduti comodamente in poltrona. Se ci lasciamo aiutare dalla nostra immaginazione, possiamo udire i garriti di quelle rondini e possiamo seguire con lo sguardo le loro acrobazie aeree. In seguito, lo scrittore ci sorprenderà con una serie di acquerelli dalle tinte ipnotiche e inverosimili: rocce rosa, verdi e purpuree, gole gialle e acque smeraldine.

La nostra peregrinazione prosegue secondo un itinerario dettato da una bussola interiore: l’ago-penna oscilla seguendo il richiamo di letture, leggende e dicerie. Nell’attesa di trovare un frammento di pelle di bradipo, con cui sostituire la reliquia perduta dell’avo Charlie Mildward, l’autore parte all’inseguimento di altre creature preistoriche più o meno incredibili. A Cerro de los Indios ci ritroviamo faccia a faccia con il mitico unicorno: circa diecimila anni fa, dei cacciatori lo hanno dipinto con ocra rossa su un blocco di basalto. Possiamo mettere in dubbio l’esistenza di questo animale fantastico, ma non possiamo dubitare del fascino irreale della meseta del Lago Buenos Aires:

Le sue pareti sorgevano a picco seguendo il corso di un fiume verde-giada, un vero bastione alto duemila piedi, formato da una successione di colate laviche, striato di rosa e di verde come uno stendardo di cavalleria. E dove la meseta di interrompeva, c’erano quattro montagne, quattro picchi che visti d’infilata si sovrapponevano l’uno all’altro: una gobba violacea, una colonna arancione, un mazzo di guglie rosa e il cono di un vulcano spento, color grigio-cenere, striato di neve.

lago buenos aires patagonia
Di Dick Culbert from Gibsons, B.C., Canada – “Cordon Castillo” desde Lago General Carrera., CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50051874

Questo libro non è fatto solo di immagini da cartolina, ma anche di incontri con figure storiche e non. Durante il cammino, ci imbattiamo in dei personaggi memorabili: visionari che volevano diventare re, cacciatori di dinosauri, emigranti e naviganti, banditi dal grilletto facile, anarchici e rivoluzionari. Le loro, più o meno avvincenti, parabole esistenziali rispecchiano alla perfezione la particolarità di questa terra estrema.

Chatwin dialoga con uomini e donne che conoscono sia il volto più incantevole della Patagonia, sia quello più aspro. In questa landa sono approdati centinaia di esuli in cerca di un futuro migliore. Lo hanno trovato? Puerto Madryn, la città sorta sui terreni che, nel 1800, il governo argentino ha concesso ai coloni gallesi, non è certo la terra promessa:

(…) era una città di squallidi edifici in cemento, bungalows di lamiera, negozi di lamiera e un giardino pubblico appiattito dal vento. C’era un cimitero con cipressi neri e pietre sepolcrali di lucido marmo nero. La Calle Saint-Exupéry era lì a ricordare che la tempesta di Vol de Nuit era avvenuta da quelle parti.

No, questo non è il paese della libertà, eppure c’è chi, nonostante tutto, ha provato a rivendicare la sua indipendenza. Peccato che abbia deciso di farlo con le pallottole. Chi passa dalle parti di Cholila, può visitare la casa di mattoni in cui ha soggiornato la “famigliola di tre persone” composta da Butch Cassidy, Sundance Kydd e Etta Place.

cholila ranch butch cassidy
Di Rowanda – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17948876

Proseguiamo verso sud e raggiungiamo la leggendaria Terra del fuoco:

I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Terra del Humo, Terra del Fumo, ma Carlo V disse che non poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome. (…)
Dante collocò la montagna del Purgatorio al centro dell’Antichthon. Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno Ulisse, navigando verso sud nel suo folle viaggio, avvista l’isola-montagna che sorge dal mare (…). La Terra del Fuoco è quindi la terra di Satana (…).

Questo “luogo infernale” è carico di suggestioni letterarie: la triste sorte degli indios riporta alla mente il destino di Calibano e il Gordon Pym di Poe. Bianco contro nero. Nero contro bianco. Solo i pinguini e le suore, con le loro livree bicolori, riescono a riconciliare gli opposti.

ushuaia terra del fuoco
Di Jerzy Strzelecki – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3129520

Il nostro percorso termina a Puerto Consuelo. Qui si trova la grotta dove l’avo Charlie Mildward, l’ispiratore di questo viaggio, ha trovato la pelle del bradipo gigante:

L’interno era asciutto come il deserto, irto, in alto, di bianche stalattiti e con le pareti luccicanti per le incrostazioni saline. Lingue di animali avevano levigato, a furia di leccarla, la parete di fondo. Il muro diritto di sassi che divideva in due la caverna era crollato a causa di una fenditura nella volta. Vicino all’entrata c’era un altarino della Vergine.

Di tappa in tappa, la Patagonia, amante difficile, ci ha stregati, ma ora è giunto il momento di dirle addio. Prendiamo congedo anche da Chatwin, dallo scrittore-viaggiatore che forse non ha descritto nel modo più veritiero questi luoghi, ma che di sicuro è stato capace di farci viaggiare con la fantasia. Per qualche magica ora, abbiamo avuto l’impressione di stare sorseggiando del maté, da un boccale a forma di pinguino, in un’estancia. Questa è la malia della letteratura.

Per approfondire:

La recensione di Vittorio Panicara – Giornate di lettura

Sulle orme di Chatwin Ecco la verità (letteraria) sulla sua Patagonia 

La mia recensione di Patagonia Express

Un pensiero su “In Patagonia

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